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Nella voragine Wirecard sprofonda il sogno della Silicon Valley bavarese

Per anni nessuno poteva mettere in dubbio la favola bella dello “Steve Jobs” di Germania. Dalle società di rating ai revisori contabili e fino all’Authority di controllo che ora finisce a sua volta nell’occhio del ciclone
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Un canarino che senta arrivare la catastrofe prima del minatore c’è sempre. Poco prima della scoperta del buco da 15 miliardi di euro nei conti sistematicamente falsificati della Parmalat, qualcuno aveva sentito puzza di bruciato. Nelle stesse settimane in cui le grandi banche italiane continuavano a vendere bond Parmalat a ignari risparmiatori, magnificando quella carta straccia come se fossero pepite d’oro, bastava parlare con i mercati per cogliere un certo malumore. Alla vigilia del più incredibile crac italiano degli ultimi vent’anni, gli operatori finanziari continuavano a chiedersi perché un azienda dai bilanci apparentemente solidissimi avesse continuamente bisogno di emettere obbligazioni, di indebitarsi. 
 
Anche nel caso Wirecard, senza dubbio il più drammatico scandalo finanziario del dopoguerra tedesco, c’è stato qualche canarino. Ma nel complesso, durante il ventennio della sua irresistibile ascesa nell…
Un canarino che senta arrivare la catastrofe prima del minatore c’è sempre. Poco prima della scoperta del buco da 15 miliardi di euro nei conti sistematicamente falsificati della Parmalat, qualcuno aveva sentito puzza di bruciato. Nelle stesse settimane in cui le grandi banche italiane continuavano a vendere bond Parmalat a ignari risparmiatori, magnificando quella carta straccia come se fossero pepite d’oro, bastava parlare con i mercati per cogliere un certo malumore. Alla vigilia del più incredibile crac italiano degli ultimi vent’anni, gli operatori finanziari continuavano a chiedersi perché un azienda dai bilanci apparentemente solidissimi avesse continuamente bisogno di emettere obbligazioni, di indebitarsi. 
 
Anche nel caso Wirecard, senza dubbio il più drammatico scandalo finanziario del dopoguerra tedesco, c’è stato qualche canarino. Ma nel complesso, durante il ventennio della sua irresistibile ascesa nell’olimpo delle blue chip tedesche, sono stati in pochi a fare domande. La favola di Markus Braun, il nerd austriaco che scimmiottava Steve Jobs indossano maglioncini a collo alto, che si era fatto le ossa nella società di consulenza Kpmg e si era messo alla guida di una start up che rastrellava soldi tra gli appassionati del porno e delle scommesse trasformandola nella principessa del Dax, era troppo bella per non essere vera. Finalmente la Germania si era potuta illudere di poter competere con la California, di aver piazzato nella foresta pietrificata delle sue banche un gioiello fintech che non aveva nulla da invidiare a Paypal. Finché un pugno di giornalisti del Financial Times cominciarono a insistere che c’erano delle incongruenze negli acquisti, nei conti asiatici e nelle comunicazioni dell’azienda guidata da Braun. Due settimane fa, quando la truffa è venuta alla luce, quando Ernst&Young si è rifiutata di certificarne i bilanci per la terza volta a causa di un buco inspiegabile da 1,9 miliardi, quel tenace pugno di cronisti si è preso una rivincita. Il titolo è precipitato nella polvere, l’azienda è in bancarotta.

L'accusa di fake news

Ma per anni, il più prestigioso quotidiano finanziario era stato sbeffeggiato dai concorrenti e persino da esperti finanziari per gli allarmi sui suoi affari opaci, sui suoi conti truccati. Heike Pauls, analista di Commerzbank, aveva bollato gli scoop come “fake news”. Altri come Lars Dannenberg della banca francofortese Hauck&Aufhäuser erano stati premiati da anni di raccomandazioni "buy" con l’assunzione da parte di Wirecard. Fino all’exploit di metà giugno, anche Ernst&Young aveva continuato a concedere il bollino ai bilanci dell’azienda, anche dopo che la banca giapponese Softbank ne aveva chiesto nel 2019 un esame rigoroso - una premessa per poter investire nell’azienda di Braun. Adesso i giapponesi stanno valutando se rifarsi delle colossali perdite anche sui "distratti" revisori dei conti. Tra i fan di Wirecard, ça va sans dire, ci sono sempre state le agenzie di rating, che nonostante gli articoli del Ft e i dubbi di qualche hedge fund, continuavano a tenere l’azienda bavarese in palmo di mano e l’hanno declassata solo negli ultimi giorni. In passato, a qualche critico sono stati riservati trattamenti al limite della legalità. E’ ormai leggendario l’episodio del 2008 dello speculatore che si scagliava spesso nei forum degli analisti contro Wirecard e si era ritrovato l’ex campione dei pesi massimi Ahmet Öner davanti alla porta di casa. Grande amico dei vertici dell’azienda, l’ex pugile era andato lì “per fare due chiacchiere”, disse. Lo speculatore smise di parlar male di Wirecard. La Grande Illusione continuò.

