Francia, l'Eliseo dirige l’orchestra anche quando la musica si suona nel teatro di casa
di Francesco Manacorda , di Francesco ManacordaDopo lo stop su Carrefour ai supermercati canadesi Couche-Tard, la bocciatura dell’Opa di Veolia su Suez: così però si frenano anche i cambiamenti necessari
Dirigismo, protezionismo, sovranismo. Insomma, in Francia c'è ancora spazio per il libero mercato? La domanda sarà pure provocatoria, ma appare legittima alla luce delle cronache delle ultime settimane. Prima il caso Couche-Tard e Carrefour, nel quale un'offerta non ostile della catena di supermercati canadesi sul colosso francese è stata stroncata sul nascere dal ministro delle Finanze di Parigi Bruno Le Maire, in nome della difesa - testuale - della "sovranità alimentare". Un concetto non esattamente intuitivo.
Poi, appena la scorsa settimana, un colpo deciso a una iniziativa tutta franco-francese, come l'Opa ostile lanciata dal gruppo Veolia sul suo concorrente Suez, di cui possiede già il 29,9%. Anche in questo caso l'operazione è stata stoppata senza troppi complimenti dal governo: niente campione nazionale nei servizi ambientali e nell'acqua che pure l'offerente prefigurava; anche in questo caso Le Mair…
Poi, appena la scorsa settimana, un colpo deciso a una iniziativa tutta franco-francese, come l'Opa ostile lanciata dal gruppo Veolia sul suo concorrente Suez, di cui possiede già il 29,9%. Anche in questo caso l'operazione è stata stoppata senza troppi complimenti dal governo: niente campione nazionale nei servizi ambientali e nell'acqua che pure l'offerente prefigurava; anche in questo caso Le Mair…
Dirigismo, protezionismo, sovranismo. Insomma, in Francia c'è ancora spazio per il libero mercato? La domanda sarà pure provocatoria, ma appare legittima alla luce delle cronache delle ultime settimane. Prima il caso Couche-Tard e Carrefour, nel quale un'offerta non ostile della catena di supermercati canadesi sul colosso francese è stata stroncata sul nascere dal ministro delle Finanze di Parigi Bruno Le Maire, in nome della difesa - testuale - della "sovranità alimentare". Un concetto non esattamente intuitivo.
Poi, appena la scorsa settimana, un colpo deciso a una iniziativa tutta franco-francese, come l'Opa ostile lanciata dal gruppo Veolia sul suo concorrente Suez, di cui possiede già il 29,9%. Anche in questo caso l'operazione è stata stoppata senza troppi complimenti dal governo: niente campione nazionale nei servizi ambientali e nell'acqua che pure l'offerente prefigurava; anche in questo caso Le Maire ha detto no, sostenendo che "l'offerta non è amichevole e viola gli impegni assunti", e facendo subito ricorso contro l'Opa di Veolia all'Amf, l'autorità che vigila sui mercati finanziari.
Che in Francia la politica ami leggere a modo suo lo spartito dell'economia, dirigendo l'orchestra, e soprattutto ci riesca egregiamente, non è certo una novità assoluta. Già nel 2005 l'allora primo ministro Dominique de Villepin, gollista e che aveva tra i suoi consulenti anche Le Maire, varò un decreto per difendere le imprese considerate strategiche. Da allora quell'elenco non ha fatto che allungarsi.
Quel che colpisce oggi molti osservatori, però, è il fatto che proprio il governo di Emmanuel Macron, allevato alla banca d'affari Rothschild ed eterno alfiere di una "terza via" tra Stato sociale e capitalismo in purezza di stampo globalista, paia essersi convertito all'improvviso a una dottrina mai enunciata ufficialmente, ma ormai di fatto applicata con rigore, che in alcuni casi (quello dell'offerta canadese è esemplare) pare sfiorare la xenofobia economica. Certo, Macron interpreta alla perfezione lo spirito dei tempi, specie quello post-pandemico. Così come in Italia, anche in Francia la crisi sanitaria ed economica scatenata dal coronavirus ha innescato molte riflessioni autocritiche sulla mancata autosufficienza del Paese nella capacità di rifornirsi di generi che sono diventati di prima necessità, come le mascherine o i gel igienizzanti, e allo stesso tempo ha messo in evidenza l'importanza di alcune catene distributive come per l'appunto quella degli alimentari, di cui Carrefour è protagonista indiscusso. Ma da qui ad affermare la necessità di una finora inedita "sovranità alimentare", come se una proprietà non francese potesse all'improvviso tagliare gli approvvigionamenti di latte o Camembert a milioni di francesi, ce ne corre. Eppure una sventagliata di pareri politici raccolta da Le Monde a fine gennaio sulla mossa del governo in difesa del patrimonio nazionale Carrefour ha raccolto solamente consensi da qualsiasi parte dell'arco parlamentare, estrema destra e sinistra incluse.
Tanta unanimità potrebbe forse far sorgere qualche dubbio in Macron e nei suoi ministri. Lo stesso Macron che nel gennaio 2019 - quindi prima dell'esplosione della pandemia - ospitava a Parigi un grande evento intitolato "Choose France". Davanti a lui, che si era sforzato addirittura di dare un nome in inglese all'iniziativa, oltre cento rappresentanti del mondo degli affari internazionale a cui si spiegava come l'Esagono fosse la destinazione ideale per i loro investimenti. Un anno dopo, si chiedono in molti, sarà ancora così?
