Soldi, vaccini, strade: Pechino punta sulla “Chinafrica”
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloVentitre miliardi di dollari in tredici anni. Praticamente più del doppio di quanto abbiano dato gli istituti di Stati Uniti, Giappone, Germania e Francia messi insieme. È la cifra che le banche di investimento cinesi - come la China Exim Bank e la China Development Bank - hanno prestato, tra il 2007 e il 2020, ai Paesi dell’Africa subsahariana: per costruire strade, ferrovie, ospedali, edifici governativi. Una montagna di soldi che fotografa bene quanto il continente sia cruciale per Pechino. Una penetrazione economica pianificata nel lungo periodo. Una “Chinafrica” che è sempre più una realtà. E che preoccupa l’Europa (al momento in cui andiamo in stampa non sappiamo ancora come si è concluso il vertice Ue-Paesi africani e la promessa di un pacchetto di 150 miliardi di investimenti, ndr).
Il secolo africano
Con una popolazione in rapida crescita, una urbanizzazione velocissima e risorse abbondanti, molti osservatori…
Ventitre miliardi di dollari in tredici anni. Praticamente più del doppio di quanto abbiano dato gli istituti di Stati Uniti, Giappone, Germania e Francia messi insieme. È la cifra che le banche di investimento cinesi - come la China Exim Bank e la China Development Bank - hanno prestato, tra il 2007 e il 2020, ai Paesi dell’Africa subsahariana: per costruire strade, ferrovie, ospedali, edifici governativi. Una montagna di soldi che fotografa bene quanto il continente sia cruciale per Pechino. Una penetrazione economica pianificata nel lungo periodo. Una “Chinafrica” che è sempre più una realtà. E che preoccupa l’Europa (al momento in cui andiamo in stampa non sappiamo ancora come si è concluso il vertice Ue-Paesi africani e la promessa di un pacchetto di 150 miliardi di investimenti, ndr).
Il secolo africano
Con una popolazione in rapida crescita, una urbanizzazione velocissima e risorse abbondanti, molti osservatori credono che questo sarà il secolo africano. Se così sarà, la Cina interpreta - e lo farà ancora di più - il ruolo di attore protagonista: a Pechino sanno bene che la strada per consolidare il proprio ruolo nel mondo passa, anche, da qui. Nel giro di vent’anni il Dragone è cresciuto fino a diventare la presenza straniera più importante nel continente: più grande partner commerciale, più grande finanziatore di infrastrutture e principale fonte di investimenti diretti esteri. A ricordarcelo sono pure i dati del commercio Cina-Africa, che hanno appena registrato un record: 254 miliardi di dollari nel 2021, un aumento del 35% rispetto all’anno precedente. Sudafrica, Nigeria, Angola, Egitto e Repubblica Democratica del Congo i cinque maggiori partner commerciali di Pechino. Una cifra record, appunto, trainata principalmente dall’export di prodotti cinesi: soprattutto beni legati alla pandemia in quest’ultimo anno come mascherine, farmaci, tute protettive. Con qualche sorpresa al contrario: i beni dalla Libia e dal Benin hanno registrato un +400%. Quelli da Togo, Burkina Faso, Sierra Leone, Madagascar e eSwatini sono raddoppiati. Minerali, metalli, prodotti agricoli, petrolio: di questo ha fame la Cina.
Nonostante i numeri record, l’Africa rappresenta ancora al momento soltanto il 4% dell’import-export cinese. Le ultime promesse di Xi al Forum per la cooperazione Cina-Africa andato in scena lo scorso novembre a Dakar, poi, potrebbero far pensare a una retromarcia: il presidente promise 40 miliardi di dollari di investimenti, 20 in meno di quanto fece nel 2018. Un calo visto anche per quanto riguarda i prestiti: 7,6 miliardi di dollari nel 2019 (ultimi dati disponibili) rispetto ai 29,5 del 2016. Tuttavia, la Cina ha fornito altre forme di assistenza, promettendo un miliardo di dosi in più di vaccini contro il coronavirus lo scorso novembre, oltre ai 200 milioni di dosi già consegnate. Pechino non ha alcuna intenzione di lasciare il continente, anzi: strategico per l’approvvigionamento di materie prime e per la competizione con gli Usa. Significativa la decisione, la settimana scorsa, dell’Unione africana di voler aprire una missione permanente a Pechino.
