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Gli introvabili, mancano quattro lavoratori su dieci così l’Italia perde 15 miliardi di Pil

Calo demografico, giovani in fuga all’estero alla ricerca di stipendi migliori, altri che non studiano e non lavorano, formazione allo sbando, ecco perché 2 milioni di posti disponibili sono difficili da coprire
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In Italia non si trovano i lavoratori che si cercano. Il fenomeno si chiama mismatch. Non è nuovo, riguarda tutte le economie avanzate. Ma da noi, dopo la pandemia, registra un cambio di passo, un balzo inatteso. Certificato dal record dello scorso anno: due milioni di posti quasi impossibili da coprire. Nonostante due milioni di disoccupati. E altri due milioni di giovani Neet, un quarto di quelli tra 15 e 29 anni che non studiano, non si formano, non lavorano. Gli esperti parlano di "tempesta perfetta". Il mismatch, la domanda che non incrocia l'offerta, da fenomeno transitorio legato ai cicli economici si sta configurando come "strutturale e multifattoriale". Capirne le ragioni è quanto mai importante, ora che una pioggia di miliardi del Pnrr sta piovendo sull'economia del Paese: 235,6 miliardi, il 13% del Pil, tra Recovery, ReactEu e fondo complementare.

Già Bankita…

In Italia non si trovano i lavoratori che si cercano. Il fenomeno si chiama mismatch. Non è nuovo, riguarda tutte le economie avanzate. Ma da noi, dopo la pandemia, registra un cambio di passo, un balzo inatteso. Certificato dal record dello scorso anno: due milioni di posti quasi impossibili da coprire. Nonostante due milioni di disoccupati. E altri due milioni di giovani Neet, un quarto di quelli tra 15 e 29 anni che non studiano, non si formano, non lavorano. Gli esperti parlano di "tempesta perfetta". Il mismatch, la domanda che non incrocia l'offerta, da fenomeno transitorio legato ai cicli economici si sta configurando come "strutturale e multifattoriale". Capirne le ragioni è quanto mai importante, ora che una pioggia di miliardi del Pnrr sta piovendo sull'economia del Paese: 235,6 miliardi, il 13% del Pil, tra Recovery, ReactEu e fondo complementare.

Già Bankitalia, in uno studio pubblicato a febbraio, lancia l'allarme: il potenziale bacino occupazionale da 375 mila posti extra che quei soldi possono creare con un picco nel 2024, soprattutto nelle costruzioni e nel digitale, può essere messo in crisi dall'incapacità di coprirli. Tra le ragioni, Via Nazionale ne indica due: la scarsità di profili adeguati con competenze analitiche e le tendenze demografiche in atto sulla popolazione attiva. Entro il 2026 l'Italia avrà 630 mila persone in meno in età di lavoro.


A Berlino, da Amazon

La torta in cui cercare talenti si sta rimpicciolendo, dunque. L'inverno demografico, l'Italia che fa meno figli e invecchia - calcola l'Ufficio parlamentare di bilancio - può portare il debito pubblico al 166,5% rispetto al Pil in vent'anni, perché gonfia i costi previdenziali, sanitari e di assistenza sociale. Nel decennio 2012-2022 i giovani occupati italiani (15-34 anni) sono calati del 7,6% mentre i senior (50-64 anni) lievitati del 40,8%, dice il Censis. La stretta sulle politiche migratorie di questi anni - che non a caso il governo Meloni vuole rivedere ampliando i flussi in entrata - non ha aiutato. Con il risultato che Bankitalia invoca il ricorso agli stranieri per coprire anche le vacancy qualificate. Non solo quindi per la raccolta dei pomodori e la bassa manovalanza.
E qui c'è l'altro aspetto del nodo mismatch. Sempre meno figli significa anche sempre meno laureati e dottorati. E quelli che arrivano al top scappano dall'Italia. "Uno dei miei più brillanti giovani ricercatori - racconta Stefano Buscaglia, direttore generale della Fondazione LINKS, nata da un accordo tra Compagnia di San Paolo e Politecnico di Torino - un giorno mi ha detto: "Vado a Berlino, farò il data scientist per Amazon". Come dargli torto? È passato da uno stipendio di 32-33 mila euro a 80 mila euro annui. In questo momento trovare persone che vogliono fare ricerca applicata in Italia anziché farsi assumere dai colossi è davvero dura". Buscaglia racconta che non riesce a coprire 20 posizioni, il 10-15% del suo centro di ricerca che si occupa di informatica e tecnologia avanzata. "E abbiamo 50 proposte di tesi di dottorato - su blockchain, cybersecurity, IA - finanziate dal Pnrr che non hanno candidati".

