Ventun anni fa, quando Silvio Berlusconi si preparava a vincere le elezioni del 2001, Indro Montanelli scrisse di lui che a nessun altro riusciva meglio la parte di vittima e perseguitato: "Chiagne e fotte, dicono a Napoli dei tipi come lui. E si prepara a farlo per cinque anni di seguito". Una definizione che, mutatis mutandis, potrebbe in gran parte attagliarsi oggi alle assicurazioni. Sono sempre lì pronte a lamentarsi per la cronica sottoassicurazione degli italiani, per l'aumento dei costi dei sinistri, per le tariffe Rc auto schiacciate dalla concorrenza, per la difficoltà di vendere polizze vita a rendimento garantito in un contesto di tassi troppo bassi. Ma poi, quando si va a guardare i loro conti, si scopre che va tutto bene. O almeno, va meglio che nel resto d'Europa. E anche meglio del comparto bancario.
Un comparto in salute
A mostrare una fotografia dell'ottimo stato di salute del comparto assicurativo è stata la Banca d'Italia nel suo ultimo "Rapporto sulla stabilità finanziaria" uscito a fine aprile. Due grafici, in particolare, mostrano la straordinaria resilienza del settore sia alla pandemia che a questi primi mesi di guerra. In uno di questi si vede come il comparto assicurativo italiano produca costantemente più profitti di quello medio europeo: fatto 100 l'utile a inizio 2019, per tutti gli anni successivi, compresi i primi tre mesi dell'anno in corso, le imprese del Bel Paese hanno costantemente distanziato la media delle europee e anzi la differenza si è accresciuta di recente arrivando a 4-5 punti in più.
Anche a livello di performance borsistica le italiane se la sono cavata meglio delle colleghe continentali. Fatto 100 l'indice azionario a inizio 2019, le imprese del Bel Paese alla fine del primo trimestre hanno raggiunto quota 160 contro un 145 della media europea. Inoltre, quello assicurativo è stato finora un comparto d'oro anche rispetto alle banche. Le compagnie hanno accresciuto in cinque anni le quotazioni mediamente del 20,4%, contro il meno 25,5% delle banche. Anche a tre anni permane una differenza a favore delle compagnie: più 9% contro più 7,6%. Le ragioni? "Il deterioramento delle prospettive di crescita - dicono all'Ivass, l'ente di vigilanza sulle assicurazioni - il calo dell'attività produttiva, il deterioramento della qualità dei prestiti si riflettono in modo immediato sul sistema bancario, la cui redditività è strettamente connessa alla qualità dei crediti. Il settore assicurativo offre protezione dalle conseguenze economiche derivanti dal verificarsi di eventi avversi, investe sui mercati finanziari e in questo senso svolge una funzione essenziale di sostegno all'economia reale, ma non eroga finanziamenti diretti. Di conseguenza ne subisce gli effetti di un negativo andamento in modo limitato". "A differenza del comparto assicurativo che è decorrelato dall'andamento dei mercati finanziari - spiega Gian Luca Ferrari, analista di Mediobanca Securities - le banche hanno un andamento più ciclico. Se la crescita rallenta, aumentano i crediti deteriorati con un conseguente effetto sugli utili, che scendono. Lo scenario è cambiato più volte in questi ultimi due anni prima con il Covid, poi con la forte ripresa economica e infine con la guerra. Il 2022 era partito bene per le banche con la risalita dei tassi, favorevole al loro business, ma con la guerra c'è stata una revisione della crescita economica al ribasso e quindi si è tornati indietro".
Il business delle assicurazioni
Il business delle assicurazioni sembra invece uscire indenne dalle criticità degli ultimi anni. Inoltre, cosa ancora più sorprendente, le imprese italiane guadagnano di più, in media, di quelle europee. La spiegazione sta, paradossalmente, nel loro modello di business un po' antiquato. "Nel nostro Paese - dicono all'Ivass - è scarsa la diffusione di coperture assicurative per danni, auto esclusa. Sono poco diffuse le assicurazioni a copertura dei rischi delle Pmi e quelle contro le catastrofi naturali, come terremoti e inondazioni. La quota di premi relativi a quelle coperture assicurative tipicamente impattate da pandemia e conflitti militari (cancellazione di viaggi, interruzione di attività lavorative, escussione delle garanzie delle polizze dei rami credito) è solo il 14% del totale premi del settore danni rispetto al 29% delle compagnie europee". Inoltre sempre nei danni, "nel 2020, i profitti erano cresciuti del 45% grazie al comparto Rc auto dove gli oneri relativi ai sinistri erano diminuiti quasi del 20% riflettendo la riduzione degli incidenti stradali determinata dal calo della circolazione. Il fenomeno non ha avuto la stessa rilevanza in tutta Europa. Per le assicurazioni di alcuni grandi paesi europei, Francia e Germania in particolare, il ritorno eccezionalmente positivo del settore auto è stato in gran parte compensato da oneri altrettanto eccezionali per sinistri relativi ad altri rischi, connessi direttamente all'andamento dell'economia". Ma c'è di più. "Le compagnie italiane - spiega Massimo Figna, ad di Tenax Capital - sono molto più esposte al vita che al danni. E la pandemia non ha per niente impattato il vita; anzi, la riduzione del rendimento dei bond ha finora fatto crescere il loro valore aumentando i ratios patrimoniali". Se il recente, tumultuoso, passato, non ha impattato il business degli assicuratori italiani, il futuro è più incerto. A preoccupare sono la forte crescita dell'inflazione e i probabili nuovi aumenti dei tassi. Due recenti report, uno di Bcg e uno di Moody's, mettono in guardia da una combinazione di bassa crescita, alta inflazione e tassi in risalita. In questo scenario l'aumento dei tassi produrrebbe necessità di maggiore capitale per la svalutazione dei bond che hanno in pancia, mentre l'inflazione farebbe aumentare gli indennizzi e le riserve. "Se poi l'inflazione fosse molto più alta dei tassi, con quelli reali molto negativi - racconta Figna - allora la nuova produzione Vita sarebbe annullata".