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Il governo frena sulle pensioni. Flessibilità a carico delle aziende

La ministra del Lavoro convoca le parti sociali per studiare alcuni ritocchi senza sapere su quali risorse potrà contare. La difficile ipotesi di far pagare fino a sette anni di anticipi ai datori di lavoro
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ROMA – L’unica certezza è la legge Fornero. Il fatto cioè che dal primo gennaio del prossimo anno si andrà in pensione con le stesse regole ordinarie che l’Italia applica dal 2012: l’uscita per vecchiaia a 67 anni oppure quella anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi, un anno in meno per le donne.

Il governo Meloni, nonostante le promesse elettorali a partire da quelle insistite della Lega di Salvini, non solo non è riuscito né riuscirà ad «abolire la Fornero». Ma dovrà accontentarsi, se tutto va bene, di piccola manutenzione agli istituti esistenti: Ape Sociale, Opzione Donna e la barcollante Quota 103.

Il motivo è presto detto: i limiti di bilancio. La spesa per pensioni vale il 16,2% del Pil, 341 miliardi nel 2024, tra le più pesanti, anche perché ricomprende l’assistenza. L’Osservatorio della spesa previdenziale - organismo rimesso in piedi dalla ministra del Lavoro Marina Calderone proprio con lo scopo di indagare e scorporare il peso dell’assistenza dal resto - non pare a…

ROMA – L’unica certezza è la legge Fornero. Il fatto cioè che dal primo gennaio del prossimo anno si andrà in pensione con le stesse regole ordinarie che l’Italia applica dal 2012: l’uscita per vecchiaia a 67 anni oppure quella anticipata con 42 anni e 10 mesi di contributi, un anno in meno per le donne.

Il governo Meloni, nonostante le promesse elettorali a partire da quelle insistite della Lega di Salvini, non solo non è riuscito né riuscirà ad «abolire la Fornero». Ma dovrà accontentarsi, se tutto va bene, di piccola manutenzione agli istituti esistenti: Ape Sociale, Opzione Donna e la barcollante Quota 103.

Il motivo è presto detto: i limiti di bilancio. La spesa per pensioni vale il 16,2% del Pil, 341 miliardi nel 2024, tra le più pesanti, anche perché ricomprende l’assistenza. L’Osservatorio della spesa previdenziale - organismo rimesso in piedi dalla ministra del Lavoro Marina Calderone proprio con lo scopo di indagare e scorporare il peso dell’assistenza dal resto - non pare ancora aver dato frutti. Non si capisce neanche se si sia mai riunito.

La strategia dei tavoli tecnici

Eppure dopo l’ultimo tavolo con imprese e sindacati del 26 giugno - a sei mesi dal primo - le parti sociali hanno curiosamente ricevuto un invito proprio dall’Osservatorio a una serie di altri “tavoli tecnici”: due a luglio e due a settembre. Temi: giovani, flessibilità in uscita, mansioni gravose e donne, previdenza complementare.

Solo un modo per prendere tempo, a parere di Cgil e Uil, visto che il 26 giugno la ministra Calderone ha ammesso di non sapere quante risorse ci sono per il capitolo pensioni nel 2024. Bisognerà attendere la Nadef di fine settembre - la nota che aggiorna il Def, il Documento di economia e finanza - per capirlo. Fino ad allora si prosegue con i tavoli.

Sindacati divisi

La Cisl apprezza il metodo. Decisamente meno le altre sigle. «Andremo a tutti gli appuntamenti, ma abbiamo poca fiducia di portare a casa risultati concreti», osserva Lara Ghiglione, segretaria confederale Cgil con delega alle pensioni.

«Ci pare incredibile la convocazione da parte dell’Osservatorio e non della ministra o del sottosegretario Durigon. Saremo almeno in 30, compresi i datori di lavoro. Parleremo sì e no un minuto a testa. Un modo evidente per dilatare i tempi».

