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Barkin: “Per proteggere l’industria europea i dazi non basteranno, con la Cina ci aspettano anni difficili”

Il presidente francese Emmanuel Macron e il leader cinese Xi Jinping, con le rispettive mogli, in un ristorante sui Pirenei la scorsa settimana. Macron ha portato Xi, in visita ufficiale in Francia, nei luoghi della sua infanzia (afp)
Secondo l’esperto di Rhodium Group l’Unione troverà una posizione comune per proteggersi dalle esportazioni sussidiate di Pechino “nonostante le paure della Germania e l’irresponsabilità di Scholz”. Le conseguenze? “Evitare una guerra economica aperta sarà impegnativo”
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ROMA – Dopo cinque anni Xi Jinping è tornato in Europa, con tappe in Francia, Serbia e Ungheria. Ma se lo scopo del viaggio era dividere l’Ue, ammorbidendo o indebolendo le posizioni di chi – come il presidente francese Macron e la presidente della Commissione Von der Leyen – vorrebbe imporre dazi su auto elettriche e altri prodotti made in China, non è detto lo raggiunga: «Nonostante le paure della Germania ho fiducia che l’Europa troverà una visione comune sulla necessità di difendere la sua industria, in molte capitali le posizioni sono già cambiate», dice Noah Barkin, consulente della società di ricerca Rhodium Group ed esperto di relazioni tra Ue e Cina, a margine di un convegno all’Università John Cabot di Roma. Si tratta di capire quali strumenti l’Europa potrà mettere in campo – «perché i dazi non bastano» – con che rapidità e se questo porterà a uno scontro aperto con Pechino.

ROMA – Dopo cinque anni Xi Jinping è tornato in Europa, con tappe in Francia, Serbia e Ungheria. Ma se lo scopo del viaggio era dividere l’Ue, ammorbidendo o indebolendo le posizioni di chi – come il presidente francese Macron e la presidente della Commissione Von der Leyen – vorrebbe imporre dazi su auto elettriche e altri prodotti made in China, non è detto lo raggiunga: «Nonostante le paure della Germania ho fiducia che l’Europa troverà una visione comune sulla necessità di difendere la sua industria, in molte capitali le posizioni sono già cambiate», dice Noah Barkin, consulente della società di ricerca Rhodium Group ed esperto di relazioni tra Ue e Cina, a margine di un convegno all’Università John Cabot di Roma. Si tratta di capire quali strumenti l’Europa potrà mettere in campo – «perché i dazi non bastano» – con che rapidità e se questo porterà a uno scontro aperto con Pechino.

Come descriverebbe la relazione tra Europa e Cina in questo momento?

«Si sta deteriorando ormai da anni ed entriamo in un periodo ancora più problematico, per due ragioni. La prima è la preoccupazione che la Cina stia alimentando la macchina da guerra russa fornendo tecnologie a doppio uso, civile e militare. Il secondo è il timore che l’export di prodotti cinesi sussidiati e a basso costo – auto elettriche, turbine eoliche, chip – crei danni irreparabili alle industrie europee».

Perché Xi è venuto in Europa?

«Le tappe in Serbia e Ungheria servono a mostrare al mondo che la Cina ha amici in Europa, Paesi che non hanno problemi con i suoi investimenti o la sua posizione sull’Ucraina. L’incontro con Macron e Von der Leyen serve invece a limitare i danni e assicurarsi che le relazioni non si deteriorino ancora, visto che l’economia cinese vive un periodo di rallentamento strutturale e ha bisogno dell’Europa. Il messaggio è: troviamo un modo, non dobbiamo entrare in un conflitto commerciale».

Il “divide et impera” di Xi avrà ancora successo o questa volta trova un fronte europeo unito?

