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La tela di Penelope della rete unica. La Cdp fa, il governo disfa

L’interminabile vicenda dell’infrastruttura di telecomunicazioni fisse di Tim ha fatto registrare in questi giorni l’ennesima giravolta. Ciò che il management di Cdp cerca pazientemente di intessere di giorno, il Governo disfa di notte
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Più che una rete unica di Stato, pomposamente intitolata alla dea Minerva, tante pezze di una tela di Penelope. Ciò che il management di CDP cerca pazientemente di intessere di giorno, il Governo disfa di notte, anzi lo fa con parole incaute pronunciate a mercati aperti. L’interminabile vicenda dell’infrastruttura di telecomunicazioni fisse di TIM (chi la chiama genericamente “rete” forse non ha un’idea precisa di che cosa si sta parlando) ha fatto registrare in questi giorni l’ennesima giravolta della politica sul progetto di parziale nazionalizzazione che dovrebbe riguardare un perimetro tuttora indefinito degli asset industriali dell’ex monopolista. Caduta l’ipotesi faticosamente messa a punto nel memorandum firmato da CDP Equity, TIM, Open Fiber e i fondi KKR e Macquaire, i nodi da sciogliere, nell’intricatissima trama di questa tela, sono tre. E su nessuno di essi il Governo sembra avere le idee chiare. Il primo …

Più che una rete unica di Stato, pomposamente intitolata alla dea Minerva, tante pezze di una tela di Penelope. Ciò che il management di CDP cerca pazientemente di intessere di giorno, il Governo disfa di notte, anzi lo fa con parole incaute pronunciate a mercati aperti. L’interminabile vicenda dell’infrastruttura di telecomunicazioni fisse di TIM (chi la chiama genericamente “rete” forse non ha un’idea precisa di che cosa si sta parlando) ha fatto registrare in questi giorni l’ennesima giravolta della politica sul progetto di parziale nazionalizzazione che dovrebbe riguardare un perimetro tuttora indefinito degli asset industriali dell’ex monopolista. Caduta l’ipotesi faticosamente messa a punto nel memorandum firmato da CDP Equity, TIM, Open Fiber e i fondi KKR e Macquaire, i nodi da sciogliere, nell’intricatissima trama di questa tela, sono tre. E su nessuno di essi il Governo sembra avere le idee chiare. Il primo nodo è industriale, il secondo finanziario, il terzo riguarda la governance. Tutti i punti evidenziano un preoccupante livello di impreparazione tecnica della politica ad affrontare un dossier così articolato e critico per il futuro del Paese.

La contraddizione industriale

Se guardiamo il problema dal punto di vista industriale, emerge la prima, clamorosa contraddizione: la rete che dovrebbe essere unica, tanto unica non è, né potrà mai essere. Su buona parte del territorio italiano, infatti, grazie agli investimenti di soggetti privati effettuati nelle aree più densamente popolate e lungo le arterie infrastrutturali, di segmenti di reti di telecomunicazione (backbone, anelli urbani, rami di accesso, backhauling per telefonia mobile, ecc.) ce ne sono tanti. Agli occhi degli esperti, come si diceva, quella di TIM non è nemmeno una semplice “rete”, bensì una complessa e articolata infrastruttura tecnologica che comprende diversi livelli di apparecchiature di network management, nonché uno stratificato stack di strati di firmware e software. Una prima ipotesi accennata nel piano industriale 2022-2025 presentato da Pietro Labriola prevedeva la possibilità di separare gli asset infrastrutturali di rete fissa (NetCo) dai servizi (ServiceCo, inclusiva di TIM Consumer, TIM Enterprise e TIM Brasil). Sarebbe già molto difficile per un team di tecnici specializzati separare i diversi asset in sottoinsiemi industrialmente omogenei: definirne i confini con rigida e aprioristica decisione politica, in presenza di innumerevoli vincoli tecnologici di interoperabilità e di insuperabili temi di “indivisibilità degli asset”, diventerebbe un’operazione improba e, in definitiva, arbitraria.

Le ultime fantasiose ipotesi avanzate dal sottosegretario Alessio Butti riguarderebbero la nazionalizzazione di un perimetro ristretto dell’infrastruttura, limitata alle aree bianche a fallimento di mercato e a una parte delle aree finanziate dai fondi pubblici del PNRR. Si suppone quindi che ci si riferisca solo al segmento finale dell’infrastruttura, ovvero le connessioni di accesso tra gli armadi di distribuzione e gli immobili degli utenti. Sfugge il senso di (ri)nazionalizzare ciò che è già di fatto sussidiato con fondi pubblici, proprio in quanto insiste su aree dove non sono finora arrivati investimenti privati, e dove quindi i vincoli posti per garantire l’accesso aperto su base competitiva alle infrastrutture sono già noti e definiti ex ante. Su tutto il tema del perimetro industriale pendono inoltre due irrisolte questioni: il rispetto del principio della neutralità tecnologica e l’ottenimento del parere favorevole dalle autorità europee poste a tutela del mercato. In presenza di diverse tecnologie di connettività in competizione tra loro (fibra ottica, 5G, FWA, satellite, ecc.), non si vedono le basi per giustificare la scelta di privilegiare una e una sola di esse da parte dell’attore politico. E si conoscono da tempo i paletti di Bruxelles sulla costituzione di un nuovo monopolista nazionale in un settore in fortissima evoluzione come quello delle tecnologie di telecomunicazione. Se poi consideriamo che la giustificazione di fondo addotta dalla politica afferisce a sfide di cybersecurity e “sovranità infrastrutturale”, si comprende come nessuna delle soluzioni finora prospettate avrebbe un significativo effetto sulla sicurezza sui dati, che certo non dipende dal mero trasferimento della proprietà dei cavi di connessione, specie se limitati a singoli segmenti dell’infrastruttura.

