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La corsa al vaccino vale 30 miliardi: i favoriti sono le star delle Borse

Wall Street ha già concentrato le attenzioni su una pattuglia di sei progetti in vantaggio sugli altri. Quanto costa la ricerca e quanto renderà il farmaco anti-contagio al primo che taglierà il traguardo
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Il vaccino anti-Covid funziona. Non (per ora) contro la malattia – per quello ci vorranno 12-18 mesi dicono gli esperti – ma in Borsa, dove la corsa all’oro della cura contro il coronavirus ha già fatto lievitare di 175 miliardi il valore delle aziende impegnate in prima fila sul fronte della ricerca. La caccia al Sacro Graal, il farmaco in grado di prevenire i contagi, vede in pole position una decina di favoriti e secondo Morgan Stanley potrebbe garantire al suo scopritore tra i 10 e i 30 miliardi di entrate l’anno per arginare la pandemia nell’immediato (i due-tre anni necessari per vaccinare tutta la popolazione mondiale) e tra i 2 e i 25 miliardi ogni 12 mesi nella Fase 2, quando a trainare la domanda saranno le mutazioni e le dosi necessarie per immunizzare i neonati.

I cercatori di vaccino

La pattuglia dei cercatori di vaccino, in questo Klondike della sanità, è molto composita: al 5 maggio, calcola l’Oms, allo studio c&r…
Il vaccino anti-Covid funziona. Non (per ora) contro la malattia – per quello ci vorranno 12-18 mesi dicono gli esperti – ma in Borsa, dove la corsa all’oro della cura contro il coronavirus ha già fatto lievitare di 175 miliardi il valore delle aziende impegnate in prima fila sul fronte della ricerca. La caccia al Sacro Graal, il farmaco in grado di prevenire i contagi, vede in pole position una decina di favoriti e secondo Morgan Stanley potrebbe garantire al suo scopritore tra i 10 e i 30 miliardi di entrate l’anno per arginare la pandemia nell’immediato (i due-tre anni necessari per vaccinare tutta la popolazione mondiale) e tra i 2 e i 25 miliardi ogni 12 mesi nella Fase 2, quando a trainare la domanda saranno le mutazioni e le dosi necessarie per immunizzare i neonati.

I cercatori di vaccino

La pattuglia dei cercatori di vaccino, in questo Klondike della sanità, è molto composita: al 5 maggio, calcola l’Oms, allo studio c’erano 118 farmaci di cui 100 in fase-preclinica, quella embrionale, e otto già entrati in quella clinica, con i primi test dedicati alla tolleranza e agli effetti collaterali su una decina di “cavie” umane. Ai nastri di partenza ci sono start-up biotecnologiche che non hanno mai sfornato un singolo farmaco, università, società statali (soprattutto cinesi) e i colossi del Big Pharma. I bookmaker e Wall Street hanno però già focalizzato la loro attenzione e i loro soldi su una pattuglia di progetti che sembrano in vantaggio di qualche mese, nel mondo della ricerca un’eternità, sugli altri. Morgan Stanley ne elenca sei: la cinese Cansino Biologics, la partnership tra l’ateneo di Oxford e la britannica Astrazeneca (cui collabora l’italiana Advent-Irbm), la joint tra la tedesca Biontech e l’americana Pfizer, la start-up Moderna, Johnson & Johnson e l’asse tra la francese Sanofi e l’inglese Glaxo-Smithkline. Tutte azioni che con buona pace del crollo delle Borse viaggiano in queste settimane vicino ai loro massimi storici.