Risorse per Pechino
Diamanti, rame, litio, cobalto, bauxite, petrolio: l’Africa è una fonte di risorse fondamentale per Pechino. E un mercato enorme verso il quale dirottare le proprie esportazioni. Oggi nella Via della Seta lanciata ormai nove anni fa da Xi fanno parte 48 Paesi africani. Gli ultimi, alla fine dell’anno scorso, ad essere entrati sono stati l’Eritrea e la Guinea Bissau. La prima strategicamente importante perché da qui si accede al Mar Rosso, al Canale di Suez e all’Europa, così come alle acque del Golfo Persico e verso l’Oceano Indiano. La seconda per espandere i propri interessi sulla costa occidentale. Oltre ai vaccini, lo scorso novembre, sono stati annunciati altri progetti in campo sanitario, anche con l’invio di medici. Il focus è stato pure sui progetti di riduzione della povertà e lo sviluppo, con la costruzione annunciata di centri per le agrotecnologie che dovranno far aumentare l’export di prodotti agricoli verso la Cina e con 10 miliardi di investimenti di aziende cinesi promessi nei prossimi tre anni.
Non secondaria la cooperazione in tema di sicurezza. Smentita dal governo cinese la notizia dell’intelligence americana che Pechino starebbe costruendo una base militare in Guinea Equatoriale (sarebbe la seconda dopo quella inaugurata a Gibuti nel 2017) la Cina ha annunciato la partecipazione ad attività antiterrorismo ed esercitazioni congiunte. Cento milioni di dollari vennero promessi già nel 2015 all’Unione africana per finanziare l’African Standby Force, cioè le forze di peacekeeping nel continente. Altri 47 milioni sono stati messi sul piatto, dopo il vertice di Dakar, per i Paesi membri della forza congiunta G5 Sahel. Non solo grandi infrastrutture (vedi la ferrovia Addis Abeba-Gibuti, quella da Mombasa a Nairobi e i lavori per la linea nigeriana partiti lo scorso anno, tutte costruite da aziende cinesi) o interessi nelle miniere, controllate direttamente o indirettamente (soprattutto cobalto in Congo e bauxite in Guinea), ma la penetrazione cinese la si nota anche da quella che qualche analista ha chiamato la “diplomazia dei palazzi”. Dal quartier generale dell’Unione africana costruito nel 2012 ad Addis Abeba alla sede della nuova banca commerciale etiope finita la scorsa settimana fino al nuovo parlamento dello Zimbabwe che dovrebbe essere terminato il prossimo mese, la Cina ha costruito in questi anni gratuitamente o con prestiti senza interessi 24 residenze di presidenti o primi ministri, 26 parlamenti, 32 caserme e accademie militari e 19 ministeri (degli esteri, soprattutto).
Rischi e opportunità
Spesso per i Paesi africani i prestiti cinesi sono stati più un rischio che un’opportunità: con progetti accusati di essere portati avanti in modo approssimativo, favorendo gli appetiti di politici locali e non delle comunità, impiegando soltanto manodopera cinese e soprattutto facendo lievitare il debito dei Paesi coinvolti nei confronti delle casse di Pechino, come si legge nell’ultimo rapporto del Center for Global Development. Il bilancio generale, nel complesso, però - sostiene sempre il rapporto - è positivo: gli investimenti cinesi hanno portato globalmente più benefici alle economie africane. Una partita che ora toccherà a Europa e Stati Uniti bilanciare.