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Anche l’Europa scende in campo nella grande caccia alle terre rare

Diciassette minerali essenziali per la green economy. Chi li possiede vince la sfida globale, tutti gli altri rischiano la subalternità. Ecco perché su ricerche e ritrovamenti si appuntano le attenzioni di tutto il mondo
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Per individuarlo sulla cartina bisogna essere appassionati di geografia. Ma è dal profondo nord della Lapponia svedese, nella città di Kiruna, che parte la sfida dell'Europa al resto del mondo per la grande corsa alle materie prime. In particolare, per i minerali al centro della trasformazione economica verso la transizione ecologica, conosciuti ormai anche dai non addetti ai lavori con il termine "terre rare". Si tratta di 17 elementi della tavola periodica, fondamentali per la produzione di tutto quello che riguarda i settori più innovativi e green dell'industria dei prossimi decenni, dalle auto elettriche alle rinnovabili, dallo sviluppo digitale alle telecomunicazioni. Chi li possiede sarà in grado di guadagnare posizioni di assoluto vantaggio nei confronti del resto del mondo. Chi ne è privo rischia di trovarsi in una posizione di totale dipendenza, se non proprio di sudditanza, economica quanto politica.

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Per individuarlo sulla cartina bisogna essere appassionati di geografia. Ma è dal profondo nord della Lapponia svedese, nella città di Kiruna, che parte la sfida dell'Europa al resto del mondo per la grande corsa alle materie prime. In particolare, per i minerali al centro della trasformazione economica verso la transizione ecologica, conosciuti ormai anche dai non addetti ai lavori con il termine "terre rare". Si tratta di 17 elementi della tavola periodica, fondamentali per la produzione di tutto quello che riguarda i settori più innovativi e green dell'industria dei prossimi decenni, dalle auto elettriche alle rinnovabili, dallo sviluppo digitale alle telecomunicazioni. Chi li possiede sarà in grado di guadagnare posizioni di assoluto vantaggio nei confronti del resto del mondo. Chi ne è privo rischia di trovarsi in una posizione di totale dipendenza, se non proprio di sudditanza, economica quanto politica.

La riserva rara

Per questo motivo è di capitale importanza l'annuncio arrivato due settimane fa dalla Svezia: nell'area di Kiruna, dove da 130 anni si trova una delle più grandi miniere europee di minerale ferroso, è stato scoperto un giacimento di terre rare le cui riserve - secondo le prime stime - ammontano a oltre un milione di tonnellate. In particolare, sono stati trovati scanio, lantanio e niodemio, minerali essenziali per la produzione di "magneti", componenti primari per i motori elettrici e per le turbine eoliche. Se le stime venissero confermate, la miniera potrebbe soddisfare l'intera domanda di magneti per i prossimi anni. Annullando uno dei principali gap nei confronti dell'Asia.
 
Perché, in questo momento, l'Unione europea deve ricorrere solo a fornitori extra Ue per il 100% del suo fabbisogno di terre rare, con la Cina che la copre quasi totalmente. Del resto, il governo di Pechino controlla oltre il 90% delle riserve e l'80% della produzione mondiale, avendo intuito prima di altri l'enorme potenzialità delle sue riserve. Potendo ignorareo le possibile controindicazioni dello sfruttamento intensivo dei giacimenti, a partire dai danni ambientali alle aree interessate. Tra i maggiori produttori, la Cina è seguita da Australia, Russia, Brasile, Vietnam, India e una serie di Paesi africani. Prima della scoperta in Svezia, le riserve di terre rare già individuate erano stimate in 120 milioni di tonnellate, di cui 45 milioni in Cina, 22 in Vietnam, 21 in Brasile, 12 in Russia e 7 in India.
 
