Maneskin e non solo: ora tutto il mondo compra e ascolta musica italiana
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteC'è una novità interessante nel mercato musicale internazionale: l'Italia. Si, dopo molti anni un cui esportare la musica italiana era un affare legato al successo di pochi artisti, da qualche tempo invece le note tricolori, canzoni scritte da autori italiani, stanno conoscendo una nuova popolarità. L'export di musica italiana è cresciuto negli ultimi anni del 7,6%, merito certamente anche del successo dei Maneskin, ma dietro di loro c'è un esercito sia di under 35 che stanno provando a superare le Alpi e il Mediterraneo, per conquistare il mondo, sia di vecchie conoscenze della dance come gli Eiffel 65 e altri esponenti della "Italo disco", ma anche di giovanissimi campioni "urban" come Rocco Hunt, Zen, Charlie Charles, Mahmood, Capo Plaza, Sfera Ebbasta e altri ancora. Sono i dati che emergono dal primo rapporto di Italian Music Lab e Italia Music Export, ovvero la fondazione nata, con l'impegno di Siae, per …
C'è una novità interessante nel mercato musicale internazionale: l'Italia. Si, dopo molti anni un cui esportare la musica italiana era un affare legato al successo di pochi artisti, da qualche tempo invece le note tricolori, canzoni scritte da autori italiani, stanno conoscendo una nuova popolarità. L'export di musica italiana è cresciuto negli ultimi anni del 7,6%, merito certamente anche del successo dei Maneskin, ma dietro di loro c'è un esercito sia di under 35 che stanno provando a superare le Alpi e il Mediterraneo, per conquistare il mondo, sia di vecchie conoscenze della dance come gli Eiffel 65 e altri esponenti della "Italo disco", ma anche di giovanissimi campioni "urban" come Rocco Hunt, Zen, Charlie Charles, Mahmood, Capo Plaza, Sfera Ebbasta e altri ancora. Sono i dati che emergono dal primo rapporto di Italian Music Lab e Italia Music Export, ovvero la fondazione nata, con l'impegno di Siae, per supportare i giovani italiani creatori di musica per promuovere e sviluppare il loro lavoro sia nel mercato italiano che all'estero, e l'ufficio dedicato all'export musicale della Siae stessa.
Il primo rapporto Italia Music Lab
"Questo primo rapporto di Italia Music Lab", spiega Gianni Sibilla, presidente di Italia Music Lab, "nasce per raccontare come siamo arrivati a questa reputazione e a questi numeri. Italia Music Lab è un personaggio centrale all'interno di questa storia. La Fondazione è nata nel 2021 sulle basi del lavoro di valorizzazione della musica italiana all'estero sostenuta da Siae con la creazione di Italia Music Export: un ufficio specifico, lanciato nel 2017, per promuovere gli artisti nazionali fuori dai confini, sostenendoli in tour, organizzando songwriting camp tra music creator italiani e stranieri, creando occasioni di incontro tra chi fa e lavora nella musica in Italia e all'estero".
Tra il 2018 e il 2021 si è registrata una crescita del 7,6% dei proventi dovuti al diritto d'autore dall'estero, il che significa che è cresciuto il consumo di canzoni scritte da autori italiani, una novità assoluta dopo anni nei quali persino all'interno del nostro Paese le classifiche erano dominate da autori stranieri. Quali motivi che hanno portato a questa crescita? "Ci piacerebbe poter dire, che è dovuto all'ufficio export della Siae", dice sorridendo Matteo Fedeli, 38 anni, da gennaio direttore generale della Siae stessa: "in realtà è frutto di un insieme di fattori in cui anche l'Export Office ha un ruolo, ma la prova del nove non l'avremo mai. Sicuramente c'è un tema di allineamento tra quello che viene prodotto in Italia e le esigenze del mercato internazionale. Allineamento che era necessario e che si vede bene proprio dal cambiamento di Sanremo: per molti anni il Festival è stato scollegato dal gusto degli italiani, molti dati ci dicono che invece oggi Sanremo sta andando bene perché si è ricollegato alla cultura popolare. Poi c'è stato il fenomeno dei Maneskin che ha giocato un ruolo importante e che ha messo il carro nella direzione giusta. Ma la cosa più interessante è che sull'onda dei Maneskin ci siamo resi conto che quello che è esportabile non è solo l'"italianità", non solo la creatività, ma anche il prodotto stesso, che un artista italiano che canta nella nostra lingua può fare un sold out, che la realtà di oggi apre strade sorprendenti".
