Stato-Benetton, stop al casello
Sergio Rizzo , di SERGIO RIZZOLa variante dei Benetton ha messo in stallo la partita a scacchi su Aspi
"Intesa all'alba, verso Aspi pubblica e Benetton fuori": titolava così l'Ansa alle 6.32 del 15 luglio un servizio di Serenella Mattera e Michele Esposito nel quale trapelava il sospiro di sollievo del governo Conte due. L'accordo prevedeva l'ingresso progressivo della Cassa depositi e prestiti nel capitale di Autostrade per l'Italia. Con la contestuale progressiva riduzione della presenza della holding Atlantia della famiglia di Ponzano Veneto. E successiva quotazione in Borsa della concessionaria che sarebbe divenuta una specie di public company ma con un azionista forte: vale a dire lo Stato, attraverso la banca del Tesoro. Nell'occasione non mancarono toni trionfalistici. Cui si lasciò andare, per esempio, un esponente del Partito democratico come Goffredo Bettini: "Il risultato è frutto della tenacia e del rigore di Giuseppe Conte". Senza però realizzare che si stavano facendo i conti senza l'oste. O megli…
"Intesa all'alba, verso Aspi pubblica e Benetton fuori": titolava così l'Ansa alle 6.32 del 15 luglio un servizio di Serenella Mattera e Michele Esposito nel quale trapelava il sospiro di sollievo del governo Conte due. L'accordo prevedeva l'ingresso progressivo della Cassa depositi e prestiti nel capitale di Autostrade per l'Italia. Con la contestuale progressiva riduzione della presenza della holding Atlantia della famiglia di Ponzano Veneto. E successiva quotazione in Borsa della concessionaria che sarebbe divenuta una specie di public company ma con un azionista forte: vale a dire lo Stato, attraverso la banca del Tesoro. Nell'occasione non mancarono toni trionfalistici. Cui si lasciò andare, per esempio, un esponente del Partito democratico come Goffredo Bettini: "Il risultato è frutto della tenacia e del rigore di Giuseppe Conte". Senza però realizzare che si stavano facendo i conti senza l'oste. O meglio, che al dunque l'oste avrebbe tirato fuori un listino prezzi ben diverso da quello che si immaginava.
Il succo è che dall'alba di quel 15 luglio sono passati più di due mesi e su questo fronte non è successo nulla. Mentre il viadotto Morandi è stato ricostruito. E nell'inerzia dei due governi che si sono trovati a dover affrontare la faccenda della concessione dei Benetton, di cui era stata promessa la revoca in seguito al dramma di Genova, il risultato è che da quasi due mesi i genovesi hanno ripreso a pagare i pedaggi alla suddetta società dei Benetton. Esattamente come prima del crollo del viadotto. I familiari delle 43 vittime sono imbestialiti, ed è francamente difficile dargli torto. Ma viste le premesse non era nemmeno difficile prevedere che sarebbe andata così, come più volte da queste colonne era stato sottolineato. E ora è impossibile non constatare che all'alba del 15 luglio scorso è soltanto iniziata una lunga e complicata partita a scacchi con la famiglia Benetton e i suoi manager. Una partita dalla quale non è assolutamente detto che lo Stato ne possa uscire vincitore.
Il tempo che passa gioca a favore di Atlantia, e con l'attuale situazione politica non si possono escludere sorprese. C'è chi scommette da mesi sulla caduta del governo; altri su un robusto rimpasto che registri lo scontato ridimensionamento politico dell'ala dura grillina dopo le elezioni regionali. E con un contesto politico diverso si potrebbe magari rimettere in discussione anche l'intera posta della partita, cioè l'uscita di scena della famiglia Benetton. Non ci sono prove concrete che sia quello il vero obiettivo della strategia messa in atto dai loro manager. Ovvio. Ma è un fatto che dopo il ritorno di Gianni Mion al timone degli interessi di Ponzano Veneto il confronto con lo stato abbia assunto toni decisamente più ruvidi. E la partita a scacchi si sia incattivita ai limiti della rottura. Vero è che la Cassa depositi e prestiti ha sempre in mano un'arma di riserva, restituire il dossier alla presidenza del Consiglio che gli aveva affidato il compito di formalizzare tecnicamente l'accordo politico. La conseguenza di una simile decisione riaprirebbe la strada alla revoca della concessione, ma anche qui non senza problemi. Ci sarebbero certamente ripercussioni sul valore delle azioni. Ma tremerebbero pure i creditori. Fra i quali, pensate, c'è anche la Cassa depositi e prestiti: che a dicembre del 2019, otto mesi prima del crollo del ponte Morandi, ha appunto concesso ad Autostrade per l'Italia un finanziamento di 1,7 miliardi.
E poi il tempo, anche lì, giocherebbe a favore dei Benetton, insieme al prevedibile diluvio di carte bollate. Le vie d'uscita sono dunque strettissime, e la prospettiva che la vicenda si trascini chissà per quanto non è affatto remota. Comunque, a scanso di equivoci, c'è chi ha già messo le mani avanti nel caso in cui l'accordo, alla fine, si faccia: se la quotazione in Borsa di Autostrade per l'Italia andrà in porto, ai manager dovrà essere riconosciuto un premio congruo per lo sbarco in Piazza Affari. Non ci sono parole.
