I frutti marci del sovranismo economico
di Sergio Rizzo , di Sergio RizzoCi saremmo aspettati una inchiesta seria sul vero rischio che oggi corre il nostro sistema economico e non la conquista di Generali da parte di Axa, ma l’assalto della criminalità organizzata con i soldi sporchi alle imprese stremate dalla pandemia
"Penso che Mediaset sia un grande patrimonio del nostro Paese. Non sono contrario allo scambio di accordi anche con imprenditori stranieri. Però, tutto sommato, penso che se alla fine il controllo di questa società resta in mani italiane, è meglio". Ricordate queste parole? Le pronunciò Massimo D'Alema, allora segretario dei Democratici di sinistra, a pochi mesi dall'incoronazione come primo presidente del consiglio postcomunista della Repubblica italiana. Era il 21 marzo del 1998. Quello stesso giorno Silvio Berlusconi incontrava a Londra il magnate australiano Rupert Murdoch per un accordo che secondo alcuni avrebbe potuto spalancare la porta della società italiana a un socio ingombrante come il colosso statunitense News corporation. Non se ne fece poi nulla, ma al governo di Romano Prodi all'epoca ancora in carica, e di cui D'Alema era il maggiore azionista, non passò neppure per l'anticamera del cervello di pe…
"Penso che Mediaset sia un grande patrimonio del nostro Paese. Non sono contrario allo scambio di accordi anche con imprenditori stranieri. Però, tutto sommato, penso che se alla fine il controllo di questa società resta in mani italiane, è meglio". Ricordate queste parole? Le pronunciò Massimo D'Alema, allora segretario dei Democratici di sinistra, a pochi mesi dall'incoronazione come primo presidente del consiglio postcomunista della Repubblica italiana. Era il 21 marzo del 1998. Quello stesso giorno Silvio Berlusconi incontrava a Londra il magnate australiano Rupert Murdoch per un accordo che secondo alcuni avrebbe potuto spalancare la porta della società italiana a un socio ingombrante come il colosso statunitense News corporation. Non se ne fece poi nulla, ma al governo di Romano Prodi all'epoca ancora in carica, e di cui D'Alema era il maggiore azionista, non passò neppure per l'anticamera del cervello di pensare a una clausola antiscalata per difendere Mediaset. Al contrario. Il segretario dei Ds già nell'estate del 1996 aveva rivendicato un presunto aiuto alla società di Berlusconi per la quotazione in Borsa. Succedeva appena una ventina d'anni fa, ma ne sembrano passati duecento.
Così ora nel decreto per mettere al riparo l'economia dal risorgere della pandemia di coronavirus, ecco un emendamento per mettere Mediaset al riparo delle mire della francese Vivendi. E il bello è che porta la firma della relatrice al provvedimento Valeria Valente, senatrice del Partito democratico: la quale, nel marzo del 1998, sedeva nei banchi del consiglio comunale di Napoli essendo stata eletta nelle liste dei Democratici di sinistra, il partito di cui D'Alema era il leader. L'emendamento innesca una istruttoria dell'Agcom, testuale, "volta a verificare la sussistenza di effetti distorsivi o di posizioni comunque lesive del pluralismo" nei confronti di un soggetto "che operi (...) anche attraverso partecipazioni in grado di determinare un'influenza notevole": con il potere, assegnato alla medesima authority, di bloccare tutto. Qui non si tratta di parteggiare per Vivendi o per Mediaset, ma di ragionare. Seguendo questa logica, per dirne una, si sarebbe dovuto impedire anche a Sky di entrare nel mercato italiano. E poi che c'entra il pluralismo? Il fatto è che si tratta di un altro sconcertante segnale del rigurgito di nazionalismo economico che dilaga ormai nel palazzo, senza distinzione alcuna fra partiti, correnti o clan.
Prova ne sia il fatto che una clausola di salvaguardia per difendere Mediaset dei francesi era stata già proposta, il 17 dicembre del 2016, dal leghista Roberto Calderoli, già vicepresidente del Senato. Che sarebbe andato pure ben oltre: "Rispetto a chi sta trasformando il nostro Paese in un enorme discount dove fare acquisti a prezzi di saldo io avrei già messo da tempo le mitragliatrici ai confini". Soprattutto, pare di capire, quelli con la Francia: che ai leghisti, da un po' di tempo a questa parte, provoca notevole allergia. Forse ancora più della stessa Europa. È sufficiente ricordare come nel febbraio 2019 il presidente francese Emmanuel Macron richiamò a Parigi l'ambasciatore francese al culmine di una violentissima sequenza di attacchi di Salvini.
