Le elezioni americane sono il grande evento dell'autunno. Come tale avranno un impatto anche sugli scenari dell'economia globale. Di quale segno? Una prima risposta la si può cercare nell'andamento della Borsa di Wall Street, per capire in quale misura le quotazioni di questo periodo "incorporino" anche una scommessa sul voto del 3 novembre. Donald Trump è tornato a esaltare il boom di Borsa nei suoi ultimi comizi, e si capisce perché: l'indice Standard&Poor's 500 ha ormai completamente cancellato le perdite del 2020 ed è tornato a segnare nuovi record. Ma quanto è indicativo della situazione economica in generale? I mercati azionari ci rappresentano una realtà parziale, per il peso preponderante che hanno conquistato nei listini le aziende Big Tech. I cinque giganti del digitale (Apple Amazon Microsoft Alphabet-Google e Facebook) ormai valgono il 25% di tutto l'indice S&P500; hanno raddoppiato il loro peso relativo in soli quattro anni. Apple vale 11 volte quella ex-regina della Borsa nella Old Economy che era stata la compagnia petrolifera Exxon. Certo la dimensione e la vitalità del settore digitale Usa non si limita ai cinque leader, dietro di loro ci sono aziende meno grandi che vanno annoverate tra le vincitrici di questa crisi (da Cisco a Netflix, da Logitech a Zoom, per citarne alcune). Però dal punto di vista dell'impatto occupazionale e sociale c'è una vasta porzione dell'economia che ha sofferto duramente e ha distrutto decine di milioni di posti di lavoro, senza che questo si rifletta negli indici "sintetici" di Wall Street.
La Borsa americana
L'exploit della Borsa americana dice qualcosa dello scenario elettorale? Trump vuole usarlo come prova che sotto la sua guida la crisi è stata breve e si sta già concludendo con una veloce ripresa. Di sicuro gli investitori – americani o stranieri – non sembrano preoccupati dalle incertezze elettorali. Gli scommettitori danno favorito Biden e dunque una presidenza democratica è per forza lo scenario numero uno per gli investitori. Questo fa pensare che non prendano sul serio le ambizioni riformiste dei democratici. Almeno finché dominavano la scena esponenti dell'ala sinistra come Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, la Silicon Valley sembrava destinata a subire un'offensiva Antitrust. Dalle quotazioni di Borsa si direbbe che quella minaccia non è considerata all'ordine del giorno. Ma l'ottimismo di Wall Street, che sconfina con l'euforia, sembra ridimensionare anche altre ambizioni riformiste dei democratici. Una lotta alle diseguaglianze, se vuol essere efficace, dovrebbe includere una profonda riforma fiscale che inverta il segno di quella varata da Trump all'inizio del suo mandato. Se i democratici vanno presi alla lettera, dovrebbero spostare il segno della pressione fiscale sulle imprese e sui redditi da capitali: questo non è nelle attese degli investitori, a giudicare dall'andamento dei listini. Se ne deduce che il mondo della finanza punta su un'alternanza soft nei contenuti della politica economica, oppure su una rimonta di Trump? Il cinismo degli investitori non è infondato. Ancora una volta, come nel 2008, in caso di vittoria di Biden-Harris la sinistra erediterebbe un'economia stremata da una crisi grave. Se il precedente di Obama-Biden 12 anni fa insegna qualcosa, è che in mezzo a una recessione o addirittura a una depressione la sinistra tende ad affidarsi alle ricette più tradizionali, non osa lanciare operazioni d'ingegneria sociale molto audaci (il New Deal del 1933 è un'altra storia). Inoltre una vittoria dei democratici nella corsa alla Casa Bianca non comporta necessariamente una loro riconquista della maggioranza al Senato. Basterebbe un veto repubblicano per costringere alla ricerca di compromessi bipartisan. Si aggiunge la biografia politica di Biden (e in parte della stessa Kamala Harris), chiaramente centrista, per rassicurare il capitalismo americano.
