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Quell’incrocio non è più pericoloso: le mosse di Mediaset, Vivendi e Tim

Una telefonata tra De Puyfontaine e Berlusconi jr riapre la discussione per una alleanza industriale tra i due gruppi media. Ma Bolloré può giocare su due tavoli essendo il primo azionista di Tim e il secondo del Biscione
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Può una telefonata far dimenticare quattro anni di battaglie legali senza esclusione di colpi? Mercoledì scorso Arnaud De Puyfontaine e Pier Silvio Berlusconi si sono parlati per la prima volta dal 2016, dopo quattro anni trascorsi più nelle aule dei Tribunali che a fare business, e che non sono bastati a decidere il nome del vincitore nel duro confronto che ha opposto il finanziere bretone Vincent Bolloré e Silvio Berlusconi nella partita per il consolidamento dei media europei. Anzi, a questo punto, dopo tre sentenze sfavorevoli a Mediaset – in Spagna, Olanda e Corte di Giustizia europea – il pallino sembra essere tornato al punto di partenza: bisogna cercare un accordo industriale. Nella primavera 2016 i due gruppi si erano messi d’accordo per unire le forze e cercare di arginare quello che già allora sembrava a tutti il principale pericolo, l’avanzata di Netflix anche in Europa.
E in effetti la previsione era corretta, vis…
Può una telefonata far dimenticare quattro anni di battaglie legali senza esclusione di colpi? Mercoledì scorso Arnaud De Puyfontaine e Pier Silvio Berlusconi si sono parlati per la prima volta dal 2016, dopo quattro anni trascorsi più nelle aule dei Tribunali che a fare business, e che non sono bastati a decidere il nome del vincitore nel duro confronto che ha opposto il finanziere bretone Vincent Bolloré e Silvio Berlusconi nella partita per il consolidamento dei media europei. Anzi, a questo punto, dopo tre sentenze sfavorevoli a Mediaset – in Spagna, Olanda e Corte di Giustizia europea – il pallino sembra essere tornato al punto di partenza: bisogna cercare un accordo industriale. Nella primavera 2016 i due gruppi si erano messi d’accordo per unire le forze e cercare di arginare quello che già allora sembrava a tutti il principale pericolo, l’avanzata di Netflix anche in Europa.
E in effetti la previsione era corretta, vista la strada che in questi quattro anni ha percorso il colosso guidato da Reed Hastings, arrivato a 4,6 milioni di abbonati in Italia e quasi 7 milioni in Francia. L’idea di Mediaset e Vivendi era di mettere a fattor comune le rispettive piattaforme di tv a pagamento, Premium in Italia e Canal Plus Oltralpe, cercando sinergie e nuovi mercati di sbocco negli altri Paesi europei. Il tutto suggellato anche da uno scambio azionario che metteva la materia nella cornice della grande alleanza italo-francese nei media. Le cose sono precipitate malamente già in quell’estate del 2016, quando Berlusconi dovette affrontare una difficile operazione al cuore, e poi quando il 27 luglio Arnaud De Puyfontaine, ad di Vivendi, stracciò il contratto di acquisto di Premium per ragioni ancora misteriose. Così l’accordo si trasforma improvvisamente in una trappola per entrambi i contendenti. E felici restano solo gli avvocati.

La fine delle ostilità

Nel frattempo quel che rimaneva di Premium è stato trasferito a Sky e le pay-tv sono sempre più in difficoltà per l’avanzata sul mercato non solo di Netflix ma di tutto lo streaming a pagamento. In questi giorni i due gruppi hanno scoperto che non vale la pena prendersi a pugni in faccia e limitarsi a gestire il declino dei media tradizionali in Europa e che occorre fare qualcosa di strategico, subito. Forse è troppo tardi, ma vale la pena di provarci ancora. Così De Puyfontaine e Pier Silvio hanno deciso di ritessere la tela, senza advisor e consulenti per il momento, per capire da dove si può ripartire. Non si parlerà più di risarcimenti, per non indispettirsi a vicenda, ma di investimenti comuni in società ancora da definire. L’idea di una holding comune in Olanda dove far confluire alcune attività dei due gruppi può essere rispolverata, ma la governance deve tener conto che Vivendi ha il 29% di Mediaset, come deciso dalla recente sentenza europea.
Del gruppo potrebbe far parte anche la tedesca Prosiebensat, di cui Mediaset negli ultimi tempi ha rastrellato un 25% in Borsa senza il consenso del management. Vivendi fa sapere di avere buoni rapporti con i tedeschi e potrebbe creare un clima più favorevole. Tuttavia la diffidenza nei confronti di Bolloré è tanta, visti i voltafaccia che ha prodotto lungo l’arco della sua carriera. L’ultimo, proprio in Francia, è delle settimane scorse e riguarda il gruppo Lagardère. Prima Vivendi si è schierata a fianco della famiglia, poi gli ha voltato le spalle alleandosi con il fondo Amber che da anni critica la gestione. Chi può assicurare che l’obbiettivo finale di Bolloré non sia quello di inglobare tutta Mediaset e giocare la parte del leone nell’informazione italiana?