Nello stesso solco, nemmeno a sottolinearlo, si agita infatti ora Raffaele Volpi: ex sottosegretario alla Difesa nel primo governo di Giuseppe Conte, attualmente presidente del Copasir, salviniano a quattro ruote motrici. La relazione appena sfornata dalla sua commissione è ancora più allucinante dell'emendamento antiscalata francese a Mediaset. Basta dire che considera un pericolo per l'interesse nazionale anche una eventuale scalata della francese Axa alle Generali. Con una motivazione che ha dell'incredibile, trattandosi per giunta di società di Paesi dell'Unione europea: siccome le Generali hanno in pancia 63 miliardi di euro di Btp, l'acquisizione da parte di Axa farebbe lievitare il portafoglio di titoli di stato italiani posseduto da una società francese (che già ne ha un bel po') a 85 miliardi e mezzo, ossia il 3,5 per cento del nostro debito pubblico. La conclusione del Copasir di Volpi è che si tratta di una minaccia, considerando anche la crescente (e minacciosa) presenza francese nel sistema finanziario italiano. Eppure durante le numerose audizioni che hanno portato la commissione a trazione leghista verso questa sorprendente teoria, qualcuno avrà spiegato ai commissari che non il 3,5 per cento, bensì il 36 per cento del debito pubblico italiano è già in mani straniere. E che la maggior parte, il 78 per cento, è posseduto da Paesi dell'Unione europea: con al primo posto, con il 21 per cento, proprio la Francia. Altri avranno potuto ricordare come le Generali siano state a lungo guidate da un banchiere francese, tale Antoine Bernheim, senza che questo abbia compromesso la ora così irrinunciabile "italianità" della compagnia. E che il secondo azionista di Mediobanca, cioè la società che con poco meno del 13,5 per cento di fatto controlla Generali, sia a sua volta la famiglia del finanziere Vincent Bollorè: francese. Il che, pure in questo caso, non ha affatto pregiudicato l'"italianità" della creatura di Enrico Cuccia. E infine, se l'acquisizione delle Generali da parte dei francesi rappresenta un vulnus per l'interesse nazionale, come la mettiamo con la fusione fra la Fiat e la francese Psa?
Tali ovvie considerazioni sarebbero bastate a sgretolare la tesi della minaccia che viene da Oltralpe: questa sì, davvero molto pericolosa, oltre che campata per aria. Ma dove il seme del sovranismo attecchisce, anche il buonsenso va a farsi friggere. E purtroppo, come si è visto, i suoi frutti marci non risparmiano neppure chi a parole dice di volerlo combattere. La faccenda non meriterebbe altri commenti se non fossimo nel momento in cui siamo. Per questo, anziché una indagine sulle presunte offensive economiche di imprese francesi verso le banche e le assicurazioni italiane, da una commissione incaricata di vigilare sulla sicurezza nazionale ci saremmo aspettati una inchiesta seria sul vero rischio che oggi corre il nostro sistema economico. Non la conquista di Generali da parte di Axa, ma l'assalto della criminalità organizzata con i soldi sporchi alle imprese stremate dalla pandemia.
L'emendamento
Così ora nel decreto per mettere al riparo l'economia dal risorgere della pandemia di coronavirus, ecco un emendamento per mettere Mediaset al riparo delle mire della francese Vivendi. E il bello è che porta la firma della relatrice al provvedimento Valeria Valente, senatrice del Partito democratico: la quale, nel marzo del 1998, sedeva nei banchi del consiglio comunale di Napoli essendo stata eletta nelle liste dei Democratici di sinistra, il partito di cui D'Alema era il leader. L'emendamento innesca una istruttoria dell'Agcom, testuale, "volta a verificare la sussistenza di effetti distorsivi o di posizioni comunque lesive del pluralismo" nei confronti di un soggetto "che operi (...) anche attraverso partecipazioni in grado di determinare un'influenza notevole": con il potere, assegnato alla medesima authority, di bloccare tutto. Qui non si tratta di parteggiare per Vivendi o per Mediaset, ma di ragionare. Seguendo questa logica, per dirne una, si sarebbe dovuto impedire anche a Sky di entrare nel mercato italiano. E poi che c'entra il pluralismo? Il fatto è che si tratta di un altro sconcertante segnale del rigurgito di nazionalismo economico che dilaga ormai nel palazzo, senza distinzione alcuna fra partiti, correnti o clan.