Contrariamente al nome, i minerali di cui parliamo sono molto presenti nel sottosuolo. L'estrema difficoltà sta nella lavorazione necessaria per estrarli, separarli e rendere economicamente sostenibile tutto il processo, oltre ad avere tutte le rassicurazioni sul possibile impatto sul territorio. Per questo ci vorranno ancora parecchi anni prima che la miniera svedese sia operativa. Com'è evidente dall'elenco dei produttori, fino a due settimana fa era completamente assente l'Europa. Ma come sta accadendo in altri settori - dai microprocessori all'idrogeno - l'Unione europea ha finalmente deciso di attivare iniziative comuni per evitare di finire schiacciata nella rivalità economica Cina-Stati Uniti, diventate superpotenze economiche anche grazie all'ampia disponibilità di materie prime.
 

L'indipendenza europea

 
Il "risveglio" europeo sul tema terre rare parte dieci anni fa, con il progetto Eurorare, grazie al quale si comincia a studiare il dossier. Ma è solo con l'European Raw Materials Alliance che nel 2020 la Ue ha dato il via al progetto con cui si prefigge "azioni per ridurre la dipendenza dell'Europa dalle materie prime dei Paesi terzi, migliorando l'efficienza delle risorse e la circolarità".
Una iniziativa su più larga scala che si occupa anche di altri minerali di cui il continente è privo, dal cobalto al titanio fino al litio, altrettanto fondamentali nella transizione verso la green economy. E che costano fino a 31 miliardi all'anno di importazioni, mentre dal sottosuolo si potrebbero ricavare risorse minerarie per un valore complessivo fino a 100 miliardi di euro. Ma non si tratta solo di dichiarazione di intenti: Bruxelles ha stanziato 1,7 miliardi di euro, con l'obiettivo di produrre da sola fino al 20% delle terre rare di cui necessita la sua industria da qui al 2030. Un risultato che si vuole raggiungere non soltanto scavando. Accanto allo ricerca di giacimenti, di cui dovrebbero essere particolarmente ricche Francia, Spagna e Paesi scandinavi, l'Europa metterà in campo tutte le competenze in quella che rimane una delle sue industrie di punta: la capacità di recuperare e riciclare materia prima dagli scarti delle produzione e dai rifiuti industriali.
 

Una corsa per tutti i protagonisti

 
È una strada anche questa, non certo secondaria, per affrancarsi dallo strapotere cinese. Secondo alcuni analisti la dipendenza dell'Occidente da Pechino sulle terre rare sarebbe maggiore rispetto a quella energetica, come lo è stata fino a prima della guerra in Ucraina. Addirittura capace di mettere in crisi l'apparato di difesa Usa nel giro di pochi mesi se bloccasse le esportazioni verso Washington. Ma la corsa verso le terre rare riguarda tutti i grandi protagonisti sullo scacchiere geopolitico. La Russia - che basa, di fatto, tutta la sua economia sulle materie prime - vorrebbe diventare nei prossimi anni il maggior "titolare" di riserve disponbili alle spalle della Cina. Aumentando la produzione nelle sue miniere, ma espandendo la sua influenza anche in Africa, dove le potenzialità di nuove scoperte sono, al momento, ancora sottostimate. Utilizzando qualsiasi mezzo: per esempio, fornendo assistenza militare ai regimi impegnati in conflitti locali, tramite compagnie di mercenari a cominciare dal Gruppo Wagner, ottenendo così concessioni minerarie. Non sta di certo a guardare l'amministrazione Usa, che ha avviato accordi specifici con Canada, Regno Unito Australia e con la stessa Unone Europea per co-investire in progetti minerarie per la ricerca di minerali "critici". Del resto, è la strada che sta percorrendo anche Bruxelles, lavorando per accordi commerciali che vanno dal Cile all'Australia, con un accordo sul libero scambio con il Canada, intensificando i rapporti con i Paesi africani ricchi di materie prime. Ma, addirittura, partecipando alle operazioni di ricerca nel sottosuolo dell'Artico. Anche se la via più rapida è quella di sfruttare le riserve già individuate nei Balcani, dalla Serbia all'Albania. E a chi avesse ancora dei dubbi sul nuovo "oro", basterebbe ricordare che anche la regione del Donbass - al centro degli scontri tra Mosca e Kiev - è ricca di terre rare.