Un giovane su due vuole lasciare

Per certi mestieri - quelli nuovi, legati alla transizione digitale, ricercatissimi: data scientist, data architect, cloud architect, cyber expert, etc - la competizione è tutta al rialzo e crea bolle negli stipendi perché le aziende se li contendono e il bacino è ristretto. Molto spesso vince l'estero che offre di più, anche in termini di welfare. "La cultura del lavoro è cambiata", dice ancora Buscaglia. "Il giovane oggi non cerca la carriera che parte dalla gavetta e dura una vita, fatta di cartellini da timbrare. Ma vuole una professionalità, stipendi adeguati, qualità della vita alta, smart working, tempo libero per coltivare interessi".
Anche questo è uno dei fattori del mismatch. Da non sottovalutare, se come dice il Censis, il 46,7% degli occupati italiani lascerebbe l'attuale lavoro: il 50,4% dei giovani, il 58,6% degli operai, ma solo il 26,9% dei manager. Molti l'hanno fatto: l'Italia non ha mai conosciuto un livello così alto di dimissioni volontarie come negli ultimi due anni ("great dimission").

La zavorra della precarietà

Ma anche un crescente disagio per condizioni di lavoro sempre meno sopportabili: precarietà diffusa (il 21% degli occupati è a termine, 3 milioni), bassi salari (gli unici ad essere calati in trent'anni tra i Paesi Ocse), part-time involontario per il 17% delle donne, difficoltà di carriera. Chi non lascia, molla: è il "quiet quitting", il fare meno possibile. Declino demografico, flussi migratori, livelli retributivi, cambiamenti culturali: tutto questo è alla base del mismatch da record dei due milioni di posti non coperti o coperti a fatica, registrato dal rapporto Unioncamere-Anpal presentato il primo marzo in un convegno al Cnel.

Ma c'è anche altro, racconta Claudio Gagliardi, vicesegretario generale di Unioncamere: "Dopo la pandemia, il fenomeno si è impennato. Prima solo un quarto della domanda di lavoro (26%) aveva difficoltà. Siamo passati al 30% nel 2020, 32% nel 2021 e al 40% nel 2022. La forte accelerazione impressa dalla transizione digitale ha reso ancora più difficile il passaggio tra scuola e università, tra università e mondo del lavoro e anche tra lavoro e lavoro. Se prima le imprese non trovavano competenze giuste, ora un quarto non trova per mancanza di candidati. Così si perde un pezzo di Pil, noi stimiamo più di 15 miliardi all'anno. Le aziende rinunciano alle commesse e ad andare all'estero". Nei primi mesi di quest'anno la situazione sembra addirittura peggiorata: le posizoni difficili da trovare in febbraio sono salite al 46% del totale.

Politiche poco attive

C'è un problema ovviamente anche di politiche attive che non funzionano, di orientamento scolastico e universitario ancora troppo timido, di raccordo mancante tra istruzione e lavoro. Solo il 9-10% delle imprese si rivolge a Centri per l'impiego o Agenzie del lavoro privato per trovare competenze. Appena l'11% usa i canali digitali. Il resto si affida a quelli informali, al passaparola. Il 41% delle aziende, soprattutto medio-grandi, risolve formando all'interno i candidati meno adatti. In Italia oramai ci sono 160 Academy aziendali, più 49% in due anni, secondi dopo la Germania. Colpisce però un dato: solo il 16% delle aziende italiane, nonostante un colossale mismatch, sceglie di offrire salari più alti. Una quota in crescita, però dice Unioncamere. Anche questo un nodo da sciogliere.