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Pechino accelera il “big bang” della finanza

Allianz China Life è la prima compagnia Vita cinese controllata al 100% da un gruppo straniero dopo la caduta dell’obbligo di creare solo joint venture. In gioco una torta da 58 mila miliardi. JpMorgan, Goldman, Credit Suisse pronte a sbarcare
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Un “big bang” iniziato due anni fa e che ora inizia a dare i suoi frutti. Nonostante le tensioni commerciali - e geopolitiche - globali, e la stretta domestica sulle proprie imprese private, la Cina prosegue nell’apertura del suo enorme mercato finanziario a banche straniere, compagnie di assicurazione e di gestione del patrimonio. Una fetta di torta - l’industria cinese dei servizi finanziari - che vale 58 mila miliardi di dollari, secondo i calcoli dell’agenzia Bloomberg. Negli ultimi due anni, infatti, il Dragone - dopo l’accordo siglato con l’allora Amministrazione americana guidata da Donald Trump - ha liberalizzato buona parte del suo sistema finanziario strettamente controllato dal Partito-Stato consentendo alle società statunitensi ed europee un maggiore accesso al proprio mercato.

Nuova scommessa

Un modo per Pechino per costruire, anche, un’infrastruttura sul risparmio più solida, vista la crisi demografica e l&r…

Un “big bang” iniziato due anni fa e che ora inizia a dare i suoi frutti. Nonostante le tensioni commerciali - e geopolitiche - globali, e la stretta domestica sulle proprie imprese private, la Cina prosegue nell’apertura del suo enorme mercato finanziario a banche straniere, compagnie di assicurazione e di gestione del patrimonio. Una fetta di torta - l’industria cinese dei servizi finanziari - che vale 58 mila miliardi di dollari, secondo i calcoli dell’agenzia Bloomberg. Negli ultimi due anni, infatti, il Dragone - dopo l’accordo siglato con l’allora Amministrazione americana guidata da Donald Trump - ha liberalizzato buona parte del suo sistema finanziario strettamente controllato dal Partito-Stato consentendo alle società statunitensi ed europee un maggiore accesso al proprio mercato.

Nuova scommessa

Un modo per Pechino per costruire, anche, un’infrastruttura sul risparmio più solida, vista la crisi demografica e l’invecchiamento della popolazione in cui è precipitato il gigante asiatico. Gli ultimi dati dell’ufficio di statistica raccontando di un calo della natalità che non si vedeva dal 1978. Già dal gennaio scorso, la Cina ha permesso a banche e compagnie di assicurazione di rilevare le joint venture con partner cinesi attraverso le quali erano costrette a strutturare le proprie attività nel Paese. Una marcia che sta continuando. L’ultima a beneficiare dell’apertura, a metà novembre, è stata Allianz. Dopo il segnale di luce verde dato dal regolatore cinese per trasferire il 49% detenuto dalla Citic Trust, Allianz China Life è diventata la prima compagnia assicuratrice Vita ad operare in Cina con un azionariato completamente straniero. “Allianz è orgogliosa di essere il primo gruppo assicurativo a beneficiare dalle misure di apertura del governo cinese”, ha commentato il presidente della Allianz China Holding e membro del Board della compagnia, Sergio Balbinot. “Siamo molto lieti di ricevere l’approvazione ad operare quale prima compagnia assicuratrice Vita ad azionariato totalmente estero in Cina, sviluppata originariamente da una joint venture”, ha proseguito Balbinot. “La Cina è un importante mercato strategico e l’approvazione ci mette in una posizione tale da massimizzare il nostro contributo allo sviluppo del panorama dei servizi finanziari in Cina”. A livello globale il 2021 sarà un anno di forte crescita per il settore assicurativo e sarà proprio la Cina - secondo uno studio sempre di Allianz pubblicato a maggio di quest’anno - a trainare la ripresa con un + 13,4 percento. In risposta alle misure di apertura, i grandi colossi finanziari - soprattutto di Wall Street - non si stanno facendo scappare l’occasione.

La corsa di Wall Street

Molte banche hanno rivelato piani ambiziosi di espansione, in alcuni casi con l’obiettivo di raddoppiare l’organico e le entrate.
JPMorgan e Goldman Sachs hanno ricevuto l’approvazione per assumere il pieno controllo delle loro attività di investimento cinesi e stanno rapidamente sviluppando le loro operazioni di consulenza, gestione patrimoniale e asset management. Goldman sta cercando di raddoppiare il suo personale in Cina, portandolo a 600. Credit Suisse ha detto che triplicherà la sua forza lavoro nel Paese. Ad agosto, JPMorgan - nonostante 40 milioni di dollari di perdite negli ultimi due anni in Cina, secondo i calcoli del Financial Times - ha ottenuto dalle autorità del Dragone il permesso di assumere il pieno controllo delle sue attività di investment banking e trading nel Paese. Il mese scorso le britanniche Hsbc e Standard Chartered Bank, assieme ad altri sedici istituti di credito, hanno ricevuto l’autorizzazione dal governo di Pechino per iniziare a vendere prodotti di investimento ai risparmiatori.

Zeng Gang, vicedirettore generale dell’Istituto nazionale per la finanza e lo sviluppo, annunciava orgoglioso a maggio: “Attirando ulteriormente le istituzioni straniere nei suoi mercati finanziari, il Paese ottimizzerà la struttura delle sue istituzioni finanziarie, promuoverà la concorrenza, migliorerà l’efficienza del mercato e servirà meglio l’economia reale”. Ma qual è il ritorno per Pechino. La leadership comunista - alle prese con una crisi in casa come quella di Evergrande, il colosso immobiliare che è stato a un passo dal default e che tuttora versa in grave crisi - a lungo ha descritto le mosse come un modo utile per migliorare la competitività delle società finanziarie nazionali - senza tuttavia minacciare il loro dominio - nonché per allocare i capitali in modo più efficiente e attrarre investimenti esteri. L'incertezza e i rischi non mancano. Sebbene la Cina abbia ribadito che l’apertura continuerà, la stretta domestica vista nell’ultimo anno - specialmente sulle Big Tech - portata avanti dal presidente Xi Jinping, il giro di vite sulle quotazioni estere delle sue compagnie soprattutto per quanto riguarda il tema sensibile della sicurezza dei dati, e il lancio della “prosperità comune” da parte del leader cinese, potrebbero avere degli effetti. Goldman Sachs, ad esempio, ha aspettato dieci mesi per l’approvazione per rilevare la sua joint venture, Visa aspetta ancora il via libera dal 2015.