Larghe intese
Salvo grosse sorprese, dopo il 3 novembre la politica economica degli Stati Uniti continuerà ad essere dominata dalla ricerca di larghe intese su manovre di sostegno alla crescita; più una politica monetaria eccezionalmente espansiva. Tempi e modi della ripresa dipenderanno da quanto sarà energica e tempestiva la nuova manovra. Forse l'unico scenario veramente temuto – e stupisce che i mercati non gli dedichino maggiore attenzione – è quello di un'elezione contesa nei Tribunali per un paio di mesi. Visto che Trump ha costruito una carriera affaristica sulla litigation e sull'aggressività dei suoi avvocati, bisognerebbe prevedere che qualcosa di sgradevole accada in ogni Stato Usa in cui Biden dovesse vincere per il rotto della cuffia. Questo significa uno scenario di prolungata incertezza, tale da arrecare danni alla ripresa e anche alla Borsa. Sul fronte internazionale la guerra fredda con la Cina dominerà la scena: prima e anche dopo il 3 novembre. L'ostilità tra le due superpotenze ha continuato la sua escalation implacabile. Nelle ultime settimane Washington ha varato nuove sanzioni contro dirigenti cinesi responsabili degli abusi contro la minoranza islamica degli uiguri nello Xinjiang; ha dichiarato illegali le pretese territoriali di Pechino nel Mare della Cina meridionale; ha tolto a Hong Kong tutti i privilegi commerciali fiscali e diplomatici; ha incriminato alcuni cinesi per spionaggio; ha chiuso il consolato della Repubblica Popolare a Houston, Texas, sospettato di essere un covo di spie (tra le altre cose i diplomatici cinesi di stanza a Houston avrebbero tentato di carpire segreti sulle ricerche di vaccini anti-coronavirus). Infine Trump ha varato nuove sanzioni contro Huawei, in quella che Pechino definisce una volontà deliberata di "soppressione" del campione nazionale cinese delle telecom.
La Cina
Trump userà la Cina nella sua campagna contro Biden, cercando di descrivere il suo rivale democratico come un esponente del vecchio establishment che firmò accordi di libero scambio ai danni della classe operaia americana, e fece concessioni fatali al regime di Pechino. Ma Biden ha indossato a sua volta i panni del falco. Lungi dal promettere un disgelo con Xi Jinping, il democratico preannuncia che sarebbe più duro di Trump sui diritti umani, più credibile di Trump nel chiamare a raccolta gli alleati per fare fronte unito contro Pechino, più efficace di Trump nell'attuare una politica industriale che recuperi il ritardo americano nella tecnologia 5G. Non può sfuggire un dato: Apple era stata indicata più volte come una vittima potenziale delle misure protezioniste di Trump. Poiché l'azienda californiana assembla molti prodotti in Cina, e ha in quel Paese un mercato importante, la si è spesso considerata vulnerabile alle ritorsioni di Pechino. La sua salute eccellente – sancita dai 2 mila miliardi di capitalizzazione in Borsa – per ora toglie un argomento a quei detrattori di Trump che giudicano nefasto il suo braccio di ferro con Xi Jinping. Una presidenza Biden avrebbe senz'altro ricadute benefiche per l'Europa: l'establishment democratico infatti nelle sue ultime revisioni dell'analisi sulla Cina non contesta che l'espansionismo di Xi vada arrestato, ma giudica sbagliate le tattiche solitarie di Trump. Il duo Biden-Harris cercherebbe di coinvolgere gli europei in un fronte comune; di conseguenza sarebbe pronto a cedere qualcosa nella guerra sui dazi Usa-Ue. Una parziale schiarita nelle relazioni transatlantiche si accompagnerebbe a una rivalutazione delle istituzioni sovranazionali; ma non a un disgelo con Pechino né tantomeno con Mosca.