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Chip, ora nel mondo ce ne sono troppi. Intel, Samsung e gli altri big continueranno a investire in Italia?

Contrordine, la grande scarsità di semiconduttori dei mesi scorsi sta rapidamente virando in sovrapproduzione. E per i colossi del settore (Tsmc, Samsung, Intel) il 2023 si annuncia negativo, con un calo delle vendite del 6,5%
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Colpo di scena: nel mondo si producono troppi microchip. Sembra un paradosso, visto che fino a qualche mese fa i microprocessori erano la merce più introvabile del pianeta, e la loro scarsità rallentava o bloccava intere industrie, dall'elettronica di consumo all'automobile. Ma è solo l'ennesimo improvviso rovesciamento dell'era delle tante crisi, tra pandemia e guerra, ripartenza e recessione. In tempi relativamente brevi infatti gli ingorghi lungo le rotte dei container si sono sciolti, le fabbriche cinesi sono uscite dai lockdown e la domanda di smartphone e Pc è precipitata, mentre un po' tutte le aziende che integrano i microchip nei loro prodotti hanno accumulato grandi scorte, per mettersi al riparo da nuovi shock. Risultato: la grande scarsità sta virando in sovrapproduzione. E per i protagonisti del settore, dalla taiwanese Tsmc, a Samsung, a Intel, ai più piccoli il 2023 si annuncia nero, con un giro d'affari …

Colpo di scena: nel mondo si producono troppi microchip. Sembra un paradosso, visto che fino a qualche mese fa i microprocessori erano la merce più introvabile del pianeta, e la loro scarsità rallentava o bloccava intere industrie, dall'elettronica di consumo all'automobile. Ma è solo l'ennesimo improvviso rovesciamento dell'era delle tante crisi, tra pandemia e guerra, ripartenza e recessione. In tempi relativamente brevi infatti gli ingorghi lungo le rotte dei container si sono sciolti, le fabbriche cinesi sono uscite dai lockdown e la domanda di smartphone e Pc è precipitata, mentre un po' tutte le aziende che integrano i microchip nei loro prodotti hanno accumulato grandi scorte, per mettersi al riparo da nuovi shock. Risultato: la grande scarsità sta virando in sovrapproduzione. E per i protagonisti del settore, dalla taiwanese Tsmc, a Samsung, a Intel, ai più piccoli il 2023 si annuncia nero, con un giro d'affari complessivo - stima Gartner - che dovrebbe ridursi del 6,5%. Una contrazione brusca, che dovrebbe iniziare a rientrare nella seconda parte dell'anno, per poi trasformarsi in un deciso segno più nel 2024. Ma che rende più difficile, almeno nel breve periodo, onorare i mastodontici impegni di investimento in nuovi mega o giga stabilimenti, annunciati dalle aziende negli Stati Uniti e in Europa quando il silicio si vendeva come oro.

Promesse di Gigafactory

Già, perché i mesi terribili della grande scarsità hanno proiettato i semiconduttori in cima all'agenda dei leader politici. Una sveglia, anche per quelli che non si erano accorti che sul fronte del chip si combatte la sfida hi-tech tra Cina e Stati Uniti. L'Occidente tutto ha capito che aver delocalizzato gran parte della produzione in Oriente, tra Taiwan, Cina e Corea, è diventato un fattore di vulnerabilità strategica, economica e politica. E la risposta sono stati grandi piani, gonfi di incentivi miliardari, per riportarla in parte "a casa". A questi ricchi inviti i vari colossi del settore hanno risposto al volo, promettendo agli Stati Uniti (tutti) e all'Europa (soprattutto Intel) nuove fabbriche di ultima generazione.

Ora però le nubi si addensano, i conti soffrono, e sulle spese si impone prudenza. La taiwanese Tsmc, leader mondiale nella produzione conto terzi, le cosiddette "fonderie", è stata la prima ad annunciare per il 2023 una limatura degli investimenti. Samsung tiene duro, nonostante si avvii a uno o più trimestri in perdita, per non violare il primo comandamento di un settore che deve pianificare almeno a cinque anni: chi non investe - tanto - nelle recessioni, rischia di perdere la prossima ondata tecnologica.

