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Banche, gli utili record fanno ricchi solo i soci

Una pioggia di oltre 20 miliardi tra dividendi e buyback dai bilanci 2023 del settore. Ma oltre metà della somma va ai fondi esteri, mentre il credito per imprese e famiglie è in calo del 5%
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I migliori anni della nostra vita. Cioè della loro, i banchieri italiani. L’ascesa dei tassi Bce ne ha rilanciato la redditività, tradizionalmente basata sui margini d’interesse. La passata disciplina sui crediti deteriorati, unita a una certa tignosità nel dare quelli buoni, li ripara dalla morosità dei debitori, ridotta nonostante la quasi-recessione. Il rafforzamento patrimoniale imposto per anni dalla Bce, unito alla generazione di capitale 2023 (comprese circa 7 miliardi di riserve per non pagare la “tassa extraprofitti”) porta il Cet1 medio al 15,8% degli attivi di rischio. Così possono distribuire quasi tutto l’utile agli azionisti, cui tra cedole e buyback andranno quattro quinti dei 25 miliardi di profitti complessivi, un tasso di rendimento medio del 13,5% sul 2023, che si aggiunge al buon 2022 e al discreto 2021.

I soci bancari tornano a cantare, dopo un decennio passato a portare la croce, con 100 miliardi persi sul credito dal 2008. Ma da quando Lehman Brothers fallì, g…

I migliori anni della nostra vita. Cioè della loro, i banchieri italiani. L’ascesa dei tassi Bce ne ha rilanciato la redditività, tradizionalmente basata sui margini d’interesse. La passata disciplina sui crediti deteriorati, unita a una certa tignosità nel dare quelli buoni, li ripara dalla morosità dei debitori, ridotta nonostante la quasi-recessione. Il rafforzamento patrimoniale imposto per anni dalla Bce, unito alla generazione di capitale 2023 (comprese circa 7 miliardi di riserve per non pagare la “tassa extraprofitti”) porta il Cet1 medio al 15,8% degli attivi di rischio. Così possono distribuire quasi tutto l’utile agli azionisti, cui tra cedole e buyback andranno quattro quinti dei 25 miliardi di profitti complessivi, un tasso di rendimento medio del 13,5% sul 2023, che si aggiunge al buon 2022 e al discreto 2021.

I soci bancari tornano a cantare, dopo un decennio passato a portare la croce, con 100 miliardi persi sul credito dal 2008. Ma da quando Lehman Brothers fallì, gli azionisti sono cambiati: la manna cade sempre meno sui nuclei locali e sempre più sui gestori del risparmio globale. Gli ultimi verbali assembleari, fatta 100 la torta azionaria delle banche nostrane, vedono i soci di controllo al 27%, con il restante 73% diviso tra istituzionali esteri (52%), istituzionali italiani (8%) e piccoli soci (13%). Oltre metà dei soldi finirà all’estero, e ben poco dei super utili entrerà nel circuito dell’economia reale italiana.

Il bilancio del 2023

Manca qualche piccolo bilancio, ma il settore bancario si appresta a chiudere un 2023 con profitti netti per circa 25 miliardi, comprendendo le controllate di Crédit Agricole e Bnp Paribas. L’aggregato, circa due terzi più alto rispetto al già decantato 2022, è opera in gran parte – circa 21 miliardi – dei primi cinque gruppi: Unicredit (8,61 miliardi di utili), Intesa Sanpaolo (7,72), Mps (2,05), Bper (1,52), Banco Bpm (1,26). I loro conti, analizzati da First Cisl, si somigliano. Gli interessi, differenza tra tassi attivi e passivi, crescono del 45% e sono la maggior parte dei 63,6 miliardi di ricavi. Le commissioni pur in calo (-2,4%) restano un terzo delle entrate. I costi sotto controllo (+1%), malgrado il rinnovo contrattuale ai 280 mila lavoratori del settore.

