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L'acqua in Italia: rubinetti chiusi, condutture bucate

I primi dati del Blue Book di Utilitalia che sarà presentato a giugno mostrano qualche lieve miglioramento nei consumi e negli investimenti, ma siamo sempre troppo sotto la media europea e la dispersione dei vecchi tubi è aumentata
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Gli italiani chiudono i rubinetti. Dopo anni di campagne per convincere i consumatori a limitare gli sprechi, a farsi qualche doccia in più e qualche bagno in meno, arrivano i primi risultati. Secondo i dati più aggiornati, dal 2105 al 2018 il prelievo di acqua potabile in Italia si è ridotto, passando da 9,4 a 9,2 milioni di metri cubi all'anno. Si tratta della prima riduzione da un ventennio a questa parte, frutto della crescente sensibilità dei cittadini alle scelte di economia sostenibile anche a livello domestico. Sempre nello stesso periodo, il consumo pro-capite di acqua potabile è così passato dai 220 a 215 litri per abitante al giorno. È uno dei dati della nuova edizione del Blue Book curata da Utilitalia, l'associazione che rappresenta le società di pubblici servizi in Italia e in collaborazione con la Fondazione Utilitas. Sarà pubblicato a giugno, ma una parte della ricerca viene anticipata oggi, 22 marz…
Gli italiani chiudono i rubinetti. Dopo anni di campagne per convincere i consumatori a limitare gli sprechi, a farsi qualche doccia in più e qualche bagno in meno, arrivano i primi risultati. Secondo i dati più aggiornati, dal 2105 al 2018 il prelievo di acqua potabile in Italia si è ridotto, passando da 9,4 a 9,2 milioni di metri cubi all'anno. Si tratta della prima riduzione da un ventennio a questa parte, frutto della crescente sensibilità dei cittadini alle scelte di economia sostenibile anche a livello domestico. Sempre nello stesso periodo, il consumo pro-capite di acqua potabile è così passato dai 220 a 215 litri per abitante al giorno. È uno dei dati della nuova edizione del Blue Book curata da Utilitalia, l'associazione che rappresenta le società di pubblici servizi in Italia e in collaborazione con la Fondazione Utilitas. Sarà pubblicato a giugno, ma una parte della ricerca viene anticipata oggi, 22 marzo, in coincidenza con la Giornata mondiale dell'Acqua.

Purtroppo per il nostro Paese, il calo dei consumi è l'unica notizia che si possa considerare positiva sul tema acqua pubblica. Ci sarebbe anche l'incremento degli investimenti, soprattutto dopo il passaggio del settore sotto il controllo dell'Arera, l'Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente. Dopo anni di altalene, hanno preso a salire con costanza dal 2012: nel 2017 hanno raggiunto 38,7 euro per abitante (+23,7% rispetto a sei anni). E guardando agli interventi programmati per il 2018 e il 2019 - sempre secondo l Blue Book - il dato dovrebbe salire ancora fino a raggiungere 44 euro per abitante.
Tutto bene, dunque? Non proprio, perché si tratta di una media nazionale, con le regione del centronord che anno dopo anno stanno colmando la distanze con i paesi del nord Europa, mentre il sud è sempre troppo vicino ai paesi più arretrati dell'Eurozona. Come spiega Michaela Castelli, dall'anno scorso al vertice di Utilitalia, scelta anche per il suo ruolo di presidente dell'utility romana Acea, azienda leader nel settore idrico.

"Non basta parlare di investimenti per la distribuzione dell'acqua - spiega ad Affari&Finanza - ma occorre ragionare di investimenti sull'intero ciclo idrico integrato compresa la depurazione. Se non si cura tutta la filiera in tempi rapidi e in tutto il territorio avremo reso le nostre città 'smart city' ma rischiamo di non avere acqua l'acqua potabile in alcune zone d'Italia. Quella che manca è la cultura sul tipo di spesa: non basta, per esempio, intervenire sugli invasi se poi non ci sono risorse innovare le reti e arrivare ai rubinetti. Per non parlare dello smaltimento e della depurazione. Così come non è ancora ben compreso il fatto che l'Italia è fortemente disallineata rispetto al resto d'Europa: l'investimento medio a livello Ue è pari a 90 euro per abitante all'anno, in Italia a secondo delle regioni da 40 a 50 euro, ma in alcune zone del sud, soprattutto dove la gestione è in mano ai comuni, scende fino a 5 euro".

Fin qui la parte migliore dai dati. Poi, il Blue Book si sofferma sui mali endemici del servizio acqua potabile nel nostro Paese. Il dato peggiore, che ci portiamo dietro da decenni è legato alle perdite, dove ora si concentra il 25% degli investimenti programmati ma che avrebbero bisogno di maggiori risorse. Lo ha messo in evidenza, nei giorni scorsi, anche un documento Coldiretti: nonostante l'Italia resti un Paese piovoso con circa 300 miliardi di metri cubi d'acqua che cadono annualmente, a causa delle carenze infrastrutturali se ne trattengono solo l'11%. L'acqua viene "trattenuta" male perché non ci sono abbastanza invasi e perché una volta incanalata la manutenzione è carente, sia per riparare i guasti sia per prevenirli.
Così, è accaduto che le perdite siano aumentate: erano il 41,4% del totale dell'acqua trasportata nelle condutture nel 2015 e nel 2018 il dato è salito al 42%. Ma va detto che ora sono diventati più sofisticati gli strumenti per il monitoraggio, per cui si trovano più perdite che in passato. E anche il metodo di misurazione è cambiato.


Differenze con il sud


Altro problema: le nuove realizzazioni. Anche in quest'ultimo caso, la quota di interventi varia a seconde delle aree del Paese, ma sempre a svantaggio del Meridione: sul totale degli investimenti, il 45% va alle nuove realizzazioni nel centro-nord, mentre scende al 40% nelle regioni del Sud e al 37,8% nelle isole. Una delle causa di questa differenziazione geografica è data dal fatto che nel Sud si arriva al 66% di Comuni che gestiscono il servizio in autonomia, mentre nel centronord ci sono consorzi, se non addirittura grandi utility - in qualche caso quotate anche in Borsa che se ne occupano. Una soluzione? Favorire le aggregazioni o permettere alle aziende specializzate di assumere la gestione, in particolare per colmare i ritardi del Mezzogiorno. "L'importante - sottolinea ancora Castelli - è che si favorisca la nascita di partnership, preferibilmente tra operatori industriali e gestioni in economia a forte vocazione territoriale, con orizzonti temporali convenienti per entrambi, in modo da fugare ogni dubbio sul pericolo di volontà colonialiste. Così come deve essere importante che avvengano con il sostegno di provvedimenti del governo che incentivino le aggregazioni o penalizzino chi vuole continuare nella gestione in economia, con investimenti non allineati alle medie nazionali".

Un aiuto arriverà dai fondi del Next Generation. Utilitalia si è fatta carico di raccogliere tutti i progetti dei soggetti pubblici che potrebbero concorrere alla suddivisione dei fondi del Piano Nazionale di Resilienza e Rilancio: "Sappiamo di aver raccolto più progetti dei fondi che saranno disponibili", ammette Castelli. "Ma l'attività è servita per avere un quadro il più dettagliato possibile della situazione, per un censimento della qualità media dei progetti, della loro localizzazione geografica nonché della capacità di gestione di tali iniziative. Tutti i dati raccolti saranno raccolti in un libro bianco dove proporremo soluzioni ai problemi legati, dalla semplificazione degli iter procedurali e ai tempi per il rilascio dei permessi".