Una gara piena di ostacoli

La gara per scoprire il vaccino, nel settore farmaceutico lo sanno tutti, è una corsa a ostacoli. I tempi, in teoria, possono essere accelerati: «Le autorità stanno lavorando per ridurre al minimo l’iter delle approvazioni pur garantendo la massima sicurezza – assicura il presidente di Farmindustria Massimo Scaccabarozzi – In più la Cina ha messo a disposizione la sequenza virale da gennaio e alcune aziende lavorano su basi di vaccini già esistenti». Unico problema: solo un prodotto sui dieci che entrano nella fase di sperimentazione su esseri umani arriva sul mercato, con effetti collaterali, problemi di costi o la semplice inefficacia incaricati di fare la selezione darwiniana. Il costo della ricerca per arrivare al terzo step – quello della sperimentazione su migliaia di persone – è superiore ai 300 milioni, calcola The Lancet. E su tutti c’è la spada di Damocle delle “compulsory licenses”, le regole del Wto che consentono a singole nazioni di invocare un’emergenza nazionale per ignorare le barriere dei brevetti (che durano 20 anni) e produrre in proprio il vaccino, come hanno fatto Sud Africa e India. sfidando Big Pharma in Tribunale sui farmaci per l’Hiv. Ma il gioco, evidentemente, vale la candela e Wall Street segue con la passione e le fiammata di un ultrà di curva i comunicati che segnalano i progressi – e le frenate – di ogni singola azienda. La cronaca azionaria di tutto il vaccino minuto per minuto ha regalato in effetti grandi brividi agli investitori. Moderna – una realtà biotech che nel 2019 ha fatturato 60 milioni di dollari, briciole – ha visto il suo valore salire in tre mesi da 7 a 27 miliardi, con un balzo del 20% in una seduta nel giorno in cui ha annunciato i primi risultti positivi della fase clinica su otto volontari che hanno sviluppato anticorpi senza particolari effetti collaterali.

Sull’ottovolante del listino

Gli esperti di farmaci gettano acqua sul fuoco, raccomandando prudenza. Le azioni della giapponese Fujifilm, del resto, balzate del 50% in due settimane tra marzo e aprile dopo le voci di efficacia anti-Covid del suo prodotto Avigan, hanno poi messo la retromarcia per assenza di prove, ritornando in poche sedute al valore da cui era partito il rialzo. Ma la voglia di vaccino è troppo forte per il listino. La prova? Le oscillazioni dei titoli di Gilead, il produttore dell’anti-virale Remdesivir che potrebbe (sono in corso le prove) essere efficace nel ridurre la mortalità da Covid. Le azione dell’azienda Usa sono balzate dai 60 dollari di inizio febbraio agli 84 del 30 aprile – nello stesso periodo l’indice Dow Jones perdeva il 15% – salvo poi scivolare ora a poco più di 70 in attesa di notizie sulla reale efficacia del suo “gioiellino”. Un altro caso di scuola degli innamoramenti fulminei del mercato sono i titoli della Novavax: a metà marzo valevano 6 dollari. Quando si è sparsa la voce che le sue ricerche per l’anti-coronavirus promettevano bene, è salito (un mese dopo) a 14. Quando il gruppo non governativo Coalition for Epidemic preparedness (Cepi) ha annunciato l’investimento di 348 milioni per finanziarne lo sviluppo le quotazione sono schizzate all’insù e oggi viaggiano a 52 dollari, otto volte di più di un paio di mesi fa.

Il costo del vaccino

L’oro in Borsa, insomma, è arrivato ancor prima di aver trovato la pepita del vaccino. E il merito è in buona parte dell’operazione di lobby del settore farmaceutico a Capitol Hill (costata 295 milioni di dollari nel 2019) che è riuscita ad evitare l’obbligo di un prezzo “calmierato” per la cura. Il governo Usa sta finanziando con 7 miliardi la ricerca dei privati – oltre 400 sono andati alla Moderna e altrettanti alla Johnson & Johnson, un po’ ne ha presi anche l’italiana Diasorin – ma gli aiuti sono arrivati senza condizionalità sul prezzo. I democratici hanno fatto pressione sul congresso per inserire clausole di questo genere. Ma Alex Azar, segretario alla Salute dell’amministrazione Trump nonché ex- lobbista della farmaceutica Eli Lilly, ha dichiarato di non poterlo fare «perché se no i privati non investirebbero in ricerca».
Molte aziende farmaceutiche, in realtà, hanno già dato la disponibilità all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per rendere disponibili i loro brevetti a patto di ottenere uno stock di acquisti che garantisca loro la redditività. Ma in ogni caso sia Wall Street che i veterani del settore sono certi che, una volta trovata la cura, lo scopritore ci farà una valanga di soldi e le campagne di vaccinazioni finiranno per essere più rapide negli stati più ricchi. Quale sarà il prezzo del vaccino? Difficile dirlo ora. La fondazione Bill e Melinda Gates prevede che per inoculare le dosi a 7 miliardi di persone serviranno 30 miliardi. Morgan Stanley stima un prezzo attorno ai 30 dollari a dose negli Stati Uniti e cifre inferiori per l’Europa. La Biomedical advance research development authority americana ha già messo sul piatto 1,2 miliardi per prenotare 300 milioni di dosi dal consorzio Oxford-Astrazeneca.