Il boom dell'oreficeria italiana, ma non tutto il futuro luccica
di Irene Maria Scalise , di Irene Maria ScaliseC'è un'eccezione all'ultimo biennio che in molti campi, dell'economia e dell'industria, è stato bollato come orribile. Ed è quella del settore orafo. Un rapporto congiunto, realizzato dal Club degli orafi Italia e la Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, racconta di un settore che ha funzionato nonostante le avversità. Di più. Di una buona dinamica tra fatturato e produzione e di ottimi risultati sul mercato internazionale.
Il boom dell'oro
"Quello del 2021 e 2022 è stato un biennio straordinario - spiega Stefania Trenti, responsabile Industry direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo - c'è stato un vero boom del comparto orafo sui mercati nazionali ma soprattutto internazionali, grazie al posizionamento dell'oreficeria italiana nell'alto di gamma e alla valorizzazione della componente dell'artigianalità&…
C'è un'eccezione all'ultimo biennio che in molti campi, dell'economia e dell'industria, è stato bollato come orribile. Ed è quella del settore orafo. Un rapporto congiunto, realizzato dal Club degli orafi Italia e la Direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo, racconta di un settore che ha funzionato nonostante le avversità. Di più. Di una buona dinamica tra fatturato e produzione e di ottimi risultati sul mercato internazionale.
Il boom dell'oro
"Quello del 2021 e 2022 è stato un biennio straordinario - spiega Stefania Trenti, responsabile Industry direzione studi e ricerche di Intesa Sanpaolo - c'è stato un vero boom del comparto orafo sui mercati nazionali ma soprattutto internazionali, grazie al posizionamento dell'oreficeria italiana nell'alto di gamma e alla valorizzazione della componente dell'artigianalità". Insomma il traino di quel made in Italy di lusso, bello e ben fatto ha funzionato anche per il mondo orafo. Ed ecco i risultati: "Nel periodo gennaio-settembre 2022 le esportazioni di gioielli hanno realizzato una crescita del 26,6% in valore e del 30% in quantità. Complessivamente le esportazioni di gioielli in preziosi a settembre 2022 si sono attestate a 6,7 miliardi di euro con un pieno recupero dei livelli pre-Covid (+41,6% in valore e +9,3% in quantità)".
Il futuro incerto
Si può dunque dormire sonni tranquilli? Non esattamente. Precisa Trenti: "Le prospettive sono abbastanza fiduciose, ma indubbiamente lo scenario in cui le imprese del comparto si troveranno ad operare è condizionato da una forte complessità e incertezza a livello internazionale che, non può non riflettersi sul settore e di conseguenza gli operatori sono più prudenti anche se restano ottimisti". Chi soffrirà di più? "È più alto il timore di chi si muove solo sul mercato interno mentre le imprese medio grandi, che hanno più accesso ai mercati di tutto iol mondo, sono indubbiamente in una posizione di maggiore forza".
Ed è Sara Giusti, economista di Intesa Sanpaolo, a fotografare nel dettaglio cosa accade fuori dall'Italia: "C'è stato un rafforzamento nella quota di mercato dell'Italia in termini di export che è oggi di 3 punti in più rispetto al 2012, gli Stati Uniti con oltre un miliardo di euro restano il primo mercato di riferimento, per effetto anche del potenziamento del dollaro, ma la crescita delle esportazioni di gioielli made in Italy risulta diffusa anche ai principali mercati come Svizzera e Francia ed Emirati Arabi Uniti. Certo i nodi dolenti sono noti e cioè l'inflazione, come si evolverà la crisi energetica e poi il conflitto geopolitico, quindi quale sarà l'evoluzione dello scontro russo ucraino". Soprattutto per quanto riguarda le grandi potenze del mondo lo scenario è in continua evoluzione. Aggiunge Trenti: "Il mercato russo non ha un peso rilevante in termini di esportazioni dirette, inferiori all'1% complessivo, ma può essere raggiunto attraverso triangolazioni, ad esempio dalla Turchia, la Cina resta uno dei principali acquirenti del mercato del gioiello in oro, anche se ha sofferto molto delle politiche zero Covid e delle limitazioni agli spostamenti, insieme all'India che a livello internazionale ha mostrato una domanda in crescita e con prospettive positive per l'ultima parte dell'anno grazie al supporto della domanda da festival e matrimoni. Le imprese orafe tendono a penetrare in questi mercati asiatici grazie ad Hong Kong che è sempre stata una piazza importantissima ma ultimamente, grazie alle riaperture Covid, anche dalla stessa Cina arrivano segnali di ripresa".
