La guerra dei chip è iniziata, così gli Stati Uniti soffocano i sogni di "autarchia" di Xi Jinping
di Fiilippo Santelli , di Fiilippo SantelliOra è chiaro: la guerra dei chip è iniziata. Un conflitto a somma zero, in cui si fronteggiano l'egemone e lo sfidante, Stati Uniti e Cina, entrambi convinti che padroneggiare la frontiera di microchip e supercomputer garantirà nei prossimi decenni il primato civile e militare, ormai indistinguibili. Una guerra in cui Washington parte in grande vantaggio e il cui esito sarà molto difficile da ribaltare per Pechino, dicono gli analisti. Che però avvertono anche sui rischi di una reazione a catena destinata a ridisegnare le filiere globali della tecnologia, con costi ed effetti solo in parte prevedibili.
La Guerra Fredda 2.0
Nel giro di poche settimane gli Stati Uniti hanno lanciato una poderosa escalation, teorizzata e subito messa in pratica. La teoria: esiste un certo numero di tecnologie che "moltiplicano la forza" di un Paese, a cominciare dai chip più avanzati. In queste tecnologie l'imperativo non è più s…
Ora è chiaro: la guerra dei chip è iniziata. Un conflitto a somma zero, in cui si fronteggiano l'egemone e lo sfidante, Stati Uniti e Cina, entrambi convinti che padroneggiare la frontiera di microchip e supercomputer garantirà nei prossimi decenni il primato civile e militare, ormai indistinguibili. Una guerra in cui Washington parte in grande vantaggio e il cui esito sarà molto difficile da ribaltare per Pechino, dicono gli analisti. Che però avvertono anche sui rischi di una reazione a catena destinata a ridisegnare le filiere globali della tecnologia, con costi ed effetti solo in parte prevedibili.
La Guerra Fredda 2.0
Nel giro di poche settimane gli Stati Uniti hanno lanciato una poderosa escalation, teorizzata e subito messa in pratica. La teoria: esiste un certo numero di tecnologie che "moltiplicano la forza" di un Paese, a cominciare dai chip più avanzati. In queste tecnologie l'imperativo non è più solo mantenere un vantaggio "relativo", due generazioni sul rivale, bensì costruire "una leadership più ampia possibile". Da qui, dieci giorni fa, l'azione: cento pagine del Dipartimento del Commercio che estendono ed inaspriscono i controlli all'export di semiconduttori verso la Cina. Per contenerne l'ascesa, Guerra Fredda 2.0.
Soffocare Pechino
L'obiettivo è bloccare il trasferimento di tecnologia lì dove il ritardo della Cina, cioè la sua dipendenza dall'esterno, resta massima. Partendo da monte, nella lunga catena industriale del silicio: i software per il design dei microprocessori più avanzati, dominati dalle aziende americane Synopsis e Cadence; i grandi e costosissimi macchinari per stampare i circuiti più piccoli, sotto i 14 nanometri; le relative componenti. Tutte le aziende, anche non americane, che vorranno vendere a Pechino prodotti che contengono tecnologia made in Usa, lo potranno fare solo dopo autorizzazione di Washington, che partirà da una presunzione di diniego. Non solo: un'autorizzazione la dovranno chiedere pure i professionisti con passaporto americano che desiderano lavorare con aziende cinesi. Morale: la Cina diventa intoccabile, o toccabile a proprio rischio e pericolo. A questo boicottaggio per tenere indietro Pechino, gli Stati Uniti aggiungono pure un pacchetto per scattare più avanti nell'innovazione: il Chips Act stanzia 39 miliardi di sussidi per la produzione di chip sul territorio americano e 11 miliardi per la ricerca.