Il succo è che dall'alba di quel 15 luglio sono passati più di due mesi e su questo fronte non è successo nulla. Mentre il viadotto Morandi è stato ricostruito. E nell'inerzia dei due governi che si sono trovati a dover affrontare la faccenda della concessione dei Benetton, di cui era stata promessa la revoca in seguito al dramma di Genova, il risultato è che da quasi due mesi i genovesi hanno ripreso a pagare i pedaggi alla suddetta società dei Benetton. Esattamente come prima del crollo del viadotto. I familiari delle 43 vittime sono imbestialiti, ed è francamente difficile dargli torto. Ma viste le premesse non era nemmeno difficile prevedere che sarebbe andata così, come più volte da queste colonne era stato sottolineato. E ora è impossibile non constatare che all'alba del 15 luglio scorso è soltanto iniziata una lunga e complicata partita a scacchi con la famiglia Benetton e i suoi manager. Una partita dalla quale non è assolutamente detto che lo Stato ne possa uscire vincitore.
Gli ostacoli
A ogni mossa l'avversario oppone ostacoli insormontabili. L'ultimo in ordine di tempo è la cosiddetta manleva. La Cassa depositi e prestiti chiede che i rischi connessi ai problemi che si dovessero materializzare per responsabilità del gestore uscente ricadano su di esso e non su chi lo sostituisce. L'esempio del crollo di Genova rende bene l'idea delle dimensioni di quei rischi. Ma la richiesta della Cassa è stata respinta al mittente. E la questione della manleva è un dettaglio fondamentale, capace di rendere impossibile un accordo già per molti aspetti improponibile. Uno di questi è il prezzo. Perché il previsto ritorno delle Autostrade nell'alveo pubblico non è affatto gratis, come invece ci avevano fatto sempre capire per due anni i sostenitori della revoca della concessione rifiutando tassativamente l'idea di dover pagare anche un solo euro di indennizzo. Per subentrare alla holding Atlantia controllata dalla famiglia Benetton nel capitale di Autostrade la Cassa depositi e prestiti deve acquistare le azioni dalla medesima Atlantia, quindi pagarle ai Benetton e agli altri soci. Un dettaglio che nei commenti trionfalistici seguiti alla presunta intesa del 15 luglio tutti si sono ben guardati dal sottolineare, e si capisce perché.Il colpo di scena
Ma lo schema inizialmente stabilito e concordato con Atlantia, cioè l'acquisto a fermo con la futura quotazione in Borsa, all'inizio di agosto ha subito anche un colpo di scena. Atlantia ha deciso di non vendere più le azioni di Autostrade direttamente alla Cassa bensì di cederle sul mercato: dove la banca del Tesoro, se vuole, può acquistarle. Questo servirebbe, dicono, a tutelare gli azionisti minori. Ma certo non i contribuenti, visto che lo Stato dovrebbe cacciare molti soldi in più del previsto. Ed è una condizione che i vertici della Cassa non possono considerare accettabile: va sempre ricordato che le sue risorse vengono dal risparmio postale. Perché la trattativa abbia preso una piega capace di condurla inevitabilmente su un binario morto, è presto detto.Il tempo che passa gioca a favore di Atlantia, e con l'attuale situazione politica non si possono escludere sorprese. C'è chi scommette da mesi sulla caduta del governo; altri su un robusto rimpasto che registri lo scontato ridimensionamento politico dell'ala dura grillina dopo le elezioni regionali. E con un contesto politico diverso si potrebbe magari rimettere in discussione anche l'intera posta della partita, cioè l'uscita di scena della famiglia Benetton. Non ci sono prove concrete che sia quello il vero obiettivo della strategia messa in atto dai loro manager. Ovvio. Ma è un fatto che dopo il ritorno di Gianni Mion al timone degli interessi di Ponzano Veneto il confronto con lo stato abbia assunto toni decisamente più ruvidi. E la partita a scacchi si sia incattivita ai limiti della rottura. Vero è che la Cassa depositi e prestiti ha sempre in mano un'arma di riserva, restituire il dossier alla presidenza del Consiglio che gli aveva affidato il compito di formalizzare tecnicamente l'accordo politico. La conseguenza di una simile decisione riaprirebbe la strada alla revoca della concessione, ma anche qui non senza problemi. Ci sarebbero certamente ripercussioni sul valore delle azioni. Ma tremerebbero pure i creditori. Fra i quali, pensate, c'è anche la Cassa depositi e prestiti: che a dicembre del 2019, otto mesi prima del crollo del ponte Morandi, ha appunto concesso ad Autostrade per l'Italia un finanziamento di 1,7 miliardi.
E poi il tempo, anche lì, giocherebbe a favore dei Benetton, insieme al prevedibile diluvio di carte bollate. Le vie d'uscita sono dunque strettissime, e la prospettiva che la vicenda si trascini chissà per quanto non è affatto remota. Comunque, a scanso di equivoci, c'è chi ha già messo le mani avanti nel caso in cui l'accordo, alla fine, si faccia: se la quotazione in Borsa di Autostrade per l'Italia andrà in porto, ai manager dovrà essere riconosciuto un premio congruo per lo sbarco in Piazza Affari. Non ci sono parole.