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(afp)

Un'ondata di nazionalizzazioni: lo Stato torna al centro della scena

La mano pubblica controlla quasi metà della Borsa italiana. E il suo peso è destinato a crescere se e quando convertirà in azioni (probabilmente grazie al fondo della Cdp) i debiti delle imprese in difficoltà
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C'era una volta il panettone di Stato. Altri tempi, ma certi amori della mano pubblica per il sistema industriale italiano non finiscono: fanno dei giri immensi e poi ritornano, sempre. Oggi, a quasi trent'anni dalla prima stagione delle privatizzazioni, siamo alla vigilia di una nuova, probabilmente imponente, ondata di nazionalizzazioni. Alitalia e Ilva, e fin qui nulla di nuovo. Le vicende della compagnia aerea e del grande polo dell'acciaio già alla fine dello scorso anno erano arrivate al punto di non ritorno: o lo Stato, o la fine. Poi dai primi mesi dell'anno nuovo la pandemia ha inaugurato la sua opera distruttiva, e gli Stati (compreso quello italiano) sono entrati in gioco per salvare il salvabile. Vite umane, redditi falciati dal lockdown, posti di lavoro bruciati dalla chiusura delle aziende. L'emergenza, prima di tutto, adesso la ripartenza e poi, da maggio in avanti, la ricostruzione.

Lo Stato è - doverosamente - al centro della scena e…
C'era una volta il panettone di Stato. Altri tempi, ma certi amori della mano pubblica per il sistema industriale italiano non finiscono: fanno dei giri immensi e poi ritornano, sempre. Oggi, a quasi trent'anni dalla prima stagione delle privatizzazioni, siamo alla vigilia di una nuova, probabilmente imponente, ondata di nazionalizzazioni. Alitalia e Ilva, e fin qui nulla di nuovo. Le vicende della compagnia aerea e del grande polo dell'acciaio già alla fine dello scorso anno erano arrivate al punto di non ritorno: o lo Stato, o la fine. Poi dai primi mesi dell'anno nuovo la pandemia ha inaugurato la sua opera distruttiva, e gli Stati (compreso quello italiano) sono entrati in gioco per salvare il salvabile. Vite umane, redditi falciati dal lockdown, posti di lavoro bruciati dalla chiusura delle aziende. L'emergenza, prima di tutto, adesso la ripartenza e poi, da maggio in avanti, la ricostruzione.

Lo Stato è - doverosamente - al centro della scena e rischia di occuparla a lungo, non soltanto assiso sulla poltroncina del regista ma anche nel ruolo dell'attore protagonista. Fuor di metafora, la prospettiva è che nel giro di pochi anni lo Stato si ritrovi azionista, consocio o proprietario di centinaia, forse migliaia di aziende. Una prospettiva che si delinea sempre più nitidamente con la progressiva definizione degli effetti del decreto liquidità, del negoziato europeo sulle deroghe alla disciplina degli aiuti di Stato e del fondo per la patrimonializzazione delle aziende, la cui architettura sarà verosimilmente affidata alla Cassa depositi e prestiti.

Già oggi, intendiamoci, le impronte della mano pubblica si distinguono nettamente sul sistema economico nazionale. Prendiamo la Borsa: tra ministero dell'Economia, Cdp, Comuni e Regioni, le società partecipate o controllate da soggetti pubblici sono almeno una trentina. Ci sono le grandi utilities privatizzate a cavallo dell'inizio del nuovo Millennio, Eni, Enel e compagnia, di cui lo Stato tiene saldamente in mano il controllo. Ci sono le Poste, l'Enav, alcuni grandi gruppi industriali (Leonardo, Fincantieri), le ex municipalizzate dell'energia e dell'acqua, e poi ancora quote minoritarie ma "strategiche", come quelle in Telecom Italia e Salini Impregilo.

Calcolando solo le capitalizzazioni della dozzina di aziende di cui lo Stato - attraverso il ministero dell'Economia o la Cdp - esercita il controllo, il peso sul valore complessivo del listino di Piazza Affari è superiore al 30 per cento. Se escludiamo le banche (ma di una, il Montepaschi, lo Stato ha oltre i due terzi del capitale, a esito del salvataggio degli anni scorsi) e le compagnie di assicurazione il peso sale ben oltre il 40%. Percentuali da rivedere al rialzo, fin quasi alla metà del valore della Borsa al netto di banche e assicurazioni (46,5% per la precisione), se si aggiungono le utilities saldamente controllate dai Comuni.

Ma il listino di Borsa fotografa solo uno scorcio del paesaggio delle aziende italiane, e lo Stato con le sue propaggini ne abbraccia parecchi altri angoli significativi, dalle Fs all'Anas fino alle centinaia di aziende dei servizi locali non quotate. A ben vedere, e al netto del caso Mps, l'ombra pubblica si allunga anche sul mondo delle banche, parecchie delle quali partecipate dalle Fondazioni, che sono formalmente soggetti privati ma la cui governance è condizionata dall'influenza della politica locale.