I dubbi sul progetto

In assenza di una chiara logica industriale dell’intero progetto, la complessità della soluzione finanziaria necessaria a realizzarla fa emergere ancora più dubbi. In primis, sulla natura dell’operazione: si parla di separare un ramo d’azienda o di acquisire l’intero perimetro societario e poi provvedere al “break-up” di infrastrutture, servizi e della partecipazione in TIM Brasil, oppure ancora di un’offerta pubblica di acquisto parziale per il 60% delle azioni? Un’OPA volontaria avrebbe le caratteristiche di un’azione amichevole rispetto agli azionisti di minoranza, garantendo equità di trattamento, e offrirebbe il vantaggio di non dover necessariamente definire uno specifico prezzo per il ramo d’azienda dell’infrastruttura affidando a un advisor, invece che al mercato, il compito della valutazione. Ma non si possono fare le nozze dell’OPA totalitaria con i fichi secchi del debito pubblico, per non parlare di quello di CDP: perché, in uno scenario di aumento dei tassi di interesse, il livello di indebitamento di TIM, che è all’origine dei problemi attuali, richiede sfidanti equilibrismi patrimoniali, comportando il consolidamento del debito da parte dell’acquirente.

L'elemento Vivendi

Di converso, la significativa presenza di Vivendi nell’azionariato e negli organi amministrativi di TIM rende ancora più complessa l’ipotesi di una convergenza sul valore di valutazione di un ramo d’azienda che includesse l’infrastruttura di telecomunicazioni: la grande forbice tra le diverse valutazioni della “rete” da separare rispecchia sia la diversa posizione negoziale di chi ha investito, sia la difforme idea del perimetro industriale coinvolto nel progetto. Uno spin-off del ramo d’azienda relativo ai servizi ai clienti avrebbe il vantaggio di poter proporre a Vivendi uno scambio in natura, e probabilmente farebbe avvicinare le rispettive posizioni negoziali. In particolare, il ramo di azienda TIM Enterprise, dedicato ai servizi business e alle infrastrutture cloud, presenta interessanti prospettive di crescita, spinto dai processi di trasformazione digitale delle imprese. Non va inoltre dimenticata la complessità derivante dalla presenza di KKR come azionista al 37,5% di FiberCop, società che raggruppa la rete secondaria (ovvero il cosiddetto ultimo miglio, dalla cabina in strada alle abitazioni) e la rete in fibra di FlashFiber, joint-venture di TIM con Fastweb. Sia la separazione dell’area di affari dedicata ai clienti business, che si presenta finanziariamente più appetibile, sia quella dei servizi consumer, molto più esposta a pressioni competitive su un mercato ormai in gran parte maturo, presupporrebbe tuttavia un significativo riassetto organizzativo dell’azienda.

Il nodo della governance

Infine, rimarrebbe il nodo della governance della futura ipotetica “società della rete”: poiché non sono chiari gli obiettivi strategici della nazionalizzazione (sicurezza informatica, sovranità infrastrutturale, prevenzione di una possibile crisi debitoria, tutela di posti di lavoro, ecc.), non risulta facilmente leggibile la soluzione gestionale a regime prospetta dal Governo Meloni. Far condurre in porto l’operazione da parte del management di CDP avrebbe il vantaggio di affidare il governo della nuova realtà a mani esperte e dotate delle necessarie competenze tecnologiche, pur in una delicata situazione di conflitto di interessi come quella che deriva dalla presenza di CDP nel capitale sociale e negli organi amministrativi sia di TIM sia di Open Fiber. I segnali che giungono da un Governo che ha prima abolito il Ministero della Transizione Digitale e poi inanellato una serie di provvedimenti oggettivamente ostacolanti rispetto all’innovazione non farebbero invece ben sperare per una soluzione che mettesse la gestione dell’azienda tutta nelle mani della politica. I paletti che con tutta probabilità verrebbero posti dalle autorità europee alla governance di una reinventata posizione monopolista sulle infrastrutture di telecomunicazione renderebbero ancora più ingarbugliata la prospettiva di un ruolo gestionale diretto da parte della politica, che finirebbe molto probabilmente per privilegiare le ragioni di preservazione di migliaia di posti di lavoro a rischio, anche al prezzo di alzare le tariffe dei servizi all’ingrosso, e quindi di scaricare le eventuali inefficienze sui consumatori, oltre che sui contribuenti.

In conclusione, il dossier su TIM darà uno dei più cruciali banchi di prova della chiarezza di intenti del Governo e soprattutto della coesione tra la linea Meloni/Butti e quella di Giorgetti, senza dimenticare che i destini delle telecomunicazioni sono sempre stati oggetto anche dell’attenzione personale di Silvio Berlusconi. Ciò che non ci si augura è che venga imbandita una specie di fiera pubblica di improbabili ipotesi industriali e finanziarie, magari a mercati aperti, esponendo l’azienda e la reputazione dell’intero Paese all’ulteriore erosione del residuo patrimonio di credibilità davanti agli investitori internazionali.