I conti aggregati delle prime cinque banche italiane

Ma è un’altra la voce di costo che – con i margini d’interesse – fa compiere il salto: le rettifiche su crediti, crollate a 3,5 miliardi per i cinque gruppi, 3,2 meno del 2022 (-47%). L’insieme dei costi, quindi, non intacca le maggiori entrate e lascia utili ingenti da girare ai soci, in una corsa al rendimento che ha anche motivazioni strategiche in vista di un possibile nuovo giro di fusioni. Le prime cinque banche distribuiranno oltre 17 miliardi, tra dividendi e riacquisti di titoli di Unicredit e Intesa. “It’s raining dividends!”, ha scritto Intermonte, tradendo un’euforia che da mesi pervade gli operatori: non a caso l’indice Ftse Banche Italia in sei mesi è salito del 23% contro il 6% dell’Euro Stoxx banche. Intermonte stima che nel 2024 «pioveranno sui soci 20 miliardi» tra cedole, acconti sul 2024 e buyback. «Le politiche di remunerazione potrebbero raggiungere un picco nel 2024», per cui nel triennio 2023-25 le banche erogheranno 46 miliardi tra Unicredit (19,5 miliardi), Intesa Sanpaolo (16,5), Mediobanca (3,65), Banco Bpm (2,7), Bper (1,2).

Tanta grazia è possibile anche grazie al fatto che le banche stanno “investendo” poco. I prestiti al sistema di famiglie e imprese, nel 2023, arretrano per un centinaio di miliardi, con una contrazione, per i primi cinque gruppi, del 5% degli impieghi netti, che si confronta col -0,37% medio delle grandi banche europee. I banchieri italiani sostengono che sono le imprese a investire poco, comunque preferendo usare la loro liquidità rispetto a tassi debitori rincarati fino al 10% annuo. Il segretario generale di First Cisl, Riccardo Colombani, parla però di «bassa tolleranza del rischio delle banche italiane, che si limitano a remunerare gli azionisti a pioggia mentre ci sarebbero tutte le condizioni per svolgere una funzione anticiclica a sostegno dell’economia». Anche il governatore Fabio Panetta, nel suo intervento al Forex, ha mandato un segnale a riguardo: gli utili 2023 sono «eccezionali», ha detto, le banche li usino come dote in vista dei tempi grami, e investano per innovare i servizi arginando l’avanzata di Big Tech.

La figura di Orcel

Il “corteggiamento” agli azionisti dei fondi continuerà. Il suo nuovo cavaliere è Andrea Orcel, ad di Unicredit, che nel mandato triennale ha offerto un rendimento totale – tra rialzi in Borsa, cedole e buyback – del 57% annuo. L’ex banchiere d’affari ha detto più volte che la carta Unicredit non è adeguatamente valutata: e molti ritengono che stia facendo leva sulla remunerazione – quest’anno erogherà 10 miliardi, oltre il 20% di rendimento – per pompare la quotazione in vista di un’acquisizione, che Unicredit potrebbe realizzare nei prossimi trimestri, scegliendo la preda ideale in Italia o in Europa. Il piffero di Orcel suona per tutti: anche Intesa ha dovuto proporre un nuovo riacquisto azionario, con l’ad Carlo Messina che ha detto: «Oggi la tendenza europea sono i buyback di dimensioni elevatissime che portano anche noi ad aggiungerli, a favore degli investitori istituzionali. Ma stiamo andando sulla patologia, e la nostra visione è che il dividendo debba essere per cassa. Penso che la tendenza durerà finché c’è capitale in eccesso, credo un anno».

L’aggressività di Unicredit, che ormai appaia Intesa Sanpaolo in Borsa e nel placet dei grandi fondi esteri, complica un po’ la vita dei banchieri, non solo italiani. Lo si è visto giorni fa, quando la Borsa ha venduto le azioni di Bnp Paribas, Ing e delle medie banche spagnole, nello stesso giorno in cui, con gli utili 2023 miliardari, fornivano stime calanti sul 2024. Le rivali italiane, comunque, paiono in grado di ripetersi: tutti i cinque grandi banchieri hanno previsto utili 2024 uguali o superiori al 2023, basando la stima su tre pilastri operativi. I ricavi da margini d’interessi dovrebbero mantenersi sugli stessi, alti livelli, perché malgrado da ottobre i tassi di mercato Irs ed Euribor stiano calando dai picchi, il calo finora è limitato, forse si accentuerà da giugno, dopo un primo taglio Bce.

Una pioggia di oltre 20 miliardi tra dividendi e buyback. Più della metà va ai fondi internazionali

Per converso, il rientro dei tassi dovrebbe rianimare i ricavi commissionali, che beneficerebbero di un ritorno agli investimenti borsistici e assicurativi dopo un 2022 in cui la concorrenza dei Btp è stata dura. Il terzo bastione è il costo del credito, visto in rialzo ma ancora su livelli storici molto contenuti, anche a fronte della politica “Npl zero” perseguita dalle capofila Unicredit e Intesa Sanpaolo. Tanto più che il credito, in questa fase strabica, attrae ben poco sia chi dovrebbe erogarlo che i potenziali destinatari.

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