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(ansa)

Cig e contratti: è l'ultima sfida

L'emergenza lavoro che accomuna imprese e sindacati è scandita da tempo, obiettivi e strumenti
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Il tempo, gli obiettivi, gli strumenti. Al di là di ciò che il governo valuta e decide di qui alla legge di bilancio, l'emergenza-lavoro su cui imprese e sindacati hanno un oggettivo interesse a confrontarsi è scandita da queste tre parole. Fermare il tempo poteva essere necessario nella fase 1 del Covid, quella del lockdown. Di qui la scelta duplice: estendere gli ammortizzatori e vietare per legge i licenziamenti. Ma protrarla a oltranza non è una scelta, è un'illusione rischiosa. Qualche numero. Pur in un Paese che nel pre Covid si era avviato a stagnazione e recessione, il mercato del lavoro italiano non è rigido. Nel 2019 ha registrato 7 milioni di cessazioni di rapporti, e 7,1 milioni di attivazioni di nuovi contratti. Su circa 18 milioni di lavoratori dipendenti, non poco. Il Covid ci ha però sprofondato in un abisso in cui i percettori di sostegni al reddito a vario titolo - Cig ordinaria, straordinaria, in deroga, Covid…
Il tempo, gli obiettivi, gli strumenti. Al di là di ciò che il governo valuta e decide di qui alla legge di bilancio, l'emergenza-lavoro su cui imprese e sindacati hanno un oggettivo interesse a confrontarsi è scandita da queste tre parole. Fermare il tempo poteva essere necessario nella fase 1 del Covid, quella del lockdown. Di qui la scelta duplice: estendere gli ammortizzatori e vietare per legge i licenziamenti. Ma protrarla a oltranza non è una scelta, è un'illusione rischiosa. Qualche numero. Pur in un Paese che nel pre Covid si era avviato a stagnazione e recessione, il mercato del lavoro italiano non è rigido. Nel 2019 ha registrato 7 milioni di cessazioni di rapporti, e 7,1 milioni di attivazioni di nuovi contratti. Su circa 18 milioni di lavoratori dipendenti, non poco. Il Covid ci ha però sprofondato in un abisso in cui i percettori di sostegni al reddito a vario titolo - Cig ordinaria, straordinaria, in deroga, Covid, e i diversi regimi di sostegno agli autonomi - stanno vertiginosamente salendo verso quota 9 milioni, con botte superiori a 800 milioni di ore Cig/mese autorizzate. Protrarre a oltranza la doppia scelta fatta comporta due conseguenze. Se proiettiamo annualmente la spesa Inps dichiarata negli ultimi mesi, in assenza di una ripresa consistente che nessuno immagina si arriva a un ordine di grandezza tra i 4 e i 5 punti di Pil. Inoltre, le varie Cig sono incardinate sulla difesa del lavoro dov'era e com'era. Di qui il divieto di licenziamenti: che nessun Paese avanzato ha adottato, e che impedisce e ritarda le ristrutturazioni aziendali, nuovi investimenti e nuovi assunti. Non solo significa accollare allo Stato chi potrebbe trovare nuovo lavoro, implica anche dover evitare alle imprese per chissà quanto l'eventualità di procedure concorsuali, visto che non possono ristrutturare.La politica fatica a rinunciare alla promessa "ci occuperemo di tutti", ma al Mef sanno bene che la cassa è corta e le risorse europee verranno più avanti se presenteremo un buon piano, ma l'Inps è chiamato a erogare oggi, ogni mese.

La covenienza di imprese e sindacati

Di qui il primo confronto di reciproca convenienza tra imprese e sindacati. Facciamo un esempio. Esaminare insieme i settori più colpiti dal Covid e in cui la domanda stenterà a riprendersi nel breve, e solo in quelli concordare - con verifiche semestrali - la richiesta di protrarre a oltranza le Cig richieste. Mentre, su tutto il resto, negoziare con la politica un passaggio al Naspi in presenza però di 2 mutamenti incisivi. L'avvio di vere ed energiche politiche attive del lavoro, uccise dall'averle volute annegare nel Reddito di Cittadinanza, e un significativo contributo delle imprese alla riformazione e ricollocazione degli addetti. Che cosa può spingere imprese e sindacati a una convergenza di questo tipo? L'altra emergenza che è il terreno elettivo delle relazioni industriali: i contratti. Dopo lo stop del lockdown, riprende il confronto su molti tavoli che erano stati sospesi, a cominciare da quello, sempre ad alto valore simbolico, dei metalmeccanici. E ai tavoli contrattuali il punto debole è che l'indice Ipca, il benchmark per calcolare gli aumenti salariali che fa riferimento ai prezzi al netto dell'effetto di quelli energetici, in un'Italia a costante deflazione vedrebbe rinnovi con retribuzioni nel migliore dei casi solo stagnanti. Un effetto inaccettabile per il sindacato, e che in realtà non interessa neanche a vasta parte delle imprese, dopo anni di domanda interna stagnante.

La proposta di Confindustria

Si vedrà presto se i sindacati, in tutto o in parte, accetteranno il confronto che su questi temi propone loro la nuova Confindustria di Carlo Bonomi, che al tema ha dedicato vaste parti delle sue relazioni annuali da presidente di Assolombarda. In sintesi: "Cambiamo insieme l'Italia dal basso, con i contratti". Ridefiniamo insieme nei contratti che cos'è il lavoro in un Paese trasformatore ed esportatore che regge sui mercati solo se cresce nel valore aggiunto e nelle tecnologie, riscriviamo insieme i vecchi mansionari del fordismo. Condividiamo l'idea che l'ottica giusta non è solo quella nazionale, ma di filiera e di azienda. Aggiungiamo insieme nei contratti un parametro di certificazione e riqualificazione del capitale umano impiegato e da assumere. Rendiamo insieme il diritto alla formazione permanente un vero e proprio diritto delle persone. Proponiamo insieme alla politica - la base è l'accordo interconfederale del 2018, il "patto della fabbrica" - dei correttivi alla rappresentanza e all'esigibilità contrattuale senza offrire il fianco a tentazioni politiche di legiferare ledendo l'autonomia delle parti sociali. Proponiamo alla politica un salario di produttività, di formazione e di welfare aziendale che limiti la tentazione di un elevato salario minimo per legge - a differenza che in altri Paesi dove copre cifre minoritarie dei salari medi - che però finirebbe per vanificare la capacità innovativa dei contratti che negoziamo tra imprese e sindacati. Difficile immaginare decolli un confronto simile? Qual è, l'alternativa, affidarsi a Pd e 5S, e far decidere a loro? Lo vedremo presto. Può essere che prevalga l'idea "la crisi non è tempo per riforme serie". Ma l'Italia da 25 anni è a bassa produttività, demografia asfittica, debito crescente, bassi investimenti. E se a ogni nuova crisi paghiamo prezzi più elevati degli altri, è anche perché nelle crisi precedenti ha vinto la paura di pensare il nuovo.