La microfinanza arma spuntata contro la povertà
di Giorgio Barba Navaretti , di Giorgio Barba Navaretti"I nostri nipoti andranno nei musei per capire cos’era la povertà”. Un mondo senza miseria è la visione e il mantra di Muhammad Yunus, padre del microcredito, premio Nobel per la pace nel 2006, con la sua Grameen Bank in Bangladesh. Magnifico auspicio, ma impossibile da realizzare. La povertà continuerà ad esser parte della nostra vita quotidiana. La ricetta di Yunus, con cui abbiamo dialogato con Maurizio Molinari al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, ha tre ingredienti: il denaro, la libertà di scegliere e l’emancipazione delle donne. Il denaro, erogato con piccoli prestiti (il microcredito) permette a chi vive al limite della sussistenza di comperarsi quanto necessario per avviare un’attività economica: il carretto per portare il latte al mercato; un telaio per produrre tessuti tradizionali; un banco su cui esporre dei prodotti. La libertà è quella d’impresa. Solo attraver…
"I nostri nipoti andranno nei musei per capire cos’era la povertà”. Un mondo senza miseria è la visione e il mantra di Muhammad Yunus, padre del microcredito, premio Nobel per la pace nel 2006, con la sua Grameen Bank in Bangladesh. Magnifico auspicio, ma impossibile da realizzare. La povertà continuerà ad esser parte della nostra vita quotidiana. La ricetta di Yunus, con cui abbiamo dialogato con Maurizio Molinari al Festival Internazionale dell’Economia di Torino, ha tre ingredienti: il denaro, la libertà di scegliere e l’emancipazione delle donne. Il denaro, erogato con piccoli prestiti (il microcredito) permette a chi vive al limite della sussistenza di comperarsi quanto necessario per avviare un’attività economica: il carretto per portare il latte al mercato; un telaio per produrre tessuti tradizionali; un banco su cui esporre dei prodotti. La libertà è quella d’impresa. Solo attraverso la capacità di intraprendere si possono migliorare le proprie condizioni di vita: non trovando lavoro ma creandolo, inventandolo. Una ricetta sensata in contesti particolarmente arretrati dove le possibilità di lavori formali decenti, nell’industria, nelle piantagioni, nel settore pubblico, sono minime.
Una questione di genere
considerate una ricetta nuova e molto efficace di sviluppo, fino ad assegnargli il premio Nobel per la pace nel 2006. In effetti, la Grameen Bank (che ora è controllata dal governo del Bangladesh) ha milioni di clienti e la microfinanza si è diffusa in tutti i Paesi del mondo, sia in via di sviluppo che avanzati. Ma come può funzionare dal punto di vista economico? È comunque un’operazione di mercato e chi la pratica deve almeno pareggiare i conti. Come gestire un numero infinito di clienti piccolissimi, sparsi su un vasto territorio, difficilissimi da monitorare e nei primi anni di vita della banca senza tecnologie efficaci che permettessero una gestione decentrata della relazione? I telefoni mobili e Internet non esistevano. Certo, i tassi di interesse sono elevati e forse sufficienti a coprire i costi di gestione di piccolissimi clienti. Ma, come sanno bene le banche, il problema cruciale per una buona distribuzione del credito sono le informazioni sul cliente e le possibilità di monitorarlo. Nelle campagne del Bangladesh, impossibile. Impossibile se non si fa uso di una vecchia ricetta che in fondo è il principio su cui sono nate le casse mutue anche in Europa: il controllo sociale. Se non restituisci il tuo prestito fai male non solo a te stesso ma anche alla tua comunità. I prestiti nel microcredito sono spesso erogati a singoli individui parte di gruppi sociali, a volte imponendo una responsabilità collettiva sul credito. Un sistema che funziona bene in contesti con legami e pressione sociali forti, fondato sulle capacità dell’individuo di fare e intraprendere, ma radicato nel principio di responsabilità collettiva. Insomma, un meccanismo di sviluppo ed emancipazione dirompente. La via maestra per mettere la povertà in museo? A volte, ma non sempre.
Le analisi dei Nobel
Altri due premi Nobel, questa volta in Economia, Esther Duflo e Abhijit Banerjee, con molti coautori, hanno svolto delle analisi di impatto di programmi di microcredito in molti Paesi diversi (Bosnia, Etiopia, Marocco, India, Messico e Mongolia), seguendo i clienti anche per diversi anni. I due economisti sono maestri in questi tipi di analisi e hanno trovato che in realtà, in termini generali, la microfinanza è una ricetta spuntata per la lotta alla povertà: in media per tutti i programmi seguiti non hanno identificato un aumento significativo nel livello di reddito dei creditori né un miglioramento significativo della qualità della vita. Certo, il microcredito permette maggiore libertà su come spendere il denaro e la possibilità di scegliere un lavoro autonomo rispetto a un lavoro dipendente, ma non migliora in modo sostanziale le condizioni di vita. Il nodo sta proprio nel fuoco sull’imprenditorialità. A fare gli imprenditori sono bravi tutti a parole, meno in realtà. Duflo e Banerjee, in uno studio durato sei anni a Hyderabad in India trovano che sono riuscite veramente a beneficiare della microfinanza solo persone che quando hanno ottenuto il prestito avevano già un’attività. E soprattutto persone che tra i poveri creditori di queste banche erano comunque quelli con un reddito più elevato. Dunque, donne (ricordate i clienti sono soprattutto donne) che avevano già dimostrato di essere capaci di svolgere un’attività economica autonoma e per le quali il finanziamento, per quanto piccolo, fosse sufficiente a uscire dalla trappola della povertà, la sussistenza senza poter fare passi in avanti.
Insomma, per quanto Yunus, ormai diventato un portatore di buona novella, predichi il valore universale della sua attività, e per quanto sia vero che questa ha aiutato molti a fare passi avanti, il limite sta proprio nella sua non universalità: i più poveri dei poveri comunque, anche supportati dal microcredito, non ce la possono fare. E come in tutte le ricette fondate sul mercato, per quanto inclusive possano essere, (e questo è lo spirito dell’imprenditoria sociale), qualcuno rimane sempre escluso.