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Ottocento leggi: ottocento spiegazioni impossibili

La pressione fiscale in Italia è un punto e mezzo superiore alla media dell'Unione europea, il 42,1 per cento contro il 40,6, ancora più avvilente è la posizione numero 128 che l'Italia occupa nella classifica Doing business della Banca mondiale sull'efficienza dei sistemi fiscali in 190 Paesi, dietro a Messico, Bulgaria, Kenya
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Ha proprio ragione l'ex senatore Nicola Rossi, economista, che sul Foglio ha definito la delega fiscale "troppo vaga". Ma difficilmente poteva esserlo meno. La maggioranza a sostegno del governo Draghi è quel che è; e se su molti temi le posizioni appaiono già molto distanti, sulle tasse sono chiaramente agli antipodi. La vaghezza della delega ne è evidentemente la conseguenza. Altrettanto evidente, però, è che se le cose stanno così la riforma fiscale ha possibilità scarse, per non dire inesistenti, di vedere la luce. Almeno, di vederla entro la fine di questa legislatura, anche perché le energie mentali della nostra politica ben presto saranno concentrate su un passaggio cruciale per l'esistenza stessa del governo. Ovvero la nomina del futuro presidente della Repubblica. Con il presidente del Consiglio tirato per la giacchetta da molti, soprattutto da chi è ansioso di sbarazzarsene spedendolo al …

Ha proprio ragione l'ex senatore Nicola Rossi, economista, che sul Foglio ha definito la delega fiscale "troppo vaga". Ma difficilmente poteva esserlo meno. La maggioranza a sostegno del governo Draghi è quel che è; e se su molti temi le posizioni appaiono già molto distanti, sulle tasse sono chiaramente agli antipodi. La vaghezza della delega ne è evidentemente la conseguenza. Altrettanto evidente, però, è che se le cose stanno così la riforma fiscale ha possibilità scarse, per non dire inesistenti, di vedere la luce. Almeno, di vederla entro la fine di questa legislatura, anche perché le energie mentali della nostra politica ben presto saranno concentrate su un passaggio cruciale per l'esistenza stessa del governo. Ovvero la nomina del futuro presidente della Repubblica. Con il presidente del Consiglio tirato per la giacchetta da molti, soprattutto da chi è ansioso di sbarazzarsene spedendolo al Quirinale al posto di Sergio Mattarella per tornare così a votare.

A che cosa serve allora tutto questo, se non a rendere ancora più precaria la tenuta della maggioranza, dove la Lega dilaniata fra il capo del partito Matteo Salvini e il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ogni giorno strappa e ricuce? Senza considerare che nella politica italiana la delega fiscale è davvero un classico dell'orrore. La storia dei governi del dopoguerra è continuamente punteggiata da deleghe fiscali che, quando hanno prodotto qualcosa, è stato di sicuro in peggio. E ti viene in mente la frase formidabile scappata a Draghi qualche giorno fa all'assemblea della Confindustria: "Un governo che cerca di non far danni, è già molto..."

Una riforma necessaria

Intendiamoci: che la riforma del fisco dovrebbe essere una priorità assoluta in un Paese nel quale le tasse sono troppe e complicate, e per di più non tutti le pagano, è fuor di dubbio. Secondo un recente studio della Confartigianato la pressione fiscale in Italia è un punto e mezzo superiore alla media dell'Unione europea, il 42,1 per cento contro il 40,6. La tassazione sul lavoro è addirittura 5,7 punti più elevata, avendo raggiunto complessivamente il 43,8 contro il 38,1 per cento, nonostante le insistenti e vane promesse di riduzione seria del cuneo fiscale e contributivo. Mentre il tempo necessario al pagamento delle imposte è di 238 ore l'anno, contro 182 nella media europea, con l'Italia che in questo campo è scivolata al posto numero 23 su 27. Ancora più avvilente è la posizione numero 128 che l'Italia occupa nella classifica Doing business della Banca mondiale sull'efficienza dei sistemi fiscali in 190 Paesi, dietro a Messico, Bulgaria, Kenya... Ecco il risultato di un sistema cervellotico, incomprensibile e iniquo, che tartassa le attività economiche sane consentendo al tempo stesso la sopravvivenza di un'evasione mostruosa. Inutile sorprendersi se una delle professioni più radicate è quella del commercialista: ce ne sono 118 mila, più o meno uno ogni 500 italiani. Ed ecco perché una seria riforma fiscale dovrebbe per prima cosa poggiare su basi più solide di un semplice esercizio di propaganda, come purtroppo finora è stato.

Cosa va riformato

Bisognerebbe innanzitutto sapere esattamente "che cosa" si deve riformare. Il direttore dell'Agenzia delle Entrate Ernesto Ruffini lo ha ripetuto pubblicamente fino alla noia. Ascoltato dalla Commissione di vigilanza sull'Anagrafe tributaria ha insistito sul fatto che il sistema fiscale italiano è tuttora prigioniero di circa 800 leggi, che a loro volta hanno bisogno di essere interpretate e spiegate ai cittadini. Il problema è che spesso nemmeno chi le deve attuare è un grado di farlo. "Nel momento in cui si devono conoscere 800 leggi - ha detto Ruffini - c'è la necessità di conoscere 800 spiegazioni da parte dell'Agenzia delle Entrate e, probabilmente, anche di conoscere la giurisprudenza che si è formata su quelle 800 leggi. L'unico modo, probabilmente, a monte è semplificare e fare piazza pulita di tutta l'eccessiva normazione che si è strutturata e stratificata negli anni". Ovvio, ma come?

Intervistato da Repubblica nell'estate 2020, Ruffini affermò che "non si conosce neppure con esattezza il numero delle leggi in materia fiscale in vigore", sottolineando la necessità di mettere innanzitutto ordine in quel pandemonio. Suggerimento che sembrava a un certo punto aver fatto breccia nel governo, il secondo guidato da Giuseppe Conte. Sia pure, come questo giornale ha già segnalato, in un modo alquanto discutibile. Nella bozza dell'ultima legge di stabilità, approvata poi dal Parlamento a dicembre 2020, aveva fatto capolino l'idea di affidare a una singolare società del Tesoro che si chiama "Studiare sviluppo" il compito di ingaggiare "a tempo determinato" un gruppo di esperti allo scopo di realizzare un codice generale delle norme tributarie. Accadeva un anno fa. Ma poi quell'idea è subito scomparsa dai radar, forse travolta anch'essa dalla seconda e terza ondata della pandemia.
Fatto sta che da quel momento, trascorsa l'effimera presa di coscienza, si è continuato con il solito tran-tran delle norme indecifrabili e dei decreti attuativi che nessuno attua. E ora siamo all'ennesima vaghezza, quando ci sarebbe invece estremo bisogno del contrario: cioè concretezza. Per far pagare il giusto, e finalmente farlo pagare a tutti.