L'imperativo vale a maggior ragione per Intel, il cui amministratore delegato Pat Gelsinger sta portando avanti una strategia di rilancio per restituire a "Chipzilla" lo splendore produttivo perduto. Presentando i brutti risultati dell'ultimo trimestre 2022, e preannunciandone altri difficili, il manager ha varato un piano pluriennale di contenimento dei costi, che va dal taglio della paga dei dirigenti - compresa la sua - a una riduzione della forza lavoro. Gli investimenti sono confermati - ha spiegato - precisando però che "le nostre aspirazioni di lungo periodo sulla capacità produttiva vanno bilanciate con le realtà di breve periodo".

I grandi cantieri in Europa, annunciati per la prima volta nel 2021 e poi confermati lo scorso anno con impegno da 33 miliardi di euro, non sono ancora partiti. A Magdeburgo, in Germania, dove sorgerà la nuova Gigafactory europea, il terreno è già acquistato, ma le trattative con il governo sugli incentivi non trovano una quadra. Secondo indiscrezioni del quotidiano Handelsblatt l'esecutivo avrebbe messo sul piatto 6,8 dei 17 miliardi necessari, ma la società, a causa dell'aumento dei costi, ne vorrebbe 10. L'avvio delle linee è collocato tra il 2025 e il 2027. Quanto allo stabilimento ipotizzato in Italia, che varrebbe 4,5 miliardi e dovrebbe occuparsi della fase finale, meno pregiata, di assemblaggio e imballaggio, i colloqui con il governo proseguono, ma a livello ancora più preliminare. Le sedi candidate sarebbero due, con Verona in vantaggio su Torino. E all'interno di una trattativa riservatissima, che non sembra vicina al traguardo, nessuno si sbilancia sulle date.

Costi e incentivi

"Il 2023 sarà un anno di incertezza, che potrebbe portare le aziende a rivedere la scansione temporale degli investimenti", dice Claudio Campanini, amministratore delegato della società di consulenza Kearney Italia, che ha realizzato un report sull'industria Ue dei chip. Nel medio-lungo periodo però, prosegue, i trend di crescita del settore restano chiari. Da un lato perché accanto all'elettronica di consumo emergono nuovi settori affamati di silicio, dall'auto elettrica ai data center. E dall'altro per la volontà dei governi occidentali di ridurre la propria dipendenza dalle fabbriche d'Oriente. Con il suo Chips Act, la Commissione europea si è posta l'obiettivo di raggiungere il 20% della produzione globale di semiconduttori entro il 2030. Alcuni analisti contestano questa ossessione per i volumi, ora che la grande scarsità si è rivelata passeggera: l'Europa, sostengono, dovrebbe investire sui chip più avanzati, quelli su cui si gioca il primato tecnologico. Campanini non è d'accordo: "Dove arriva la produzione, si innesta un circolo virtuoso che va dalla capacità di design dei chip all'innovazione nei macchinari".

Resta però, esacerbato dagli attuali chiari di luna del settore, il problema delle risorse. Dietro all'alleanza "win-win" tra produttori e governi, emerge prepotente il braccio di ferro per dividersi il costo dei nuovi impianti. Qui si misura la debolezza dell'Europa nel confronto con Stati Uniti e Cina: il valore del suo Chips Act è 43 miliardi, ma solo una frazione sono vere risorse comunitarie - contro i 52 miliardi di dollari stanziati da Biden per la sola produzione -, il resto lo dovrebbero mettere i singoli Paesi e i privati. Anche per questo Intel ha scelto la ricca Germania per il suo nuovo "hub" europeo, mentre la trattativa con l'Italia, che sul piatto può mettere sussidi di gran lunga inferiori, ristagna. "La Germania procede con la sua politica industriale - riconosce Campanini - ma se la gran parte dei fondi deve essere messa dai governi è inevitabile che in Europa si crei la solita frammentazione".