Professione commissario: pagano i contribuenti italiani
di Sergio Rizzo , di Sergio RizzoPer chi si chiede dove sia finito Giancarlo Innocenzi Botti, ecco la risposta: da dieci anni fa il commissario straordinario di un'agenzia di recapiti, la Defendini. L'ha nominato a luglio 2011 il ministro dello Sviluppo economico dell'epoca, Paolo Romani. Il quale per inciso era anche un collega di partito e di professione televisiva, tanto che entrambi avevano collaborato nella fattura della discussa legge Gasparri. Ed entrambi avevano ricoperto lo stesso incarico di sottosegretario alle Comunicazioni in due diversi governi di Silvio Berlusconi, di cui peraltro Innocenzi Botti era stato dipendente prima di candidarsi alla Camera nel 1994 con Forza Italia. Ancora più singolare, tuttavia, il fatto che il neo commissario straordinario di Defendini fosse all'epoca già presidente di una società pubblica. E nemmeno marginale, trattandosi di Invitalia. L'avevano spedito lì nel 2010 per compensarlo della perdita di un incarico ancora più…
Per chi si chiede dove sia finito Giancarlo Innocenzi Botti, ecco la risposta: da dieci anni fa il commissario straordinario di un'agenzia di recapiti, la Defendini. L'ha nominato a luglio 2011 il ministro dello Sviluppo economico dell'epoca, Paolo Romani. Il quale per inciso era anche un collega di partito e di professione televisiva, tanto che entrambi avevano collaborato nella fattura della discussa legge Gasparri. Ed entrambi avevano ricoperto lo stesso incarico di sottosegretario alle Comunicazioni in due diversi governi di Silvio Berlusconi, di cui peraltro Innocenzi Botti era stato dipendente prima di candidarsi alla Camera nel 1994 con Forza Italia. Ancora più singolare, tuttavia, il fatto che il neo commissario straordinario di Defendini fosse all'epoca già presidente di una società pubblica. E nemmeno marginale, trattandosi di Invitalia. L'avevano spedito lì nel 2010 per compensarlo della perdita di un incarico ancora più strategico, quello di commissario dell'Agcom in quota Forza Italia, prima di essere costretto a dimettersi per le polemiche scatenate dalle intercettazioni che svelarono il proposito di chiudere la trasmissione Annozero di Michele Santoro perché ritenuta ostile a Berlusconi. Ma non doveva essere una compensazione adeguata, anche perché le nomine nelle società pubbliche scadono. Mentre gli incarichi da commissario di un'azienda in crisi possono durare praticamente all'infinito. Così Innocenzi Botti si appresta a tagliare il traguardo dei dieci anni al timone commissariale dell'agenzia di recapiti Defendini.
Le amministrazioni longeve
Ma ci sono addirittura amministrazioni straordinarie che si avviano a compiere 40 anni. Per esempio, il prossimo 31 luglio, quella della Itavia, commissariata appena un mese dopo la tragedia di Ustica, per cui la compagnia aerea non aveva alcuna responsabilità come si è poi dimostrato. Il suo proprietario Aldo Davanzali è morto 16 anni fa senza neppure poter vedere chiusa la procedura commissariale. Non ce ne voglia, Innocenzi Botti. Il suo non è certamente un caso unico, anche se per certi versi emblematico del modo in cui una legge fatta per garantire la continuità gestionale delle imprese in crisi è stata talvolta piegata alle esigenze del potere politico. Senza dire, ovviamente, di quel ceto professionale sempre pronto a dialogare con la politica per cui quel sistema era diventato una rendita di posizione. E siccome la pappa continua a essere abbondante, succede anche qui quello che succede in tutte le cose italiane quando c'è di mezzo la burocrazia. Perché non bastano i commissari e un consiglio di amministrazione, ma per le imprese in crisi ci vuole anche un "comitato di sorveglianza", ovviamente retribuito, e spesso presieduto da un consigliere di Stato. I comitati delle due (due!) Alitalia in amministrazione straordinaria, la prima da 13 anni e la seconda da "appena" quattro sono affidati rispettivamente a Giulio Castriota Scanderbeg, attuale componente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa (il Csm della magistratura amministrativa) e Gabriele Carlotti, attuale segretario generale del Consiglio di Stato.
Le imprese a spese dei contribuenti
Uno che se ne intende, il direttore generale di Assonime Stefano Micossi, qualche anno fa su Affari&Finanza definì le amministrazioni straordinarie "un lebbrosario presso il ministero dello Sviluppo economico" con quasi 500 "imprese mantenute a spese dei contribuenti, alcune da molti anni", mentre "intorno al meccanismo si affollano migliaia di professionisti", con la nomina a commissario che "è una sinecura, dato che non c'è fretta di concludere" in un sistema che per giunta "è completamente opaco: non si sa quanto costa, non sono pubblicati rapporti regolari sull'esito delle procedure, non vi sono termini per il completamento degli interventi".
Come stupirsi del fatto che a quel sistema, concepito per le grandi imprese in difficoltà, abbiano avuto accesso anche i sindacati, gli ospedali privati e gli enti pubblici? È capitato all'ente ospedaliero Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza, all'ente di formazione professionale della Cisl piemontese, nonché al consorzio Gaia per la raccolta dei rifiuti di proprietà di una cinquantina di Comuni del Lazio. Mentre sono rimaste a lungo senza risposta le domande sui compensi dei commissari di certe grandi aziende, tipo Alitalia. Il lebbrosario ha così attraversato indenne innumerevoli stagioni politiche, di ogni segno.
Ora il ministero dello Sviluppo economico guidato dal leghista Giancarlo Giorgetti, d'accordo con il suo collega dell'Economia Daniele Franco, ha firmato un decreto per ridefinire i compensi dei commissari e dei componenti dei comitati di sorveglianza "prevedendo uno stringente legame con una serie di risultati da ottenere durante la gestione delle amministrazioni straordinarie" anche con l'obiettivo di evitare che le procedure si trascinino per decenni. In precedenza lo stesso ministero aveva stabilito nuove norme per la nomina dei commissari, con l'istituzione di un elenco di professionisti idonei e competenti da cui attingere. È già qualcosa. Gli interessi in gioco, però, sono così grandi e diffusi che per far finire questo andazzo davvero inaccettabile servirebbe qualche altro paletto ben piantato. Magari limitando il ricorso all'amministrazione straordinaria soltanto ai soli casi veramente necessari. Ma chi avrà il coraggio?