Al via le assemblee di Piazza Affari nomine e compensi i punti critici
di Andrea Greco , di Andrea GrecoLa stagione delle assemblee di Piazza Affari, che inaugurerà Unicredit il 31 marzo, è tra le più rilevanti da anni: per quattro ragioni. La prima, che il momento cardine dell'interazione tra aziende e proprietari potrà tornare "fisico", dopo lo stop 2020-2022: con persone che si incontrano, parlano, confrontano. La seconda, che la pandemia ha allargato i divari tra il polo abbiente del mondo - di cui le grandi quotate sono alfiere, con gli utili da record appena archiviati da diversi settori - e la sua parte svantaggiata; ci vorrebbe quindi continenza nei compensi manageriali, a Wall Street (dove la continenza non abbonda) lo hanno capito e si adeguano, tagliando remunerazioni e bonus dei vertici dei colossi tecnologici e finanziari. La terza, che nei prossimi due mesi scadono i consigli di 13 società del Ftse Mib - tra cui le partecipate pubbliche Enel, Eni, Leonardo e Poste - 20 del Mid Cap e una ventina dei mercati minori: quasi un m…
La stagione delle assemblee di Piazza Affari, che inaugurerà Unicredit il 31 marzo, è tra le più rilevanti da anni: per quattro ragioni. La prima, che il momento cardine dell'interazione tra aziende e proprietari potrà tornare "fisico", dopo lo stop 2020-2022: con persone che si incontrano, parlano, confrontano. La seconda, che la pandemia ha allargato i divari tra il polo abbiente del mondo - di cui le grandi quotate sono alfiere, con gli utili da record appena archiviati da diversi settori - e la sua parte svantaggiata; ci vorrebbe quindi continenza nei compensi manageriali, a Wall Street (dove la continenza non abbonda) lo hanno capito e si adeguano, tagliando remunerazioni e bonus dei vertici dei colossi tecnologici e finanziari. La terza, che nei prossimi due mesi scadono i consigli di 13 società del Ftse Mib - tra cui le partecipate pubbliche Enel, Eni, Leonardo e Poste - 20 del Mid Cap e una ventina dei mercati minori: quasi un migliaio di poltrone tra cda e sindaci, e rinnovarli sarà un test per dirigenti, investitori istituzionali e governo. La quarta, infine, riguarda la sostenibilità, tema magno e alquanto accantonato nel 2022 bellico che ha acuito la crisi energetica globale: ma che va rimesso al centro della scena, anche aziendale. Gli investitori del mercato, soci maggioritari (benché sparsi) di buona parte delle quotate, da settimane analizzano le quattro "ragioni" per capire se votare o meno le proposte che i board formuleranno per chiederne il consenso.
Il "metodo" in presenza
Il primo punto è "di metodo". Che le assemblee tornino fisiche è facoltà, non obbligo, dato che settimana scorsa il decreto Milleproroghe ha sdoganato la possibilità di tenerle in remoto, retaggio normativo dei lockdown. Sembra un tempo passato: ma il senatore leghista Massimo Garavaglia ha trasformato in emendamento la proposta culturale del Forum dei segretari dei cda, che annovera le 25 maggiori blue chip italiane, di estendere fino al 31 luglio 2023 il regime transitorio. La sensazione è che poche aziende sceglieranno l'opzione fisica tradizionale, più lunga, costosa e mediaticamente rischiosa. Forse Re:Common, che di recente annunciava di voler "tornare ospite, non esattamente gradita, nelle assemblee per porre domande scomode dal vivo" ai vertici di Eni, Enel, Snam, Generali, UniCredit e Intesa Sanpaolo, ha cantato troppo presto. Tuttavia, a parte la piccola organizzazione di azionariato critico, anche gli investitori istituzionali e i loro consulenti al voto non apprezzano le assemblee in remoto, proprio per la minore intensità dialettica che generano e spesso si risolve in una conta dei voti.
