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Spesa pubblica da primato: il difficile è tornare indietro

Sfondato il tetto dei mille miliardi nel 2022, la crescita salirà anche nel prossimo biennio: nel 2019, prima dell’emergenza Covid, era arrivata a quota 870 miliardi. Ma non esistono piani di rientro nè di razionalizzazione degli oltre 600 tra deduzioni e detrazioni
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La cima della montagna segna quota 1.029. Miliardi. La spesa pubblica in Italia non è mai stata così alta. E il livello raggiunto nel 2022, come si legge nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, è destinato ad aumentare. È la stessa Nadef, messa a punto dal governo, a indicare il trend: la spesa salirà ancora e si manterrà sopra la soglia dei mille miliardi anche quest'anno, con un ammontare di 1.052 miliardi, per poi crescere ancora nel 2024, a 1.063 miliardi, e nel 2025, a 1.089 miliardi.

Esplosione delle uscite statali

Altri numeri, relativi agli anni precedenti, danno il senso dell'esplosione delle uscite dello Stato: vent'anni fa, la vetta della montagna segnava 630,5 miliardi. In mezzo c'è stato il grande balzo del biennio 2003-2005, con un incremento di 85 miliardi; più recentemente, con la crisi pandemica e con quella energetica, un nuovo rialzo significativo: nel 2019, l'anno …

La cima della montagna segna quota 1.029. Miliardi. La spesa pubblica in Italia non è mai stata così alta. E il livello raggiunto nel 2022, come si legge nella Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, è destinato ad aumentare. È la stessa Nadef, messa a punto dal governo, a indicare il trend: la spesa salirà ancora e si manterrà sopra la soglia dei mille miliardi anche quest'anno, con un ammontare di 1.052 miliardi, per poi crescere ancora nel 2024, a 1.063 miliardi, e nel 2025, a 1.089 miliardi.

Esplosione delle uscite statali

Altri numeri, relativi agli anni precedenti, danno il senso dell'esplosione delle uscite dello Stato: vent'anni fa, la vetta della montagna segnava 630,5 miliardi. In mezzo c'è stato il grande balzo del biennio 2003-2005, con un incremento di 85 miliardi; più recentemente, con la crisi pandemica e con quella energetica, un nuovo rialzo significativo: nel 2019, l'anno pre Covid, l'asticella era fissata a 870,6 miliardi. È proprio questo ultimo rialzo a delineare un nuovo rischio per gli equilibri, già delicati, dei conti pubblici. Perché se la questione della spesa pubblica monstre è strutturale, legata a voci di spesa che appaiono difficili da tagliare, dalle pensioni agli interessi sul debito pubblico, nel conto totale bisogna considerare anche la raffica di bonus e incentivi che nell'ultimo triennio hanno allargato sensibilmente il perimetro della spesa.

Una parte di questi aiuti, destinati alle famiglie e alle imprese, non peserà più sulle finanze pubbliche perché erano legati a fatti contingenti, come i ristori erogati durante la fase acuta della pandemia. Anche gli interventi più recenti sui bonus edilizi, a iniziare dal taglio del Superbonus al 110%, contribuiranno a ridurre la pressione, ma molte altre agevolazioni sono rimaste in piedi e il rischio, per chi governa, è di faticare, e non poco, per trovare un equilibrio tra le ragioni economiche e quelle sociali. Le quali si traducono poi in questioni di consenso politico. Insomma, è facile concedere agevolazioni e benefici, molto più difficile cancellarli o anche solo rimodularli. Un esempio legato alla stretta attualità: le bollette. A fine marzo scadono gli aiuti stanziati dal governo con l'ultima legge di bilancio. I prezzi del gas sul Ttf, il mercato di riferimento per l'Europa, sono crollati, passando dagli oltre 340 euro per megawattora di agosto ai circa 40-50 euro delle ultime settimane. Da qui un calo delle tariffe, che tuttavia non si tradurrà in una riduzione complessiva delle bollette se il paracadute pubblico non continuerà a fornire il soccorso adeguato. Anzi il rischio è quello di un nuovo aumento; la necessità per l'esecutivo è calibrare bene il tiro dell'intervento che, seppure ridimensionato rispetto ai mesi scorsi, resta inevitabile.

Le decisioni sui bonus e sugli incentivi hanno a che fare con quella fetta della spesa pubblica legata a fattori più contingenti rispetto a quelli, di lungo periodo, che incidono sui capitoli di spesa che lievitano, invece di sgonfiarsi. Uno di questi capitoli è rappresentato dalle tax expenditures, la giungla di detrazioni e deduzioni che conta più di 600 voci e che nel conto totale pesa per 165 miliardi. Anche qui ritorna il tema che sta alla base della difficoltà di ridurre la spesa pubblica: il consenso. All'interno della delega fiscale, il governo ha indicato la revisione delle agevolazioni come la copertura per finanziare le misure che puntano a ridurre la pressione fiscale, dall'Irpef all'Iva, includendo anche un'abolizione graduale dell'Irap e un taglio dell'Ires per le imprese. Allo studio c'è una revisione delle detrazioni, calibrata su un principio: i redditi medio-bassi avranno sconti maggiori sulle tasse rispetto a chi guadagna di più. Ma comunque ci sarà un tetto per tutti, seppure con livelli differenti. Un equilibrio delicato, che prende atto della necessità di intervenire con il bisturi e non con l'accetta. E che spiega, ancora una volta, la difficoltà di aggredire la spesa pubblica.

Le priorità per Cottarelli

I dati Istat sulle uscite del 2021 sono utili per rintracciare altri elementi che si legano a questa difficoltà. A iniziare dalla spesa per la protezione sociale, che include anche le pensioni, salita a 416,5 miliardi, la voce più onerosa di un elenco che ha nella sanità (135 miliardi) il suo secondo bacino per ordine di grandezza. Tagliare, in questi casi, è ancora più complesso. Ma, allora, come si può intervenire? Carlo Cottarelli, che è stato commissario straordinario per la spending review, parte dalla composizione della spesa: "A parte gli interessi - spiega - la spesa pubblica è fatta essenzialmente di tre cose: lo Stato acquirente, che compra beni e servizi, lo Stato come datore di lavoro che paga gli stipendi ai dipendenti pubblici e, infine, lo Stato che stacca assegni". Secondo l'economista, per le prime due aree si può pensare a interventi di efficientamento a parità di servizi erogati. L'area più consistente, però, è la terza, e qui il tema è un altro. "In questo caso - aggiunge - bisogna scegliere con precisione quali sono le priorità, cioè a chi dare i soldi". C'è anche un altro vulnus che emerge dalla composizione della spesa pubblica: gli investimenti lordi sono arrivati a 51 miliardi nel 2021. La spesa per gli investimenti è la leva per una risposta strutturale alle criticità dell'economia del Paese: al netto dell'ultimo dato viaggia tra 38 e 40 miliardi. Un livello più basso della spesa per il debito. L'esatto opposto di quello che avviene nei Paesi sani dal punto di vista economico-finanziario.