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La bomba in tinello della Corte sul riciclaggio

L'ultimo rapporto sull'antiriciclaggio della Corte dei conti Ue, diplomaticamente intitolato "gli sforzi sono frammentari e l'attuazione è insufficiente" spiega efficacemente come (non?) funziona il contrasto al denaro sporco nelle banche dell'Unione, indicando le aree di inerzia da rimuovere
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Nel mondo felpato delle istituzioni europee, parole apparentemente innocue tagliano come coltelli. Se un documento viene giudicato di qualità "variabile" ("mixed"), si tratta di una stroncatura senza appello. Se un'organizzazione si dichiara "sorpresa" dalla decisione di un altro organismo, vuol dire si trattiene a stento dall'azionare il cannone. In questo contesto, l'ultimo rapporto sull'antiriciclaggio della Corte dei conti Ue, diplomaticamente intitolato "gli sforzi sono frammentari e l'attuazione è insufficiente", è l'equivalente di una bomba in tinello. Non proprio un libro da ombrellone, si dirà; il documento tuttavia spiega efficacemente come (non?) funziona il contrasto al denaro sporco nelle banche dell'Unione, indicando le aree di inerzia da rimuovere.

Da vent'anni la Ue cerca di darsi regole comuni per contrastare il riciclaggio, adottando non una, ma sei direttive. Diversa…

Nel mondo felpato delle istituzioni europee, parole apparentemente innocue tagliano come coltelli. Se un documento viene giudicato di qualità "variabile" ("mixed"), si tratta di una stroncatura senza appello. Se un'organizzazione si dichiara "sorpresa" dalla decisione di un altro organismo, vuol dire si trattiene a stento dall'azionare il cannone. In questo contesto, l'ultimo rapporto sull'antiriciclaggio della Corte dei conti Ue, diplomaticamente intitolato "gli sforzi sono frammentari e l'attuazione è insufficiente", è l'equivalente di una bomba in tinello. Non proprio un libro da ombrellone, si dirà; il documento tuttavia spiega efficacemente come (non?) funziona il contrasto al denaro sporco nelle banche dell'Unione, indicando le aree di inerzia da rimuovere.

Da vent'anni la Ue cerca di darsi regole comuni per contrastare il riciclaggio, adottando non una, ma sei direttive. Diversamente che per Harry Potter, però, la presenza di numerosi sequel non è un segnale di successo, bensì dell'estrema fatica con cui si è proceduto a stringere i bulloni di un'architettura inizialmente molto esile. Anche la scelta di non usare i regolamenti (immediatamente esecutivi in tutti gli Stati membri) bensì le direttive (che richiedono leggi di recepimento nazionali) è sintomatica di scarsa incisività, perché ogni Paese traduce i principi comuni a modo suo, in modo macchinoso (per recepire la quarta direttiva alcuni Stati hanno avuto bisogno di oltre 50 provvedimenti), affidandone la supervisione a organismi locali che non sempre brillano per zelo.

I correttivi della Commissione

Esiste, per verità, anche una dimensione sovranazionale. La Commissione europea verifica come sono implementate le direttive e propone eventuali correttivi. L'Autorità bancaria europea (Eba) fissa norme attuative e può approfondisce i casi in cui le autorità nazionali non hanno applicato a dovere le norme Ue. La Bce, che vigila sui principali gruppi bancari dell'eurozona, tiene conto anche del rischio di riciclaggio nelle sue valutazioni. Come è andata? La Corte dei conti non ci gira intorno. Quanto alla Commissione, biasima l'estrema lentezza del processo di definizione della lista nera dei Paesi a rischio di riciclaggio (a cui le banche Ue devono applicare particolari cautele), iniziato il 14 luglio 2016 e contraddistinto da tante soste quante la via crucis del Venerdì Santo. Quanto all'Eba, il potere di investigare le carenze evidenziate dalle singole autorità nazionali non sembra essere stato esercitato a dovere. A fronte di quattro richieste di indagini ricevute dalla Commissione, due sono state lasciate cadere in partenza; un'altra è stata analizzata, ma senza raccogliere prove; l'ultima è stata archiviata dal consiglio direttivo dell'Eba nonostante un apposito gruppo di esperti avesse raccomandato di procedere con contestazioni formali. Spulciando documenti e e-mail, la Corte dei conti ha scoperto che gli esperti erano stati sottoposti a pressioni perché modificassero il proprio parere. Se il quadro non fosse sconfortante, ci consolerebbe pensare che simili abboccamenti "all'italiana" sono accaduti quando Andrea Enria aveva già lasciato l'Eba per diventare il capo della vigilanza Bce (o forse proprio per questo).

Il giudizio della Corte dei Conti

A proposito della Bce, la Corte dei conti non rileva carenze particolari, anche perché si tratta dell'unica delle tre istituzioni citate cui non fanno capo espliciti compiti in materia di denaro sporco. Francoforte ha da poco ottenuto il potere di ricevere dalle autorità nazionali di vigilanza le informazioni necessarie a monitorare i rischi di riciclaggio e nel 2020 i flussi di dati sono nettamente migliorati. Il tempo dirà se è in grado di esercitare il proprio ruolo in modo adeguatamente incisivo. Per sanare queste carenze, la Commissione europea intende promuovere l'istituzione di un codice unico europeo e di un organismo sovranazionale di vigilanza. Consiglio e Parlamento, sembrano condividere la proposta. Salvo colpi di mano, si tratterà finalmente di un regolamento vincolante per tutti, e non più di una direttiva da implementare à la carte: una buona notizia per l'Europa.