La piattaforma sindacale unitaria - condivisa anche da Cisl - prevede un’uscita flessibile a 62 anni o con 41 di contributi. Una base di partenza per trattare. Ma non si è mai arrivati al punto di farlo davvero.

Piccoli interventi di manutenzione

Ecco spiegata la strategia del ritocco di quello che c’è. Le tre misure in scadenza il 31 dicembre - Ape Sociale, Opzione Donna, Quota 103 - si candidano alla riconferma. Si proverà forse ad ampliare le categorie di accesso all’Ape sociale e ad Opzione Donna.

Per includervi, nel primo caso, più mansioni gravose o usuranti delle attuali, che consentono l’uscita a 63 anni con 30 o 36 di contributi. E abbattere qualche paletto, nel caso di Opzione Donna, dei tanti introdotti dal governo Meloni al punto da rendere la misura inutilizzabile a 20 mila “esodate” dal diritto ad anticipare la pensione a 58 o 59 anni con 35 di contributi e ricalcolo integrale col metodo contributivo (significa un taglio fino a un terzo dell’assegno).

Quota 103, pannicello caldo voluto dalla Lega, l’uscita a 62 anni con 41 di contributi, non sta andando come previsto, avanzeranno fondi: appena 17 mila domande fino ad ora, ne saranno accolte più o meno 14 mila sulle 41 mila stimate, in ogni caso un piccolo bacino.

Il tema delle risorse è cruciale. Nella prima legge di bilancio del governo Meloni il comparto pensioni ha funzionato da cassa per coprire buona parte della manovra, generando risparmi per 10,5 miliardi in tre anni: 10 miliardi dal taglio della rivalutazione all’inflazione degli assegni medio-alti.

E 550 milioni dal taglio di due misure delicate: la pensione anticipata per i lavoratori precoci che hanno iniziato da minorenni e quella per le mansioni usuranti. Tra l’altro la pensione dei precoci è l’unica Quota 41 esistente ad oggi nel nostro sistema previdenziale. Il governo di destra la penalizza, mentre però annuncia «Quota 41 per tutti entro la legislatura». Una bella contraddizione.

La flessibilità in uscita

Il primo menù pensionistico dell’esecutivo Meloni contava quattro portate: la riconferma dell’Ape sociale (64 milioni), la revisione penalizzante di Opzione Donna (21 milioni), l’introduzione solo per il 2023 di Quota 103 (572 milioni) e l’aumento delle pensioni minime fortemente voluto da Forza Italia (859 milioni per quest’anno e il prossimo). Tra l’altro nel 2024 l’aumento delle minime a 600 euro per gli over 75 non è finanziato. Serviranno 290 milioni solo per evitare che 750 mila pensionati ci perdano.

Ecco dunque che la flessibilità in uscita in Italia viene disciplinata da tre misure temporanee - la Quota di turno, l’Ape e Opzione Donna - da riconfermare di anno in anno, a volte anche peggiorate. Non esiste una visione.

Nulla c’è per i giovani ai quali il governo sembra proporre solo la previdenza integrativa. «Ma nel frattempo nel decreto Lavoro allarga la precarietà, liberalizzando i contratti a tempo e ampliando i voucher, candidando così giovani e donne ad essere pensionati poveri», dice ancora Lara Ghiglione (Cgil).

Il contratto di espansione

L’idea che si fa strada nell’esecutivo è di scaricare la flessibilità in uscita sulle imprese, incentivando pure nelle pmi scivoli e prepensionamenti con il contratto di espansione, così da favorire anche il turn over, ovvero l’ingresso dei giovani. Un’impostazione che non appare però una soluzione strutturale.

Non tutte le aziende possono permettersi di pagare fino a 7 anni di anticipo ai dipendenti. E il contratto di espansione, a differenza dell’isopensione, è sfavorevole per il lavoratore che accetta di uscire prima con una forte riduzione dell’assegno pensionistico. Se ne discuterà ai tavoli. O forse non ci sarà tempo, per troppo affollamento.

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