Il precedente
Prova ne sia il fatto che una clausola di salvaguardia per difendere Mediaset dei francesi era stata già proposta, il 17 dicembre del 2016, dal leghista Roberto Calderoli, già vicepresidente del Senato. Che sarebbe andato pure ben oltre: "Rispetto a chi sta trasformando il nostro Paese in un enorme discount dove fare acquisti a prezzi di saldo io avrei già messo da tempo le mitragliatrici ai confini". Soprattutto, pare di capire, quelli con la Francia: che ai leghisti, da un po' di tempo a questa parte, provoca notevole allergia. Forse ancora più della stessa Europa. È sufficiente ricordare come nel febbraio 2019 il presidente francese Emmanuel Macron richiamò a Parigi l'ambasciatore francese al culmine di una violentissima sequenza di attacchi di Salvini.
Nello stesso solco, nemmeno a sottolinearlo, si agita infatti ora Raffaele Volpi: ex sottosegretario alla Difesa nel primo governo di Giuseppe Conte, attualmente presidente del Copasir, salviniano a quattro ruote motrici. La relazione appena sfornata dalla sua commissione è ancora più allucinante dell'emendamento antiscalata francese a Mediaset. Basta dire che considera un pericolo per l'interesse nazionale anche una eventuale scalata della francese Axa alle Generali. Con una motivazione che ha dell'incredibile, trattandosi per giunta di società di Paesi dell'Unione europea: siccome le Generali hanno in pancia 63 miliardi di euro di Btp, l'acquisizione da parte di Axa farebbe lievitare il portafoglio di titoli di stato italiani posseduto da una società francese (che già ne ha un bel po') a 85 miliardi e mezzo, ossia il 3,5 per cento del nostro debito pubblico. La conclusione del Copasir di Volpi è che si tratta di una minaccia, considerando anche la crescente (e minacciosa) presenza francese nel sistema finanziario italiano. Eppure durante le numerose audizioni che hanno portato la commissione a trazione leghista verso questa sorprendente teoria, qualcuno avrà spiegato ai commissari che non il 3,5 per cento, bensì il 36 per cento del debito pubblico italiano è già in mani straniere. E che la maggior parte, il 78 per cento, è posseduto da Paesi dell'Unione europea: con al primo posto, con il 21 per cento, proprio la Francia. Altri avranno potuto ricordare come le Generali siano state a lungo guidate da un banchiere francese, tale Antoine Bernheim, senza che questo abbia compromesso la ora così irrinunciabile "italianità" della compagnia. E che il secondo azionista di Mediobanca, cioè la società che con poco meno del 13,5 per cento di fatto controlla Generali, sia a sua volta la famiglia del finanziere Vincent Bollorè: francese. Il che, pure in questo caso, non ha affatto pregiudicato l'"italianità" della creatura di Enrico Cuccia. E infine, se l'acquisizione delle Generali da parte dei francesi rappresenta un vulnus per l'interesse nazionale, come la mettiamo con la fusione fra la Fiat e la francese Psa?
Tali ovvie considerazioni sarebbero bastate a sgretolare la tesi della minaccia che viene da Oltralpe: questa sì, davvero molto pericolosa, oltre che campata per aria. Ma dove il seme del sovranismo attecchisce, anche il buonsenso va a farsi friggere. E purtroppo, come si è visto, i suoi frutti marci non risparmiano neppure chi a parole dice di volerlo combattere. La faccenda non meriterebbe altri commenti se non fossimo nel momento in cui siamo. Per questo, anziché una indagine sulle presunte offensive economiche di imprese francesi verso le banche e le assicurazioni italiane, da una commissione incaricata di vigilare sulla sicurezza nazionale ci saremmo aspettati una inchiesta seria sul vero rischio che oggi corre il nostro sistema economico. Non la conquista di Generali da parte di Axa, ma l'assalto della criminalità organizzata con i soldi sporchi alle imprese stremate dalla pandemia.