Questo è il quadro di partenza. Le privatizzazioni, da anni, sono soltanto una voce dei documenti di programmazione economica: belletti per nascondere le brutture dei bilanci pubblici, senza alcun esito concreto. Lo scorso anno, per dire, figuravano a bilancio 17-18 miliardi di proventi dalla cessione di asset pubblici. Effettivamente realizzati: zero. Viceversa la parola nazionalizzazione viene pronunciata con sempre maggior frequenza, nel caso di dissesti che mettano a rischio gli investimenti di migliaia di cittadini (nella vicenda Carige, per esempio, l'intervento del pubblico è stato invocato ripetutamente) o, come nel caso dell'Ilva, migliaia di posti di lavoro. Una delle forze di governo, il M5S, ha fatto della richiesta di nuove nazionalizzazioni uno dei cardini del suo progetto.

Ma veniamo ad oggi, per capire come e quanto l'elenco delle proprietà pubbliche rischia di ingrossarsi. Qui il discorso incrocia i possibili effetti del decreto liquidità e la trattativa avviata con la Commissione Ue (nella persona della titolare della Concorrenza Margrethe Vestager) per allentare i vincoli che regolano gli aiuti di Stato. Dice il Decreto legge 8 aprile 2020, il famoso decreto liquidità, che lo Stato si fa garante, in percentuali variabili tra il 70 e il 100%, dei crediti che le banche, da qui in avanti concederanno alle aziende che a causa della crisi coronavirus si troveranno alle prese con problemi di liquidità.

Il provvedimento è ovviamente pensato per salvare le imprese, assicurando loro l'ossigeno indispensabile per superare i mesi più difficili dopo la ripartenza. Ma è abbastanza facile prevedere che saranno parecchie le aziende, soprattutto tra le piccole e medie, che non ce la faranno. Cosa avverrà se e quando si troveranno nella condizione di non poter far fronte all'impegno con gli istituti di credito che le hanno finanziate? Le banche si ricopriranno in tutto o in gran parte escutendo la Garanzia Italia, confezionata dalla Sace e assicurata dallo Stato. E siccome la garanzia è di fatto un credito, lo Stato si troverà nella condizione di doversi infilare nelle procedure concorsuali o fallimentari per recuperare almeno parte di quel credito. Oppure potrà, perlomeno nei casi che giudicherà opportuni o strategici (per la salvaguardia di posti di lavoro, di quote di produzioni rilevanti, o per la difesa dagli appetiti di fondi speculativi o multinazionali) convertire quei crediti in titoli di proprietà. Lo Stato, dunque, rischia di trovarsi tra qualche anno nella condizione di azionista di riferimento di centinaia di aziende industriali.

Con quale strumento gestirà questa partita complessa? E quale saranno i margini concessi dall'Antitrust europeo? Il problema, naturalmente, non è solo italiano: la recessione riguarda tutti, comprese Germania e Francia. Su questo presupposto ruota il negoziato con la Vestager: non è in discussione la possibilità di intervenire per la patrimonializzazione delle aziende in crisi, bensì i tempi della presenza pubblica e i limiti quantitativi all'investimento. L'Italia punta ad allungare i primi (si ragiona sulla possibilità di ingresso fino alla metà del 2021 e su una permanenza dello Stato superiore ai cinque anni) e ad ampliare i secondi (almeno 250 milioni). In attesa dell'esito della trattativa il governo sta allestendo il fondo per la patrimonializzazione delle aziende in difficoltà: la gestione sarà in capo alla Cdp e la dotazione dovrebbe arrivare fino a 40 miliardi di euro. Una capienza sufficiente per intervenire in migliaia di casi aziendali di medio-piccole dimensioni, sperando che le grandi imprese reggano con le proprie forze.

Per il ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli, pentastellato e quindi geneticamente propenso a simpatizzare con l'idea di nuove nazionalizzazioni, questa operazione sarà "l'inizio di un nuovo Iri". Una prospettiva che naturalmente terrorizza gli economisti liberisti, che riconoscono l'opportunità - di più: il dovere - della discesa in campo dello Stato nel pieno della più drammatica recessione da 90 anni a questa parte, ma obiettano sugli strumenti e auspicano che la presenza pubblica in queste porzioni aggiuntive dell'economia nazionale sia temporanea: Carlo Messina, amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, ha addirittura indicato i mondi in cui il soccorso pubblico è auspicabile: "Costruzioni, trasporti marittimi, acciaierie, cioè i settori in cui il tasso dei concordati era già alto due mesi fa".

Il ritorno dello Stato padrone è apparecchiato. Se la necessità dell'oggi sarà il prologo di una nuova occupazione permanente, lo si capirà nel giro di pochi anni, giusto il tempo di riemergere dal gorgo della recessione.