Gli intrecci con Telecom

Da Parigi arrivano messaggi distensivi: senza Premium, Mediaset è meno interessante e si potrebbe anche scendere un po’ nel capitale. Soprattutto si fa notare che la partita Mediaset è separata dai movimenti in corso su Telecom, l’oggetto inziale della campagna d’Italia di Bolloré. In questa fase non si vuole aggiungere troppa carne al fuoco, ma è ovvio che non è così. La riscrittura della legge Gasparri potrebbe infatti portare a un allentamento delle barriere fino a ieri esistenti in Italia tra proprietà di giornali, di tv e telecomunicazioni. L’interesse manifestato pubblicamente da Mediaset per la rete Telecom all’indomani della sentenza europea può apparire una boutade, ma ha un retroterra industriale. I contenuti tv infatti non viaggiano più solo sulle reti broadcasting ma anche online: e questa è una tendenza che si rafforzerà in futuro. Il nuovo modello di business, dunque, etere e online, non potrà prescindere dal collegamento a una rete in fibra che entri fino nelle case degli italiani e che nei principi di tutti gli operatori deve essere indipendente, mettendo tutti sullo stesso piano. Non è un mistero, infatti, che le Big Tech, con la loro forza muscolare e le enormi risorse finanziarie, si possano assicurare una quantità di “banda garantita” dai gestori della rete, che permette qualità e velocità di immagini migliori. Quindi se il progetto di rete unica attualmente allo studio tra Tim, Cdp e il governo lo dovesse rendere necessario, Mediaset potrebbe anche partecipare al capitale della nuova società (AccessCo) al fianco degli operatori tlc, proprio con la finalità di garantire condizioni di neutralità ed efficienza.
Qui però si torna in Francia, al quartier generale di Vivendi, la quale è il principale azionista di Tim con il 24%. Il progetto di rete unica è agli albori ma alcuni paletti sono stati piantati: nella lettera d’intenti firmata da Tim e Cdp (proprietaria del 50% di Open Fiber, la rete in fibra alternativa a Telecom che dovrebbe confluire nel progetto) c’è scritto che Tim non potrà scendere sotto il 51% di tale società, dovrà avere 7 consiglieri su 15, contro i 5 della Cdp e 3 indipendenti, e potrà nominare l’ad sebbene in concerto con Cdp, anche se in caso di stallo questa non potrebbe opporsi se non per ragionevoli motivi. È uno schema che riporta il mercato italiano a una situazione di monopolio verticalmente integrato che difficilmente in Europa potranno approvare, senza creare pericolosi precedenti. E che in Italia il Movimento 5 Stelle e il Pd hanno già cominciato a contestare.

Partita su due tavoli

Non sarà facile contrastare la manovra a tenglia di Bolloré, rafforzata dalla sentenza della Corte europea: l’incrocio Telecom- Mediaset non è più vietato, Bolloré può dunque giocare su due tavoli e fare pressioni sul governo in carica per la formulazione di una nuova legge. A un certo punto potrebbe anche decidere di puntare più sui contenuti, attraverso l’accordo con Mediaset, concedendo qualcosa sul fronte della rete Telecom per andare incontro alle istanze delle autorità italiane ed europee. In questo momento Bolloré ha in mano le carte più forti, ma ha anche due punti deboli: è in pesante perdita sui suoi investimenti italiani, circa 3,5 miliardi contro i 5 investiti; non conosce ancora l’esito dell’inchiesta penale in corso alla Procura di Milano che lo vede accusato di aggiotaggio per i fatti del 2016. La partita a scacchi, dopo quattro anni, sembra appena cominciata.