Querele al Financial Times

Negli anni scorsi, il Financial Times era stato persino querelato da Wirecard che aveva accusato la bibbia della City di complottare con gli hedge fund per manipolare il prezzo. Ma l’aspetto più incredibile di questa vicenda mozzafiato, è che il quotidiano era finito addirittura nel mirino della Bafin. La Vigilanza finanziaria tedesca, che non ha mai brillato per la sua capacità di prevenzione (si pensi al disastro delle Landesbanken e ai numerosi fallimenti sfiorati durante la Grande crisi e scongiurati spesso da generose iniezioni di soldi pubblici), era corsa in aiuto all’azienda bavarese all’inizio del 2019 con un bando di due mesi delle vendite allo scoperto sulle sue azioni. Soprattutto, due mesi dopo aveva querelato i due cronisti investigativi che avevano scoperto conti fraudolenti di Wirecard sulla consociata di Singapore. Dopo la scoperta del buco da 1,9 miliardi di euro che nessuno della Bafin aveva neanche mai subodorato, il presidente Felix Hufeld si è presentato nei giorni scorsi alla stampa con il capo coperto di cenere: “Una serie di istituzioni private e pubbliche, incluse la mia, non sono state abbastanza efficienti” nel prevenire “il disastro completo” di Wirecard”, ha mormorato. Un eufemismo.

La scommessa sul titolo

Anche nella comunità finanziaria la fata morgana Wirecard sembrava inscalfibile. Fondi giapponesi, norvegesi, persino fondi pensione avevano scommesso sul titolo Wirecard, che nei momenti più felici valeva 200 euro per azione. Eppure, anche nel mondo dei grandi investitori qualche canarino c’era stato. Da anni i revisori dei conti - altro elemento essenziale nella catena di fallimenti - faticavano sempre di più a spiegare le incongruenze negli affari asiatici dell’azienda bavarese. Ma mentre alle assemblee, gli azionisti di ogni risma raccontavano entusiasti di aver investito i soldi per i figli in titoli Wirecard, il fondo francese Comgest trasse un anno le conseguenze dai rumors sempre più insistenti sui conti, riducendo la sua partecipazione in Wirecard dal 7 al 2,6%. “Il profilo di rischio del titolo - spiegarono i francesi allora - è stato compromesso dalle ripetute critiche alla struttura dei bilanci e al management”. Una cautela più unica che rara: erano gli stessi mesi in cui l’autorità di vigilanza Bafin stava clamorosamente dichiarando guerra al Financial Times. 
Ciò che sconvolge nel caso del gioiello fintech inghiottito da una voragine nei conti, non è tanto la scoperta degli eroi che l’hanno scoperchiata. E’ l’amara constatazione che dopo la più grave crisi finanziaria globale di tutti i tempi, quella partita nel 2007 dal castello di carte dei titoli immobiliari subprime americani, aggravata da truffe di colossi della finanza mondiale come Enron, Aig o Worldcom e da scandali da schema Ponzi come Madoff, tutti abbiano continuato a credere alla favoletta della risposta tedesca a Peter Thiel e Steve Jobs, alla start up dal fatturato che lievitava del 30% ogni anno, all’illusione di un sobborgo squallido di Monaco che teneva testa alla Silicon Valley. La verità è che senza la sistematica cecità dei revisori dei bilanci, delle autorità di vigilanza, delle agenzie di rating, della politica, degli azionisti e dei maggiori investitori, il caso Wirecard non sarebbe mai potuto accadere. Per chiunque abbia seguito i principali scandali della Grande crisi del 2008, Wirecard è un orrendo deja vu.