L'autarchia di Xi Jinping
Smaltita la sbornia del XX Congresso del Partito, che lo consacrerà grande timoniere dell'ascesa cinese, Xi Jinping dovrà fare i conti con questo tentivo di strangolamento. E con una domanda scomodissima: il sogno di autosufficienza tecnologica cinese, lui dice "autarchia", è realizzabile? Anche guardando ai risultati degli ultimi anni, molti esperti rispondono no. La Cina si era data l'obiettivo di coprire con la produzione nazionale il 70% del fabbisogno, ma oggi resta sotto il 20%. E per quanto riguarda i microprocessori più avanzati, la distanza con i leader globali si è ridotta, ma resta notevole. Smic, la più grande tra le società di Stato, ha appena avviato la produzione dei chip a 14 nanometri, quando le "fonderie" taiwanesi più progredite - con macchinari americani o olandesi - sperimentando i 3 nanometri. La Cina resta in tutto e per tutto dipendente.
I miliardi non bastano
Il regime sta investendo decine di miliardi, mobilitando nella battaglia l'industria statali e campioni privati. Senza dubbio rilancerà. Il problema è che i miliardi sono una condizione necessaria, ma non sufficiente, per prodotti in cui si sedimentano decenni di proprietà intellettuale. Primo problema: buona parte delle risorse viene allocata dai governi locali, che raramente hanno le competenze per indirizzarle verso le ricerche e i produttori più promettenti. Ne scaturiscono grandi bolle e spettacolari fallimenti. Mentre la stretta di regime sui colossi privati del digitale rischia di peggiorare questa dinamica. Altro problema: sebbene la Cina produca numeri record di laureati in tecnologia, il livello generale di ricerca e risorse umane restano bassi. E senza più contatti con i grandi operatori internazionali, alzare il livello delle competenze diventerà ancora più difficile. Con grande probabilità allora la Cina lancerà delle ritorsioni, magari sull'export di terre rare. Senza dubbio moltiplicherà gli sforzi, ben documentati, per sottrarre proprietà intellettuale. Ma il cuore del problema, sostituire le tecnologie a cui perderà accesso, non ha soluzioni in vista.
Gli Usa e i loro alleati
Certo, l'efficacia del contenimento americano dipenderà dalla capacità di far rispettare i divieti alle proprie aziende, per nulla contente di veder sfumare i miliardi del mercato cinese. E soprattutto agli altri grandi produttori globali, in particolare di Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Sono Paesi alleati, ma per cui i rapporti commerciali con Pechino sono decisivi. Il nuovo nazionalismo americano dei chip, che pretende di riportare la produzione in patria e dettare al mondo i limiti dei rapporti commerciali, li ha contrariati, come dimostra la freddissima ricezione del Chip 4, l'alleanza hi-tech proposta da Biden. Non è un caso che Washington abbia subito concesso alla coreana Samsung e alla taiwanese Tsmc l'autorizzazione ad onorare i contratti di fornitura con la Cina, per chip meno avanzati ad uso civile: l'America dovrà garantire agli alleati che non perderanno tutta la torta cinese, e mostrare loro che nella nuova torta americana non ci saranno fette anche per loro. Se così non fosse, i colossi asiatici potrebbero addirittura essere spinti a sviluppare prodotti alternativi "per la Cina", senza tecnologia Usa, finendo per sostenere gli sforzi di avanzamento del regime comunista.
Effetti a catena
Più in generale, gli effetti collaterali dell'escalation americana sull'industria globale dei chip non sono facili da prevedere. Anche considerato che il potentissimo armamentario creato da Biden potrebbe finire presto nella mani di un'altra amministrazione, ancora più ostile verso Pechino e meno misurata nella distinzione tra prodotti civili e milirtari, tra tecnologie strategiche e non. Siamo di fronte a "uno tsunami in cui ci saranno molti perdenti - commenta Paul Triolo, uno degli osservatori più attenti della guerra hi-tech - che come minimo rallenterà l'innovazione sia in Cina che negli Stati Uniti, e che potrebbe costare a consumatori e società miliardi di dollari". Alla guerra come alla guerra. E la guerra è appena iniziata.