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Fondi Esg, la qualità dopo la quantità

Nell'attuale contesto la riconversione dei processi industriali verso le energie sostenibili e la lotta ai cambiamenti climatici diventano insieme più necessarie e più costose
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La crisi Ucraina evidenzia come la riduzione del consumo di combustibili fossili non rappresenti, nel breve periodo, una scelta indolore. La dipendenza delle economie europee da questa tipologia di fonti energetiche (e dalle filiere industriali che le utilizzano) è riflessa nell’aumento dei loro prezzi e dei profitti dei produttori. In un simile contesto, la riconversione dei processi industriali verso le energie sostenibili e la lotta ai cambiamenti climatici diventano insieme più necessarie e più costose. È chiaro che, per conseguire questi obiettivi, non è possibile affidarsi esclusivamente alla buona volontà degli operatori economici, che di fronte a una probabile recessione sono comprensibilmente riluttanti a ridurre i propri ricavi (o a caricarsi di oneri aggiuntivi) per perseguire traguardi ambientali. Ne risulta ulteriormente accentuato il ruolo di pungolo e di traino che può essere svolto dall’opinione pubblica, att…

La crisi Ucraina evidenzia come la riduzione del consumo di combustibili fossili non rappresenti, nel breve periodo, una scelta indolore. La dipendenza delle economie europee da questa tipologia di fonti energetiche (e dalle filiere industriali che le utilizzano) è riflessa nell’aumento dei loro prezzi e dei profitti dei produttori. In un simile contesto, la riconversione dei processi industriali verso le energie sostenibili e la lotta ai cambiamenti climatici diventano insieme più necessarie e più costose. È chiaro che, per conseguire questi obiettivi, non è possibile affidarsi esclusivamente alla buona volontà degli operatori economici, che di fronte a una probabile recessione sono comprensibilmente riluttanti a ridurre i propri ricavi (o a caricarsi di oneri aggiuntivi) per perseguire traguardi ambientali. Ne risulta ulteriormente accentuato il ruolo di pungolo e di traino che può essere svolto dall’opinione pubblica, attraverso scelte di consumo e di investimento consapevoli. Il tema non è nuovo: da quattro anni almeno l’Ue lavora per mettere a punto strumenti che consentano ai cittadini di premiare le aziende più attente ai rischi climatici, affiancando al bastone di normative ambientali più severe anche la carota del profitto. Nel campo della finanza, si cerca di rendere riconoscibili i gestori del risparmio (in futuro, anche le banche) che finanziano aziende non inquinanti, così che le famiglie possano premiarli affidando loro i propri capitali.

I fondi comuni Articolo 8

Come per tutti i lavori in corso, non sono mancati incidenti: lo scorso anno, ad esempio, si è discusso parecchio dei fondi comuni “Articolo 8”. Questi veicoli d’investimento, ai sensi di un regolamento europeo che impone agli intermediari finanziari di rendere pubbliche le proprie politiche di sviluppo sostenibile, dovrebbero promuovere, anche caratteristiche ambientali o sociali: peccato che alcuni di essi investissero oltre la metà dei propri attivi in società operanti nei settori del petrolio, gas ed energia nucleare. Questi stessi comparti, peraltro, risultavano presenti in misura non trascurabile anche nei portafogli di diversi fondi “Articolo 9”, e cioè quelli che dovrebbero avere gli investimenti sostenibili come obiettivo principale. Non è difficile immaginarsi la delusione di chi aveva puntato su questa tipologia di fondi per “votare col portafoglio” a sostegno della riconversione ambientale.
Per arginare il problema la Commissione Europea ha diffuso un documento di chiarimenti, precisando che un fondo Articolo 9 può dichiarare come obiettivo la riduzione dei gas serra solo se ispira i propri investimenti a un “paniere” di riferimento che includa titoli orientati alla transizione climatica. Questo paniere (benchmark) è definito da un apposito regolamento comunitario e, nella sua versione più severa, prevede una riduzione delle emissioni di CO2 di almeno il 50% rispetto al mercato di riferimento e una ulteriore riduzione del 7% all’anno.

Le proteste dei gestori

La decisione ha suscitato le proteste di diversi gestori, inclusi alcuni fondi “attivisti” che rivendicano la libertà di investire in aziende inquinanti con l’obiettivo di costringerle a modificare le proprie strategie. Qualcuno osserva che la regola è di difficile applicazione, perché le emissioni di gas serra delle aziende, a oggi, sono ancora in larga parte stimate. Quel che è peggio, la stima è verosimilmente per difetto: perché se a dichiarare le proprie emissioni di CO2 sono solo i primi della classe, allora c’è il rischio che il valore medio (applicato a chi non fornisce dati) risulti troppo ottimistico. Nondimeno, la scelta è positiva, perché sintomatica della volontà di rendere più facilmente verificabili le etichette “ambientaliste” adottate da un numero crescente di fondi, talvolta per finalità di puro marketing. Tutto questo accadeva prima della guerra, quando ancora il carbone faceva capolino dalla calza della Befana e non era stato riabilitato dalle politiche energetiche di emergenza dei governi europei. Sembra un secolo fa, ma non è così: perché se davvero fossero passati cento anni, il pianeta starebbe già bruciando.