I compensi dei top
Entrando nel merito, sono i compensi di vertice la priorità più citata dai consulenti dei soci di mercato. "La percezione, accompagnando i nostri clienti a parlare con i fondi, è che l'anno scorso gli investitori abbiano consentito senza troppi scossoni politiche di remunerazione che stavolta saranno vagliate con più rigidità", dice Lorenzo Casale, a capo di Georgeson in Italia. I capi delle 40 blue chip italiane su dati 2021 elaborati da Spencer Stuart, guadagnavano in media 2,96 milioni a testa. Una frazione dei colleghi anglosassoni: ma il mercato s'aspetta gesti di moderazione, più che rilanci, dai banchieri e manager più pagati nelle società ad azionariato diffuso o pubblico, le varie Eni, Enel, Generali, Intesa Sanpaolo, Mediobanca, Unicredit, Unipol. Oltre al quantum, sarà critico l'inserimento di indicatori di performance (Kpi) basati sulla sostenibilità ambientale, sociale e di governance da cui deriva la parte variabile dei compensi manageriali, che in genere ammonta ai due terzi del totale. L'anno scorso a Piazza Affari era una pratica ancora da pionieri, ma nel frattempo si è diffusa a tutte le società del Ftse Mib, e ad altre.
Georgeson e Morrow Sodali, i due marchi globali che si spartiscono il mercato italiano della consulenza alle quotate nei rapporti con chi investe, vedono oggi i Kpi di sostenibilità pesare per un 20% circa del totale, nel collegamento dei bonus con criteri come la diversità di genere, l'inclusione, il piano di emissioni aziendali e simili. "Un chiaro allineamento tra interessi manageriali e strategie Esg è il miglior modo di evitare che tutto sfoci nella cosmetica e nel greenwashing - commenta Andrea Di Segni, managing partner di Morrow Sodali -. Un 20% di obiettivi non finanziari negli incentivi manageriali pare un livello bilanciato, realizzabile e non demagogico: qui si lavora sui tempi lunghi".
I cambi di poltrona
I molti cambi di poltrona sono un'altra priorità, sia per le scelte apicali che i soci di maggioranza faranno, sia per l'interazione che si produrrà nei cda con i candidati di minoranza, selezionati invece dal "Comitato dei gestori". Lo coordina Emilio Franco (ad di Mediobanca Sgr) e lo spalleggia Assogestioni, anche se i circa 90 nuovi candidati "del mercato" li stanno cercando i cacciatori di teste Heidrick & Struggles e Korn Ferry. A parte il rischio - per ora poco avvertito - che il governo Meloni nomini manager inadeguati nelle partecipate, c'è anche la possibilità che i nuovi cda rivelino competenze poco complementari. Per questo sarebbe opportuno adottare una pratica minoritaria in Italia, che mette in una matrice le competenze degli amministratori. "Credo che le aziende che cercano di far votare dal mercato la loro lista del cda non potranno prescindere dal presentare, con i nomi, la skill matrix, ormai prassi nei Paesi anglosassoni e che consente di armonizzare esperienze e competenze dei futuri consiglieri nell'insieme", aggiunge Casale.
Detto che i tre criteri E, S, G sono tre universi disparati, che è arduo unificare (e facile banalizzare), la sensibilità degli investitori per questi temi non è certo scesa, anche se il 2022 ha visto il revival delle fonti fossili più inquinanti e di settori critici come energia, difesa, miniere. L'evoluzione delle prassi tra aziende e soci, qui, implica una più precisa articolazione delle competenze. Ma c'è anche un banco di prova specifico, chiamato say on climate, per cui le aziende illustrano la loro politica di decarbonizzazione e chiedono il voto consultivo ai soci. L'anno scorso lo fece, prima in Italia, Atlantia, in risposta alla tragedia del Ponte Morandi che ne ha prodotto la nazionalizzazione. Anche Enel ci starebbe lavorando, mentre Eni l'aveva promessa per l'assemblea 2023, anche se il cda deliberativo non è ancora stato convocato. "Per le aziende con maggiori emissioni il say on climate può rivelarsi prezioso: un piano serio votato dalla maggioranza dei soci diventa un disincentivo a iniziative speculative da parte di investitori attivisti", aggiunge Di Segni. Meglio farsi il piano da sé che subirlo da parte di voci critiche, insomma: come accaduto a colossi esteri come Exxon, Glencore, Solvay.