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Giganti digitali troppo grandi: ma le antitrust Usa e Ue sono divise

Trump non era a favore di uno “spezzatino” e Biden non ha posizioni troppo distanti, ma anche a Bruxelles si guarda a soluzioni diverse perché uno scontro frontale potrebbe non convenire a nessuno
4 minuti di lettura
Quando nel maggio del 2017 Jeff Bezos si ritrovò a rispondere a una domanda sulla trimestrale di Amazon, il fondatore del gigante dell’e-commerce riuscì a sorprendere la platea del New York Economic Club. Chi faceva la domanda si riferiva al trimestre in corso, ma Bezos rispose parlando dello stesso trimestre di tre anni più tardi, dunque del periodo che si è chiuso il 30 settembre 2020. La rincorsa di Big Tech e la prevalenza dei campioni digitali nell’economia contemporanea è descritta bene da questo scatto temporale. È una rincorsa che non tende a frenare: i cinque colossi del digitale hanno assorbito e superato anche la pandemia. Hanno finanza e intelligenza per progettare a lungo termine. Diventano sempre più grandi e attraggono l’attenzione dei regolatori di tutte le democrazie occidentali, che si ritrovano tutti impegnati nel tentativo di rispondere a una domanda: quanto è troppo grande?

La dimensione e …
Quando nel maggio del 2017 Jeff Bezos si ritrovò a rispondere a una domanda sulla trimestrale di Amazon, il fondatore del gigante dell’e-commerce riuscì a sorprendere la platea del New York Economic Club. Chi faceva la domanda si riferiva al trimestre in corso, ma Bezos rispose parlando dello stesso trimestre di tre anni più tardi, dunque del periodo che si è chiuso il 30 settembre 2020. La rincorsa di Big Tech e la prevalenza dei campioni digitali nell’economia contemporanea è descritta bene da questo scatto temporale. È una rincorsa che non tende a frenare: i cinque colossi del digitale hanno assorbito e superato anche la pandemia. Hanno finanza e intelligenza per progettare a lungo termine. Diventano sempre più grandi e attraggono l’attenzione dei regolatori di tutte le democrazie occidentali, che si ritrovano tutti impegnati nel tentativo di rispondere a una domanda: quanto è troppo grande?

La dimensione e la trasversalità di Apple, Microsoft, Amazon, Alphabet e Facebook può far male all’economia, ai consumatori o alla concorrenza sul mercato? La grande notizia che questo folle 2020 ci porta, quasi alla fine dell’anno, è che dopo anni di malintesi, di annunci su interventi dall’alto che avrebbero dovuto risolvere ogni problema, dopo un po’ di inutile caccia alle streghe, il processo a Big Tech sta per iniziare. È un processo, è vero, ma gli anni di preparazione (e i milioni di dollari spesi per assicurarsi i migliori lobbisti sulla piazza, da Washington a Bruxelles) lo fanno assomigliare sempre più a un tavolo negoziale: da una parte la mano pubblica, lo Stato che deve provare a garantire la concorrenza e tutelare i consumatori, dall’altra i grandi gruppi che vorrebbero continuare a crescere.

I processi

Ogni grande democrazia sta preparando il processo: negli Stati Uniti, dopo anni di parole, il Dipartimento di Giustizia ha fatto causa a Google e prepara un nuovo caso contro Facebook. Nel Regno Unito l’antitrust ha detto al governo di creare una nuova authority per controllare l’attività dei gruppi tech entro un anno. In caso contrario sarà l’antitrust ad agire direttamente. L’Unione Europea si è mossa costantemente negli ultimi anni con diverse indagini che hanno portato Google a pagare multe per 8,2 miliardi di euro: il motore di ricerca ha contestato le decisioni, pagato il conto, e poi ha continuato a crescere. Anche di fronte all’esito dubbio di queste indagini, dagli interventi antitrust si passa a un nuovo schema, ovvero si pensa a scrivere nuove regole. Sono percorsi lenti e tortuosi, dunque la vera novità sembra essere (finalmente) una nuova consapevolezza del mercato. Per esempio, per anni abbiamo sentito politici o attivisti spiegare che l’unica soluzione sarebbe stata “fare a pezzi” le società divenute troppo grandi. Poche settimane fa la persona che più si è battuta per regolare l’attività di Big Tech in Europa, la vicepresidente della Commissione Margrethe Vestager, ha praticamente tolto dal tavolo l’ipotesi “spezzatino”, spiegando che “non è la cosa giusta da fare”.

