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La nuova era del protezionismo tutti in difesa delle proprie aziende

Dagli Usa al Giappone, dalla Germania alla Polonia (e anche l’Italia con il golden power): si moltiplicano le restrizioni agli investimenti stranieri. La riscossadel nazionalismo economico è in atto a tutte le latitudini
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Quando parla di fine della globalizzazione il giornale globalista per eccellenza, cioè The Economist, è un segno che il mondo è davvero cambiato. Non solo per la pandemia. In realtà la globalizzazione cominciò a innestare una retromarcia con la crisi del 2008, e non si è mai ripresa. La guerra dei dazi di Trump fu solo un episodio e una presa d'atto che il modello si stava sfasciando. Ora arriva il colpo decisivo. Un dato che ha colpito The Economist è il crollo del 46% delle esportazioni dalla Corea del Sud verso il resto del mondo.

I più fragili sono i paesi medio-piccoli con una vocazione all'export. Purtroppo l'Italia è in cima alla lista. Dovrà aggrapparsi al mercato europeo, in una fase nuova in cui quel che resta della globalizzazione saranno i blocchi regionali, come il mercato unico. Il mondo intero è attraversato da ventate di protezionismo che si mescolano ad altrettante spinte verso l…
Quando parla di fine della globalizzazione il giornale globalista per eccellenza, cioè The Economist, è un segno che il mondo è davvero cambiato. Non solo per la pandemia. In realtà la globalizzazione cominciò a innestare una retromarcia con la crisi del 2008, e non si è mai ripresa. La guerra dei dazi di Trump fu solo un episodio e una presa d'atto che il modello si stava sfasciando. Ora arriva il colpo decisivo. Un dato che ha colpito The Economist è il crollo del 46% delle esportazioni dalla Corea del Sud verso il resto del mondo.

I più fragili sono i paesi medio-piccoli con una vocazione all'export. Purtroppo l'Italia è in cima alla lista. Dovrà aggrapparsi al mercato europeo, in una fase nuova in cui quel che resta della globalizzazione saranno i blocchi regionali, come il mercato unico. Il mondo intero è attraversato da ventate di protezionismo che si mescolano ad altrettante spinte verso l'autarchia. Sono due facce della stessa medaglia. Se la pandemia ha messo a nudo la fragilità di catene produttive troppo dilatate e sparpagliate su più continenti, ha evidenziato pure l'eccessiva dipendenza dell'Occidente da Cina e India per farmaci salvavita e apparecchi medici. Da un lato quindi si vuole penalizzare il concorrente straniero, dall'altro ci si vuole riprendere autosufficienza. A questo si sovrappone la guerra fredda Usa-Cina, dove Washington pratica anche un protezionismo a rovescia: non vuole esportare tecnologie made in Usa se queste possono potenziare il rivale.

La finanza

Un capitolo recente del protezionismo lo estende alla finanza. E' l'embargo sugli investimenti cinesi del fondo pensione federale degli Stati Uniti. Il Federal Retirement Thrift Investment Board ha ormai la proibizione di acquistare azioni o fondi con qualsiasi partecipazione in aziende cinesi. I pensionati dell'amministrazione federale non dovranno dipendere dall'andamento dell'economia cinese o dalle fluttuazioni del renminbi. Nelle tecnologie l'embargo di Trump fa male a Huawei. Lo si vede in particolare dalle vendite dei telefonini, sui quali Huawei non può più installare il software Android di Google. Le esportazioni di smartphone Huawei sono scese del 35%, una caduta due volte peggiore rispetto a quella del concorrente Samsung e quattro volte peggiore rispetto ad Apple. La stessa Huawei sta soffrendo anche per lo stop alla fornitura di microchip made in Usa. E il segretario di Stato Mike Pompeo riesce a coinvolgere Israele nella guerra fredda contro la Cina. Successo raro, perché Israele pur essendo un alleato geopolitico dell'America è sempre riuscito a mantenere ottimi rapporti con la Cina, per esempio collaborazioni fruttuose nell'ambito tecnologico. Pompeo ha ottenuto che Netanyahu sottoponga a riesame la partecipazione di un'azienda di Hong Kong alla gara d'appalto per un impianto di desalinizzazione. A sua volta la Cina infligge danni pesanti al più fedele alleato degli americani: l'Australia. Il governo di Canberra è stato fra i più allineati con l'Amministrazione Trump in questa guerra fredda, e ha condannato duramente le responsabilità di Pechino all'origine della pandemia. La Cina lo castiga tagliando le importazioni di carni australiane.