La linea rafforzata del governo a favore del controllo dell'economia pone infatti problemi complessi. La pandemia richiede senza dubbio una risposta fatta anche di protezione sociale, che può in alcuni casi giustificare interventi di natura dirigista in tempi normali poco accettabili. Nel caso Veolia-Suez, ad esempio, possono aver pesato sul governo anche gli appelli dei sindacati dei lavoratori Suez che temevano pesanti tagli all'occupazione. Ma il dirigismo può avere una funzione in tempi e spazi necessariamente limitati. Il rischio della linea francese, in cui i settori da proteggere e governare si affastellano uno dopo l'altro, è che gli inevitabili mutamenti che saranno portati dalla pandemia vengano artificialmente tenuti lontani dal mondo delle imprese, evitando così qualsiasi choc, ma ipotecando in ultima battuta anche la possibilità di cambiamenti e adeguamenti della struttura produttiva e proprietaria a un mondo che sta per forza cambiando anche fuori dalla Francia. l mercato non è certo la soluzione a oggi problema, ma non basta tenerlo fuori dalla porta per risolvere questi problemi.
Poi, appena la scorsa settimana, un colpo deciso a una iniziativa tutta franco-francese, come l'Opa ostile lanciata dal gruppo Veolia sul suo concorrente Suez, di cui possiede già il 29,9%. Anche in questo caso l'operazione è stata stoppata senza troppi complimenti dal governo: niente campione nazionale nei servizi ambientali e nell'acqua che pure l'offerente prefigurava; anche in questo caso Le Maire ha detto no, sostenendo che "l'offerta non è amichevole e viola gli impegni assunti", e facendo subito ricorso contro l'Opa di Veolia all'Amf, l'autorità che vigila sui mercati finanziari.
Che in Francia la politica ami leggere a modo suo lo spartito dell'economia, dirigendo l'orchestra, e soprattutto ci riesca egregiamente, non è certo una novità assoluta. Già nel 2005 l'allora primo ministro Dominique de Villepin, gollista e che aveva tra i suoi consulenti anche Le Maire, varò un decreto per difendere le imprese considerate strategiche. Da allora quell'elenco non ha fatto che allungarsi.
La sorpresa Macron
Quel che colpisce oggi molti osservatori, però, è il fatto che proprio il governo di Emmanuel Macron, allevato alla banca d'affari Rothschild ed eterno alfiere di una "terza via" tra Stato sociale e capitalismo in purezza di stampo globalista, paia essersi convertito all'improvviso a una dottrina mai enunciata ufficialmente, ma ormai di fatto applicata con rigore, che in alcuni casi (quello dell'offerta canadese è esemplare) pare sfiorare la xenofobia economica. Certo, Macron interpreta alla perfezione lo spirito dei tempi, specie quello post-pandemico. Così come in Italia, anche in Francia la crisi sanitaria ed economica scatenata dal coronavirus ha innescato molte riflessioni autocritiche sulla mancata autosufficienza del Paese nella capacità di rifornirsi di generi che sono diventati di prima necessità, come le mascherine o i gel igienizzanti, e allo stesso tempo ha messo in evidenza l'importanza di alcune catene distributive come per l'appunto quella degli alimentari, di cui Carrefour è protagonista indiscusso. Ma da qui ad affermare la necessità di una finora inedita "sovranità alimentare", come se una proprietà non francese potesse all'improvviso tagliare gli approvvigionamenti di latte o Camembert a milioni di francesi, ce ne corre. Eppure una sventagliata di pareri politici raccolta da Le Monde a fine gennaio sulla mossa del governo in difesa del patrimonio nazionale Carrefour ha raccolto solamente consensi da qualsiasi parte dell'arco parlamentare, estrema destra e sinistra incluse.
Tanta unanimità potrebbe forse far sorgere qualche dubbio in Macron e nei suoi ministri. Lo stesso Macron che nel gennaio 2019 - quindi prima dell'esplosione della pandemia - ospitava a Parigi un grande evento intitolato "Choose France". Davanti a lui, che si era sforzato addirittura di dare un nome in inglese all'iniziativa, oltre cento rappresentanti del mondo degli affari internazionale a cui si spiegava come l'Esagono fosse la destinazione ideale per i loro investimenti. Un anno dopo, si chiedono in molti, sarà ancora così?
Controlli e problemi
La linea rafforzata del governo a favore del controllo dell'economia pone infatti problemi complessi. La pandemia richiede senza dubbio una risposta fatta anche di protezione sociale, che può in alcuni casi giustificare interventi di natura dirigista in tempi normali poco accettabili. Nel caso Veolia-Suez, ad esempio, possono aver pesato sul governo anche gli appelli dei sindacati dei lavoratori Suez che temevano pesanti tagli all'occupazione. Ma il dirigismo può avere una funzione in tempi e spazi necessariamente limitati. Il rischio della linea francese, in cui i settori da proteggere e governare si affastellano uno dopo l'altro, è che gli inevitabili mutamenti che saranno portati dalla pandemia vengano artificialmente tenuti lontani dal mondo delle imprese, evitando così qualsiasi choc, ma ipotecando in ultima battuta anche la possibilità di cambiamenti e adeguamenti della struttura produttiva e proprietaria a un mondo che sta per forza cambiando anche fuori dalla Francia. l mercato non è certo la soluzione a oggi problema, ma non basta tenerlo fuori dalla porta per risolvere questi problemi.