Inizia una nuova era, in cui l’industria tech – trasversale per definizione – diventa regolata. «La regolazione - spiegava nel marzo di quest’anno Benedict Evans, analista e investitore ad Affari & Finanza - ha sempre un processo disordinato e complicato, sembra facile ma in verità non lo è. Il punto fondamentale è chiedersi quale problema si vuole risolvere». Nel dialogo entrano quindi per forza in campo i decisori politici: entro la fine dell’anno la Commissione europea presenterà una proposta legislativa, il Digital Services Act, che dovrà riscrivere le regole del gioco. Un punto chiave della bozza pubblicata a fine settembre ha già scatenato un putiferio perché prevede che le grandi società tech siano obbligate a condividere i dati dei propri utenti con i concorrenti più piccoli.

Misure drastiche

Per portarla nel concreto, Amazon e Google potrebbero essere forzate a non usare i dati degli utenti, a meno che non siano pronte a condividere gli stessi dati con altri attori del mercato. Non è facile stimare la probabilità che una misura tanto drastica sia davvero approvata. Se è vero che la mano pubblica vuole garantire la concorrenza, come si potrà spiegare la scelta a chi ha investito milioni o miliardi per costruire una base utenti? C’è poi un tema non secondario: la privacy. «L’obbligo di condivisione quantomeno solleva seri conflitti con le regole sulla privacy relative alla necessità e modalità di prestazione del consenso degli utenti - spiega ad Affari & Finanza Enzo Marasà, counsel dello studio legale Portolano Cavallo - ma non solo. Imporre ad un’impresa di aiutare i concorrenti fornendo gli asset proprietari più sensibili e di maggiore valore è un obbligo che potrebbe essere considerato sproporzionato e che comunque richiede circostanze eccezionali, che è molto dubbio sussistano nel mondo digitale».

Di nuovo, lo chiamiamo processo ma assomiglia tanto a un negoziato in cui le parti giocano una partita a scacchi alzando pretese che saranno pronte a mettere da parte in seguito. Aggiunge Marasà: «Lo scopo potrebbe essere quello di spingere le grandi piattaforme (non solo Google), con una manovra “a tenaglia” con altre autorità, ad assumersi degli impegni vincolanti che vadano in quella direzione piuttosto che affrontare un lungo contenzioso il cui esito, se avverso, potrebbe essere assai più gravoso». Il portale di prenotazioni Booking.com, raro caso di player europeo, ha già protestato contro le misure.
Il cantiere della regolazione si muove anche negli Stati Uniti. La vittoria di Joe Biden alle presidenziali, considerata quasi certa alla chiusura di questo numero di Affari & Finanza, non sembra essere una cattiva notizia per Big Tech, soprattutto alla luce del fatto che il Senato rimarrà probabilmente in mano ai repubblicani. Ai senatori spetta la conferma di ogni membro del governo, e questo potrebbe spingere Biden a scegliere una squadra senza nomi estremi, come Elizabeth Warren, che ha fatto campagna sulle sue proposte per “fare a pezzi” le società tech. In verità, democratici e repubblicani concordano sull’esigenza generale di intervenire per regolare il digitale, ma non hanno una visione coerente sulle misure da prendere.

Quando a inizio ottobre il Congresso ha approvato un voluminoso report sul mercato digitale, le 449 pagine sono state votate solo dai democratici. I repubblicani sono intervenuti più spesso per lamentare la presunta censura ai danni delle parole di Donald Trump ma storicamente privilegiano la libertà d’impresa. In ogni caso, una vera posizione repubblicana sarà nota soltanto quando il partito avrà superato (o no) l’epoca Trump. Il problema principale del report approvato dai democratici, comunque, si trova nel testo stesso: è un lungo elenco di accuse ma fin troppo generico. Non chiarisce quale sarebbe la pistola fumante da cui partire per riscrivere queste regole. Non dice quanto grande è troppo grande.
Finora (e da decenni) la linea della Federal Trade Commission, l’antitrust americano, è sempre stata: liberi tutti, a patto che il consumatore non subisca un danno. Il caso più famoso che riguarda Google risale al gennaio 2013: la commissione si espresse all’unanimità sui risultati delle ricerche pubblicati direttamente su Google. La Ftc stabilì che la società potrebbe in effetti essere un monopolio, e la sua forza potrebbe in effetti danneggiare i concorrenti, ma le pratiche non danneggiavano in nessun modo i consumatori. Oggi la musica potrebbe cambiare, ma con calma: la mossa del Dipartimento di Giustizia sul patto Google-Apple per il motore di ricerca pre-installato sugli iPhone è un caso singolo, ricorda le mosse di Vestager di qualche anno fa. Nonostante la distanza tra i due candidati, nell’arena tech, la prima battaglia della Casa Bianca di Biden sembra essere ancora quella con la Cina e i suoi asset digitali. A Pechino è più semplice, decide il partito e non c’è antitrust che tenga.