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Governo in crisi: a chi tocca gestire il recovery plan

Non si parla più della governance del Pnrr: per mesi Conte ha pensato che equivalesse a indicare un referente politico, ma la Commissione indica un motore tecnico-gestionale, alla cui guida serve un uomo capace per competenza, esperienza e autorevolezza
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Che fine ha fatto uno dei temi più spinosi su cui la crisi di governo si è aperta? Sembra svanito nel nulla. Parliamo della governance su cui incardinare la gestione e il controllo per cinque anni del Recovery plan. Forse ricordate che, nella prima versione del Pnrr di novembre, era prevista una piramide al cui vertice c'era Conte, coadiuvato sì da ministri, ma la vera ossatura tecnica era affidata a sei manager pubblici delle grandi aziende di Stato, con 300 addetti sotto di essi. Sarebbe stata un'unità speciale di missione del Presidente del Consiglio. Italia Viva insorse, anche perché le scelte del Piano erano avvenute senza confronti interni alla maggioranza e senza che la stesura tecnica fosse affidata al Mef. Ma mentre alcune della sfilza di osservazioni di Italia Viva furono accolte nella nuova bozza di Pnrr varata la sera prima che si aprisse la crisi, sulla governance niente più si dice in quella bozza. Né mai più…
Che fine ha fatto uno dei temi più spinosi su cui la crisi di governo si è aperta? Sembra svanito nel nulla. Parliamo della governance su cui incardinare la gestione e il controllo per cinque anni del Recovery plan. Forse ricordate che, nella prima versione del Pnrr di novembre, era prevista una piramide al cui vertice c'era Conte, coadiuvato sì da ministri, ma la vera ossatura tecnica era affidata a sei manager pubblici delle grandi aziende di Stato, con 300 addetti sotto di essi. Sarebbe stata un'unità speciale di missione del Presidente del Consiglio. Italia Viva insorse, anche perché le scelte del Piano erano avvenute senza confronti interni alla maggioranza e senza che la stesura tecnica fosse affidata al Mef. Ma mentre alcune della sfilza di osservazioni di Italia Viva furono accolte nella nuova bozza di Pnrr varata la sera prima che si aprisse la crisi, sulla governance niente più si dice in quella bozza. Né mai più se n'é parlato.

 

220 milioni di euro

Eppure è una questione fondamentale. Nella bozza mandata al Parlamento resta solo lo stanziamento di 220 milioni di euro per, tra l'altro, l'assunzione di nuove risorse umane di supporto specialistico per la gestione e il controllo dei progetti. Non proprio poca cosa, visto che il progetto per la "valorizzazione del capitale umano" dell'intera PA assomma in totale 720 milioni. Ma come sia stata compiuta la stima di attribuzione dei 220 milioni, per che tipo di qualifiche e mansioni, di quanti addetti, in quale struttura e soggetta a chi, su tutto questo si tace.

In realtà, è chiaro il motivo per cui la scelta della governance è scomparsa. Basta leggere bene le linee guida della Commissione Ue. Non viene indicata una struttura precisa. Ma quel che è indicato con precisione è il compito di "un coordinatore", che diventa referente europeo del Piano e dei singoli progetti e riforme, con chiare deleghe e poteri di gestione rispetto a tutte le amministrazioni coinvolte, centrali e locali. E che è per questo il primo responsabile dell'implementazione di ogni singolo obiettivo intertemporale e finale richiesto dettagliatamente dalla Commissione, come degli effetti trasversali da indicare per riforme e progetti rispetto alla resilienza sociale, alla transizione digitale ed energetica. Come della loro realizzazione nel rispetto del coinvolgimento degli enti locali, nonché del varo e controllo delle estese formule di compartecipazione e partenariato pubblico-privato richieste da Bruxelles nei progetti di investimento. Infine, è referente diretto per la Ue anche per evitare frodi, intromissioni di reti criminali, elusioni o violazioni degli obblighi di concorrenza.

Ma il punto è che il Pnrr non affatto è scritto così. Non ci sono obiettivi quantitativi finali e intermedi per ognuna delle sei missioni e tanto meno per ciascuna delle 47 linee d'azione sotto le quali vanno i progetti. Senza chiari indicatori di performance non si adempie a una delle condizioni essenziali poste dalla Commissione per la verifica temporale di efficacia delle risorse assegnate, in assenza della quale le risorse possono essere revocate. Ecco perché non si parla più della governance del Pnrr. Per mesi Conte ha pensato che equivalesse a indicare un referente politico, e non poteva che essere lui. Ma la Commissione indica un motore tecnico-gestionale, alla cui guida serve un uomo capace per competenza, esperienza e autorevolezza, come ha giustamente osservato Assonime, che propone di attribuirgli la veste istituzionale di ministro ad hoc tecnico per il Piano.

 

Il Cipess

Altri pensano invece di potenziare a tal fine il Cipe. Che da inizio 2021 ha cambiato nome diventando Cipess, comitato interministeriale per la programmazione economica e lo sviluppo sostenibile, in omaggio all'agenda Onu 2030.Il vecchio Cipe nasce negli anni '60, per filiazione diretta del Comitato ricostruzione del secondo dopoguerra. Diviene poi organo di selezione degli investimenti e di regia per banche pubbliche e aziende di Stato, sotto il ministero del Bilancio. Passa negli anni '90 al ministero dell'Economia, perdendo l'analisi di gestione e divenendo organo di coordinamento delle proposte avanzate da singole amministrazioni. Infine con Prodi è incardinato presso il Dipartimento economico di Palazzo Chigi: con funzioni soprattutto di cernita e varo degli investimenti per le infrastrutture e politiche di coesione in cofinanziamento ai Fondi Europei.

Ma la proposta di usare il Cipess ha due nei. Il primo è che il suo Dipartimento attuale non ha le risorse tecniche per gestire il Pnrr. Il secondo è che resta sotto l'indirizzo politico del Presidente del Consiglio, il punto su cui la crisi di governo si è aperta. Sarebbe invece molto meglio una struttura tecnica distinta e funzionale al solo Pnrr, e all'immensa problematica di riuscire davvero a spenderne bene le ingenti risorse. Guidata non da un politico ma da un tecnico autorevole, di comprovata esperienza gestionale, davvero indipendente dai partiti. Non ne mancano, in Italia. Se solo i partiti recuperano un minimo di realismo rispetto alla sfida storica che abbiamo di fronte. E comprendono che non è il modello-Arcuri la miglior soluzione. Non si tratta di garantire a chi deve eseguire un piano di ammontare doppio del piano Marshall quello scudo verso Procure e Corte dei Conti discutibilmente attribuito al supercommissario ai vaccini e capo di Invitalia. Si tratta di affidargli poteri e procedure capaci sì di evitare le morte gore della macchina pubblica ordinaria, ma al contempo non concepite come la milionesima maxi deroga a tempo determinato, ma come un vero banco di prova dell'intera profonda riforma di efficienza ed efficacia della PA che serve al Paese.