“Nella sua filiale c’è un dipendente-ladro”: la truffa bancaria che rende complici le vittime
di Federico FormicaNessuno è al sicuro. Stavolta a subire una maxi-truffa bancaria è una rinomata professionista con una lunga esperienza nel campo legale. E quanto è accaduto dimostra - ancora una volta - quanto siano sofisticate le frodi che quotidianamente vengono perpetrate ai nostri danni. Soprattutto se alla base c’è una fuga di dati dalla banca, come sospetta la vittima.
Tutto è iniziato con un sms allarmistico in cui si dice che il conto è stato bloccato per motivi di sicurezza. Il mittente è un numero che il cellulare della vittima riconosce come quello della banca. Una tecnica ormai consolidata che è quella del phishing. Che subito si tramuta in vishing, perché Paola, un nome di fantasia per tutelarne la privacy, viene invitata a chiamare un altro numero di telefono. Risponde una persona che si spaccia per un dipendente della sua filiale: “Mi dice che era in corso un hackeraggio del mio conto e che avrei dovuto spostare un terzo del mio denaro su un conto di salvataggio. E che dovevo farlo al …
Nessuno è al sicuro. Stavolta a subire una maxi-truffa bancaria è una rinomata professionista con una lunga esperienza nel campo legale. E quanto è accaduto dimostra - ancora una volta - quanto siano sofisticate le frodi che quotidianamente vengono perpetrate ai nostri danni. Soprattutto se alla base c’è una fuga di dati dalla banca, come sospetta la vittima.
Tutto è iniziato con un sms allarmistico in cui si dice che il conto è stato bloccato per motivi di sicurezza. Il mittente è un numero che il cellulare della vittima riconosce come quello della banca. Una tecnica ormai consolidata che è quella del phishing. Che subito si tramuta in vishing, perché Paola, un nome di fantasia per tutelarne la privacy, viene invitata a chiamare un altro numero di telefono. Risponde una persona che si spaccia per un dipendente della sua filiale: “Mi dice che era in corso un hackeraggio del mio conto e che avrei dovuto spostare un terzo del mio denaro su un conto di salvataggio. E che dovevo farlo al più presto con un bonifico allo sportello”. Addirittura il finto bancario propone a Paola di prendere un taxi che la banca le avrebbe poi rimborsato. La truffa è molto sofisticata: il truffatore spiega alla vittima che, quando ordinerà il bonifico, non dovrà spiegare all’operatore il reale motivo dello spostamento di denaro, altrimenti avrebbe “messo in allarme l’hacker” e compromesso l’esito dell’indagine interna. Il motivo è chiaro: se avesse spiegato il reale motivo per cui era lì, l’operazione sarebbe stata bloccata allo sportello.
Poi arriva un’altra chiamata: è il sedicente ufficio antifrode della banca che conferma tutto. Paola digita su Google il numero del telefono che la sta chiamando: corrisponde perfettamente a quello della sede centrale della sua banca e non ha più esitazioni. Corre in banca. Dove ordina il bonifico istantaneo all’Iban che le hanno indicato al telefono.
Partito il denaro, “mi hanno chiesto di mandare la foto della distinta del bonifico via Whatsapp. E lì ho iniziato a capire che qualcosa non andava” continua Paola. Che torna in banca dove, stavolta, spiega tutto e tenta - invano - di ritirare il bonifico. Il direttore le spiega che l’Iban è associato a una carta di debito (un altro classico di queste truffe). Così, alla vittima non rimane che denunciare la truffa alla Procura e tentare il ricorso all’Arbitro bancario finanziario (Abf) tramite un'associazione di consumatori.
Paola, però, non si spiega alcune cose: “I truffatori sapevano in quale banca e addirittura in quale agenzia avevo il conto. Ma non solo: di quel conto conoscevano l’esatta giacenza. Com’è possibile?”. Il dubbio è che i criminali abbiano avuto accesso illegalmente a una serie di informazioni che la banca non può condividere con nessuno.
Speranze dall’Europa
Stefano Cherti, esperto di diritto bancario ex membro del collegio di Roma dell’Abf, sostiene che in casi come questi “le possibilità che la banca rimborsi le somme rubate sono prossime allo zero” perché “sono le stesse vittime a consegnare ai criminali il proprio denaro”. Il problema, secondo Cherti, è a monte: “Le truffe sono così sofisticate che la vittima, per non cascarci, dovrebbe ignorare un’istruzione di sicurezza che proviene dalla propria banca, perché così appare sul telefono del cliente. È evidente che questo è controintuitivo. Se la recente risoluzione del Parlamento europeo fosse già legge, la vittima sarebbe certamente rimborsata”.
Il riferimento è al voto dello scorso febbraio, quando la commissione Affari economici e monetari dell’europarlamento ha votato un testo che obbliga le banche a restituire il denaro al consumatore frodato in questo modo. Secondo il testo approvato, che verrà discusso durante la plenaria di aprile, l’istituto di credito può però rivalersi sulla società di telecomunicazioni o il social media se questi, pur avvisati, non hanno oscurato il sito o l’utenza telefonica da dove è partita la truffa.