L'italiano di moda
L'italiano è una lingua di moda, insomma? "No, non siamo arrivati a questo ed è ovvio che i brani che hanno maggior successo internazionale sono in inglese, ma è un segnale che non va sottovalutato". Di certo c'è stato un rinnovamento generazionale, dovuto ad una nuova ondata di musicisti, cantanti e interpreti giovanissimi, che hanno saputo usare nuovi linguaggi e nuovi strumenti, lo streaming e i social in particolare, raggiungendo un nuovo pubblico e cambiando il consumo: "Abbiamo ricolonizzato le classifiche che fino a qualche anno fa erano totalmente dominate da artisti internazionali e oggi vedono la musica italiana dominare, siamo passati dall'essere una semplice provincia dell'impero musicale angloamericano, ad essere la Numidia e aver mandato un nostro gladiatore a combattere al Colosseo. Con l'Export Office abbiamo contribuito a far crescere la consapevolezza di come approcciare i mercati internazionali, altri Paesi lo avevano fatto prima di noi, ma noi oggi continueremo". La classifica degli autori italiani più ascoltati al mondo vede in testa in Maneskin, poi gli Eiffel 65, quindi Eros Ramazzotti e Zucchero, poi Paolo Conte, Lucio Dalla, Cocciante e Funbeat (Pasquale Di Fonzo), un tiktoker dell'ultim'ora, prima dei Matia Bazar e di Umberto Tozzi. Nomi ben noti in maggioranza, ma è evidente che il dominio di Maneskin e la presenza di Funbeat ci dicono che le cose stanno velocemente cambiando. "E' un cambiamento radicale", sostiene Fedeli, "con le piattaforme social e di streaming hai una platea globale che puoi raggiungere con le tue produzioni fatte in casa e pianificare una nuova diffusione della musica italiana all'estero non è più impossibile, anche per chi non è sostenuto dall'industria discografica. I piccoli produttori sono tanti, lo vediamo come SIAE, perché si è riconfigurato anche il ruolo dell'editore musicale". Che le cose siano cambiate è evidente a molti. Ma lo è per la politica e i governi? Nell'Inghilterra del 1964, solo un anno dopo dell'uscita del primo album dei Beatles, un anno lo ripetiamo, la Regina Elisabetta li nominava baronetti, convinta, come tutta l'Inghilterra, che i Quattro di Liverpool stavano contribuendo a far crescere tutto il Paese, è così è stato.
Tra musica e pil
I nostri politici hanno, o avranno, la stessa lungimiranza? "E' una consapevolezza che bisogna far crescere", ne è certo Fedeli, "l'export della musica italiana fa crescere il PIL, la musica in generale lo fa crescere. Noi siamo importatori di creatività e cultura, gli inglesi hanno capito ben 60 anni fa che essendo esportatori di una materia prima rinnovabile come la musica avrebbero portato vantaggio alla loro economia. Noi abbiamo iniziato a percorrere una strada, dobbiamo capire questo fenomeno e esportarlo, perché esportare cultura aumenta il PIL italiano. Ma non siamo gli inglesi, che capirono il potenziale dei Beatles dopo solo un anno, ma vedere i dati come quelli di questo studio, comprenderli, può aiutare a cambiare passo, spingere la politica e le istituzioni a fare in modo che questo fenomeno si possa consolidare e crescere".