Balneari, tassisti e ambulanti, gli intoccabili d'Italia che Meloni non vuole scontentare
di
Aldo Fontanarosa
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di Aldo Fontanarosa
Decenni di pressioni lobbistiche, di leggi fatte e disfatte e ora anche una valanga di azioni legali per bloccare la concorrenza. La premier e i suoi ministri alle prese con la questione delle concessioni, su cui l'Europa spinge, ma le categorie interessate sono il suo bacino elettorale
Aggiornato alle 4 minuti di lettura
ROMA - Ci sono il titolare di un lido, un tassista di Milano, un ambulante di Roma e un dirigente di un ministero. Può sembrare l'inizio di una barzelletta, ma non è così. Al contrario queste persone sono dentro una storia seria e complessa che segna una sconfitta per la nostra Pubblica Amministrazione.
Da anni, l'Ue, le autorità a tutela dei consumatori, singoli politici, giudici coraggiosi cercano di indirizzare il vento benefico della concorrenza verso questi tre settori: il commercio degli ambulanti, i taxi, le concessioni balneari (ben 12.166 in Italia).
Ma la stratificazione abnorme di leggi e leggine, le sfide delle norme regionali ai dettami (corretti) della Corte Costituzionale, i possibili affronti del Parlamento al Consiglio di Stato: tutto questo ha impedito di migliorare le cose. E aggrava adesso la situazione - avverte la Corte dei conti - la montagna di cause che pendono nei Tribunali, firmatari proprio i balneari.
ROMA - Ci sono il titolare di un lido, un tassista di Milano, un ambulante di Roma e un dirigente di un ministero. Può sembrare l'inizio di una barzelletta, ma non è così. Al contrario queste persone sono dentro una storia seria e complessa che segna una sconfitta per la nostra Pubblica Amministrazione.
Da anni, l'Ue, le autorità a tutela dei consumatori, singoli politici, giudici coraggiosi cercano di indirizzare il vento benefico della concorrenza verso questi tre settori: il commercio degli ambulanti, i taxi, le concessioni balneari (ben 12.166 in Italia).
Ma la stratificazione abnorme di leggi e leggine, le sfide delle norme regionali ai dettami (corretti) della Corte Costituzionale, i possibili affronti del Parlamento al Consiglio di Stato: tutto questo ha impedito di migliorare le cose. E aggrava adesso la situazione - avverte la Corte dei conti - la montagna di cause che pendono nei Tribunali, firmatari proprio i balneari.
La concorrenza permetterebbe a giovani imprenditori di rinnovare questi settori, chiusi e a volte polverosi; di offrire servizi migliori, a prezzi più bassi; di sostenere l'Erario.
La Corte dei conti si accorge che - dal 2012 - ha preso forma un enorme "contenzioso" ai danni della PA. Sonole cause civili che i balneari (ancora loro) hanno presentato nei Tribunali. Cause che spesso chiedono conto - ecco il dato nuovo - del continuo cambio delle leggi: un sistema di sabbie mobili che avrebbe leso, sostengono, la loro libertà d'impresa.
Le concessioni sono regolate dall'articolo 37 del Regio Decreto 327, la cui prima versione risale al 1942, con Mussolini ancora al potere. Qui, in era repubblicana, compare "il diritto di insistenza". A introdurlo è il Parlamento, nel 1993. Prevede che il titolare di una concessione - alla scadenza del permesso di usare il bene pubblico - goda di una prelazione.
Può restare dove è - ad esempio su una spiaggia, con il suo lido - anche se un'altra persona o impresa vorrebbe subentrargli. Quindici anni dopo, 2008, la Commissione Ue alza il primo cartellino giallo sotto il naso dell'Italia. Il "diritto di insistenza" - avverte - imbriglia la concorrenza ed è illegittimo. Parte così una procedura d'infrazione contro il nostro Paese, che si dà una mossa.
Otto mesi dopo, con un blitz, il Parlamento rinnova le concessioni fino al 2020. La riforma, quella non arriva più. Intanto migliaia di concessionari avviano delle cause. E i loro legali, in Tribunale, cominciano a lamentare il continuo mutare delle regole. Un diritto (la insistenza) è introdotto nel 1993, cancellato (nel 2011), reintrodotto di fatto (nel 2012) grazie alla proroga.
Decine ne arrivano anche nel 2022. I firmatari stavolta sono i concessionari che hanno attività non al mare, ma lungo i laghi e i fiumi; e le imprese della nautica di diporto. Il decreto Agosto - il 104 del 2020 - estende anche a loro la proroga di 15 anni. Motivazione, non illogica: c'è il Covid, la crisi morde. L'anno scorso, però, il governo Draghi avverte - con la sua legge sulla Concorrenza - che anche questo prolungamento è illegittimo.
Dubrovnik (Croazia)
Così all'estero
In un clima incerto, il governo Meloni cerca una misura di compromesso. Molte buone idee intanto prendono forma all'estero. La Croazia, ad esempio, ammette concessioni lunghe (50 anni) quando il concessionario costruisce un edificio di valore, che subito entra nel patrimonio dello Stato.
Di norma, la maggioranza delle concessioni non supera i 5 anni. In Francia, il costo per i concessionari è molto variabile, a seconda della bellezza della località. E le concessioni non superano i 12 anni.
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D'altra parte, la violenta reazione degli autisti - che quasi cinsero d'assedio Palazzo Chigi nell'estate 2022 - costrinse finanche Mario Draghi a tentennare. Servirà un po' di fantasia, allora. Almeno quella. Ne ha certamente il sindaco di Milano Giuseppe Sala che, in queste ore, ripesca un progetto accantonato nel 2019 causa Covid.
Ora, è vero: le concessioni sono poche. Le imprese ambulanti, fragili, aprono e chiudono determinando un ricambio. E gli ambulanti, tanti tassisti, alcuni balneari non sono certo odiosi milionari. Ma non è milionario neanche chi vorrebbe cercare denaro e fortuna nei loro settori. E ne viene escluso.