Al capitolo finanza c'è un protezionismo che mira a salvaguardare gli assetti proprietari. Tra gli ultimi esempi, la Polonia vuole imitare la Germania nel difendersi dai predatori stranieri. Varsavia ha studiato il modello tedesco e si è ispirata a Berlino per un nuovo progetto di legge che darà al proprio antitrust il potere di bloccare ogni investimento straniero sopra una soglia del 10% del capitale di aziende polacche. Il timore è soprattutto quello di un'ondata di acquisizioni da parte di gruppi cinesi, incentivati anche dal deprezzamento dello zloty. Dall'altra parte del mondo anche il Giappone si converte al protezionismo della proprietà aziendale. Tokyo non ha mai abbracciato un'apertura totale alle acquisizioni straniere, ma ora il livello di restrizione sugli investimenti dall'estero aumenta. Il governo di Abe Shinzo ha stilato un elenco di 518 aziende "di interesse strategico", che rappresentano il 40% della capitalizzazione della Borsa di Tokyo, e nelle quali uno straniero non può comprare più dell'1% del capitale senza informarne il ministero dell'Economia (che di conseguenza ha potere di veto). Se si aggiungono i generosi incentivi offerti da Tokyo alle multinazionali giapponesi che rimpatriano le loro produzioni dalla Cina, la riscossa del nazionalismo economico è in atto sotto tutte le latitudini.

La gara al vaccino

Impregnata di protezionismo lo è anche la corsa mondiale alla scoperta del vaccino. Questa gara a chi lo scopre per primo è diventata un altro terreno di competizione fra le superpotenze, con Stati Uniti e Cina che si fronteggiano come accadde ai tempi della conquista dello spazio nella prima guerra fredda, tra l'America e l'Unione sovietica. La capacità di tagliare il traguardo per primi, in una sfida che ha rilevanza per l'umanità intera, viene vissuta come una prova di forza e il test della superiorità di un "sistema paese". Le regole del gioco sono molto diverse, visto che in Cina e in alcuni paesi europei c'è un forte ruolo dello Stato, mentre l'Amministrazione Trump ha puntato soprattutto sulle risorse dell'industria farmaceutica privata, sia pure in cooperazione con tante università pubbliche. Infine c'è l'immensa posta in gioco economica, che va ben al di là del business dei vaccini.

E' chiaro agli investitori che la scoperta di un vaccino consentirebbe un ritorno all'attività economica normale, accelerando i tempi di un rimbalzo della crescita dopo la depressione. Andrà affrontata la questione dell'accesso al vaccino. Anche questo diventerà presto un terreno di battaglia politico fra Stati-nazione, in una fase dove cresce il protezionismo medico. Washington fa un altro passettino verso l'autarchia medico-farmaceutica. L'agenzia federale BARDA (acronimo di Biomedical Advanced Research and Development Authority) ha firmato un contratto da 354 milioni con una start-up della Virginia, perché produca sul territorio degli Stati Uniti dei principi attivi per farmaci generici. L'azienda è la Phlow di Richmond, in partnership con la Virginia Commonwealth University e le aziende farmaceutiche Ampac FineChemicals, Civica Rx. Il progetto è coerente con la strategia di emancipazione dalle importazioni di farmaci generici made in China o made in India.

Su questo orientamento strategico è d'accordo anche la Commissione di Bruxelles. Nel mondo post-pandemia avremo un'Europa più dirigista e assistenzialista, dove gli aiuti di Stato saranno tornati in auge. Da marzo Bruxelles ha dato il via libera a miliardi di aiuti pubblici per salvare aziende agonizzanti. Anche sul tema del favoritismo verso i "campioni europei", la musica è cambiata. Stiamo entrando in un mondo diverso, e forse era inevitabile che l'Occidente si adeguasse dopo che per trent'anni il nazionalismo economico lo avevano praticato i cinesi.