✕

Piazza Affari non è “fashion” e pochi gruppi scelgono il listino

(afp)
Secondo uno studio di Mediobanca solo il 17,5% del fatturato aggregato è quotato, includendo anche Prada che per ora è solo a Hong Kong. In Francia invece la percentuale sale al 35% ed è al 25 in Germania
3 minuti di lettura

La moda non va di moda a Piazza Affari. Anzi, tra i vari settori produttivi è tra quelli meno presenti e, per certi versi, anche un po' anomala, perché ha una rappresentanza più folta tra le società di medio-piccole dimensioni che tra le big (più della metà ha una capitalizzazione inferiore al miliardo). Non è una novità, ma l'ultima analisi di Mediobanca fornisce una nuova conferma: solo il 17,5% del fatturato aggregato (12 miliardi) del settore è presente in Borsa. Undici gruppi, che a metà febbraio avevano una capitalizzazione di 43,5 miliardi. Attenzione, in Borsa, non a Piazza Affari: anzi la prima per dimensioni, Prada, per ora è presente solo a Hong Kong. Un'altra società italiana, non compresa nel paniere indicato da Mediobanca in quanto ha sede in Olanda, è Ermenegildo Zegna, che si è quotata a New York nel dicembre 2021 grazie al matrimonio con la Spac di Andrea Bono…

La moda non va di moda a Piazza Affari. Anzi, tra i vari settori produttivi è tra quelli meno presenti e, per certi versi, anche un po' anomala, perché ha una rappresentanza più folta tra le società di medio-piccole dimensioni che tra le big (più della metà ha una capitalizzazione inferiore al miliardo). Non è una novità, ma l'ultima analisi di Mediobanca fornisce una nuova conferma: solo il 17,5% del fatturato aggregato (12 miliardi) del settore è presente in Borsa. Undici gruppi, che a metà febbraio avevano una capitalizzazione di 43,5 miliardi. Attenzione, in Borsa, non a Piazza Affari: anzi la prima per dimensioni, Prada, per ora è presente solo a Hong Kong. Un'altra società italiana, non compresa nel paniere indicato da Mediobanca in quanto ha sede in Olanda, è Ermenegildo Zegna, che si è quotata a New York nel dicembre 2021 grazie al matrimonio con la Spac di Andrea Bonomi. Così come è quotata a Parigi una superbig della moda in senso ampio: EssilorLuxottica, che prima del matrimonio con il partner francese era a Piazza Affari.

Il fashion non ama il listino azionario

Ma sono eccezioni, la regola è che il settore non ama il listino azionario e non da ora: la società sbarcata al listino da minor tempo è Ovs (2015) la più risalente è Basicnet (1999). "Credo che nel prossimo futuro vedremo qualche nuovo approdo del settore sulle Borse", spera Claudia D'Arpizo, senior partner di Bain & Company e specializzata nel settore del lusso. Lo stesso report di Mediobanca avanza qualche ipotesi, a partire da Otb (Renzo Rosso) e Gruppo Florence, che si sono pubblicamente espresse in tal senso (seppure non nell'immediato). Anche Golden Goose ed Eccellenze italiane holding (Liu Jo e Blumarine i marchi) e Ciro Paone-Kiton potrebbero essere della partita, ricorda ancora Piazzetta Cuccia nel suo studio, mentre tra gli addetti ai lavori si fa l'ipotesi di Design holding. In alcuni casi si tratta di nomi che ricorrono da tempo e che prima o poi potrebbero davvero sbarcare sul listino, magari per agevolare l'uscita dei fondi di private equity, particolarmente affezionati al fashion italiano e in molti casi involontari antagonisti della quotazione, o quantomeno concorrenti, ma ormai prossimi al momento del disinvestimento (magari proprio andando in Borsa).

"La Borsa impone disciplina strategica, attenzione alla pianificazione, trasparenza: ci sono molte ragioni per caldeggiare l'approdo al listino - continua D'Arpizio - però ci sono anche ragioni contrarie, che tengono lontani gli imprenditori dalla Borsa. Soprattutto la moda, infatti, ha fasi di accelerazione e altre calanti, mentre gli investitori impongono all'azienda una crescita costante, che non tiene conto delle oscillazioni tipiche del mondo del lusso. Credo tuttavia che una comunicazione chiara da parte dell'imprenditore e del top management possa attutire molti problemi". Il tema è ricorrente, tanto che Pambianco, il centro studi specializzato nel settore, è arrivato alla diciassettesima edizione del suo report sulle società "quotabili", cioè quelle che hanno i requisiti economici, finanziari e di posizionamento nel settore per sbarcare con successo al listino in un arco temporale di 3-5 anni.

Calzedonia in vetta

Al primo posto, per il report del 2022, si è classificato il gruppo Calzedonia, seguito da Golden Goose e da Giorgio Armani. Ma nella classifica - che comprende anche società del vino, del design e della bellezza - ci sono anche Kartell, Valentino, Max Mara, tanto per fare qualche nome. Gruppi noti e ben avviati, "quotabili" appunto sulla carta ma non necessamente future matricole (anche se per Valentino negli anni si è proposto più volte il tema).

Un male star fuori dal listino? Negli ultimi tempi sembra sempre un'opportunità sempre più snobbata, non solo dal mondo della moda. Che però in Italia ha spesso eccellenze riconosciute a livello mondiale ma anche dimensioni molto esigue, che alla lunga sono una fragilità. "Quando una società gioca in difesa è un peccato e il mondo della moda spesso è stato poco proattivo - spiega David Pambianco, responsabile della consulenza strategica del gruppo - ma per fare acquisizioni e giocare un ruolo da protagonista occorre avere i capitali. La Borsa è un'ottima opportunità per reperire fondi e anche per avere lo standing giusto presentandosi sul mercato, magari in ambito internazionale: per crescere occorrono risorse maggiori di quelle garantite dal cash flow".

La moda in Borsa all'estero

All'estero, le società della moda sono molto più presenti in Borsa: ad esempio in Germania c'è il 25% del fatturato nazionale; in Francia, patria dei grandi big del settore (Lvmh è la più grande al mondo per fatturato) il 35% del giro d'affari del comparto è quotato. Ma sono al listino anche Nike, Inditex (Zara) Adidas, H&M, tutte ai vertici della classifica mondiale per volumi di vendite (insieme all'italo-francese Essilux, che ha sede a Parigi). Per trovare un'altra società italiana bisogna arrivare al trentatreesimo posto, con Prada (ed entrambi i colossi non sono quotati a Piazza Affari). Insomma, non è una legge, ma le maggiori dimensioni sembrano avere un qualche legame con la presenza al listino.

"I principali titoli del lusso mostrano una crescita significativa nel periodo successivo alla quotazione", conferma Paolo Aimino, Ipo e Capital Markets Leader di EY in Italia. Che tuttavia aggiunge anche un'altra considerazione, ampliando il discorso a tutte le potenziali quotabili: "Con l'ingresso di Borsa Italiana nel gruppo Euronext, i mercati italiani hanno acquisito una maggior interconnessione con gli altri mercati europei e la possibilità di attingere ad un pool di investitori unificato; tale circostanza in futuro potrebbe stimolare ulteriormente la scelta delle società di quotarsi".