«Il verdetto non c’è ancora. Macron ha invitato a Parigi Von der Leyen proprio per mandare a Xi un messaggio congiunto sul commercio. La Commissione ha formulato un’agenda centrata sulla sicurezza economica, ma non è chiaro se alcuni dei grandi Paesi europei la supportino, a cominciare dalla Germania che ha molta paura di provocare Pechino e generare ritorsioni, come dimostrano le dichiarazioni molto morbide del cancelliere Scholz durante la visita in Cina. Il rischio che l’Europa si faccia dividere c’è, ma credo che alla fine troverà una visione comune. Il pensiero sta cambiando in molte capitali, certo non veloce come alcuni ritengono necessario».

Perché Berlino esita, nonostante lo stesso Scholz abbia sottolineato la doppia dipendenza della Germania dal gas russo e dal mercato cinese?

«Scholz ha annunciato la sua “svolta epocale” dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma a differenza di altri membri del governo non ha mai messo la Cina sotto lo stesso ombrello. Questo riflette un senso di vulnerabilità: l’economia tedesca soffre, alcune grandi aziende dipendenti dalla Cina vogliono che continui la politica di vicinanza dell’era Merkel. Ma credo che Scholz sia irresponsabile, nel momento in cui Pechino emerge con chiarezza come un concorrente economico e un rivale geopolitico».

Il successo del made in China non è frutto di sussidi, replica Xi, bensì di efficienza e tecnologia. È così?

«Ci sono chiari segnali di un eccesso di capacità produttiva in alcuni settori e, date la dimensioni dell’economia cinese e la quantità di incentivi, la paura è che crei enormi distorsioni globali, come in passato con acciaio e pannelli solari. Siamo onesti: in certe tecnologie verdi, come auto elettriche e batterie, la Cina è avanti, il punto è che se tutta questa produzione entrasse sul mercato europeo danneggerebbe le industrie nascenti che cercano di svilupparsi, con effetti di lungo termine pericolosi per la competitività europea».

La Commissione imporrà dazi sulle auto elettriche cinesi?

«Probabilmente lo farà nei prossimi mesi, ma a un livello tra il 15 e il 30% – la forchetta più probabile – non sarebbero sufficienti a fermare la loro espansione in Europa. Bisognerà usare altre misure, legate a sicurezza nazionale, fattori ambientali, diritti del lavoro. Non per punire le imprese cinesi, ma per guadagnare tempo in modo che le industrie europee possano svilupparsi. Dopo le elezioni mi aspetto un dibattito su questo».

Il voto europeo potrebbe alterare questa dinamica?

«Non credo. Von der Leyen è stata la capofila delle nuove politiche verso la Cina e per la sicurezza economica, se restasse al suo posto ci sarebbe più continuità. Ma anche con un cambio non credo che la Commissione ignorerebbe la minaccia rappresentata dall’export cinese».

Ostacolarlo potrebbe rallentare la transizione verde in Europa?

«Bilanciare le esigenze della transizione e della competitività sarà difficile. Ma non si può lasciare fuori dal dibattito il fatto che la Cina sia un rivale geopolitico, che usa la forza economica per scopi politici».

Come reagirà Pechino?

«In un mondo ideale Cina ed Europa dialogheranno e troveranno una soluzione, ma non ci sono segnali che sia possibile ora: Xi ripete che l’export cinese contribuisce a ridurre l’inflazione e alla transizione. Ci vorrà impegno per evitare che le tensioni diventino aperto conflitto economico».

E se le aziende cinesi producessero in Europa, anziché limitarsi ad esportare?

«L’Europa lo preferirebbe, non ha la stessa resistenza agli investimenti degli Stati Uniti. Le aziende cinesi stanno aprendo i primi impianti: se continuassero a concentrarsi in Ungheria, Paese percepito come influenzabile, sarebbe un problema, se si indirizzassero anche altrove, rispettando le regole europee, il dibattito potrebbe cambiare».

Rispetto agli Stati Uniti, l’Europa ha interesse a mantenere un’economia più aperta, anche verso la Cina. Ce la farà?

«Gli Stati Uniti sono molto più avanti nell’analisi della relazione tecnologica con la Cina. Per gestire le loro pressioni e dibattere su quale sia la politica migliore, l’Europa non può limitarsi a criticare ma deve averne una sua credibile. Ora».

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