I grandi nomi del lusso
Chi si muove più agevolmente sono le grandi maison del lusso che appartengono a gruppi internazionali che, precisa Giusti: "Hanno le loro basi produttive in Italia e alimentano flussi di export verso mercati di riferimento come Francia e Svizzera Da rilevare, inoltre, il ruolo dell'Irlanda: a partire dal 2020 l'Italia è diventata il principale mercato di approvvigionamento di gioielli in oro ed ha totalmente sostituito i flussi in arrivo dal Regno Unito, nel frattempo uscito dall'Unione Europea; contestualmente si osserva un significativo incremento delle esportazioni irlandesi di gioielli in oro verso Cina e Corea che si conferma come un paese molto interessante per il settore". Decisamente meno frizzante è lo scenario relativo al mercato interno. "Il ruolo del mercato nostrano è più contenuto per il settore orafo italiano, infatti il comparto si caratterizza per un'elevata propensione all'export con più dell'80% del fatturato destinato ai mercati internazionali. o Il settore interno - aggiunge Trenti - ha subito profondi cambiamenti nelle abitudini dei consumatori: si pensi per esempio alla sostituzione del gioiello come regalo con oggetti legati all'elettronica. Inoltre, il mercato è condizionato dalla disponibilità del reddito e dal potere di acquisto. E la funzione del gioiello come investimento? "Qualche segnale che sia tornato ad essere visto in quest'ottica c'è, come del resto per gli orologi di un certo tipo che sono considerati "hard luxury, ma chi acquista per investire fa parte di una fascia che meno risente di inflazione".
La mano d'opera che non c'è
Un punto fondamentale è la carenza di manodopera. Precisa Trenti: "La principale preoccupazione degli operatori è la carenza di lavoratori di alto livello e più della metà dei rispondenti, rappresentativi delle differenti categorie del settore e leader nei rispettivi segmenti di attività, indica come principale ostacolo in questo momento la carenza di manodopera. Tale quota sale al 90% tra le imprese produttive, a conferma della crucialità del saper fare nella competitività del Made in Italy del gioiello e dell'importanza di rafforzare le iniziative per favorire il passaggio di competenze alle nuove generazioni. Un caso di successo è quello della Tari design school in provincia di Caserta che sta formando molti ragazzi mentre a Valenza c'è la fondazione Mani intelligenti che offrono corsi di formazione qualificati".
La voce degli orafi
C'è soddisfazione da parte di Augusto Ungarelli presidente Vendorafa e past president Club degli Orafi: "Si è appena chiusa la fiera di Vicenza che ha registrato il numero di presenze più alto della storia e anche un record di arrivi da parte di paesi esteri, in generale abbiamo avuto ottimi dati nel 2021 e per quasi tutto il 2022, e neanche elementi come la guerra hanno inciso negativamente sui risultati, certo sul futuro pesano elementi come l'inflazione e caro energia mentre il cambio euro dollaro, per il momento, agevola l'esportazione verso gli Usa". Il nodo più spinoso - per Ungarelli - è quello del "mancato cambio generazionale": "Non ci sono le persone per sostituire le vecchie generazioni e questo è un problema che colpisce in generale il mondo dell'alto di gamma, il settore orafo è sempre stato chiuso e questo non ha reso la professione popolare nonostante sia ora un'ottima opportunità per i giovani". Di buono c'è uno scenario che vede l'Italia sempre più come un hub delle grandi maison e che potrebbe cambiare la percezione tra i ragazzi: "Molti grandi marchi da Bulgari a Cartier hanno stabilito le loro produzioni in Italia per cui c'è un doppio canale che è quello delle grandi produzioni e quello del bello e ben fatto che si rivolge soprattutto verso gli Usa e che ha avuto una eccezionale ripresa dopo il Covid". Cambia infine la geografia della produzione made in Italy: "A realtà tradizionali come Arezzo, Vicenza e Valenza si aggiungono Roma, Milano e Torino che contribuiscono ad alimentare la qualità e si spera a rendere la professione più popolare".