Netflix e Amazon come le Tlc, i consumatori contro l’Agcom: “Rischio rincari”
di Alessandro LongoSoggetti come Netflix e Amazon vanno regolati come gli operatori telefonici? Secondo l’Autorità Garante delle Comunicazioni (Agcom) sì e nei prossimi mesi ne verranno norme importanti, per utenti e aziende. Ma sul punto c’è uno scontro che ha spinto molte associazioni a scrivere al Governo per bloccare l’Autorità. E le stesse Netflix e Amazon hanno deciso di opporsi all’Agcom, presentando ricorso al Tar.
Una disputa che può ridefinire gli equilibri di Internet in Italia, ma anche il servizio ai clienti. Secondo Agcom e gli operatori telefonici, le nuove regole migliorano la qualità del servizio e i diritti dei consumatori, ad esempio quello di avere indennizzi in caso di problemi. Secondo le associazioni invece c’è il rischio di aumentare i costi (e quindi i prezzi) o addirittura scoraggiare gli investimenti (e quindi peggiorare la qualità dei servizi).
La posizione dell’Autorità
La questione è scoppiata in pieno agosto con la delibera 207/25/Cons. L’Agcom ha stabilito che le Content…
Soggetti come Netflix e Amazon vanno regolati come gli operatori telefonici? Secondo l’Autorità Garante delle Comunicazioni (Agcom) sì e nei prossimi mesi ne verranno norme importanti, per utenti e aziende. Ma sul punto c’è uno scontro che ha spinto molte associazioni a scrivere al Governo per bloccare l’Autorità. E le stesse Netflix e Amazon hanno deciso di opporsi all’Agcom, presentando ricorso al Tar.
Una disputa che può ridefinire gli equilibri di Internet in Italia, ma anche il servizio ai clienti. Secondo Agcom e gli operatori telefonici, le nuove regole migliorano la qualità del servizio e i diritti dei consumatori, ad esempio quello di avere indennizzi in caso di problemi. Secondo le associazioni invece c’è il rischio di aumentare i costi (e quindi i prezzi) o addirittura scoraggiare gli investimenti (e quindi peggiorare la qualità dei servizi).
La posizione dell’Autorità
La questione è scoppiata in pieno agosto con la delibera 207/25/Cons. L’Agcom ha stabilito che le Content Delivery Network (Cdn) – infrastrutture private usate da piattaforme, broadcaster e siti web per distribuire video, dati e software in modo rapido e affidabile – rientrano nella definizione di rete di comunicazione elettronica. Significa che anche chi gestisce una Cdn sul territorio italiano dovrà ottenere l’autorizzazione generale prevista dal Codice delle comunicazioni elettroniche, finora riservata agli operatori di rete.
L’Autorità, nella sua motivazione, sostiene che le Cdn “svolgono ormai funzioni analoghe a quelle delle reti di trasmissione pubbliche”, integrandosi nei flussi di traffico nazionale e influenzando la qualità del servizio. Una posizione che incontra il plauso dell’industria delle telecomunicazioni: Asstel, l’associazione che rappresenta Tim, Vodafone, WindTre e Iliad, parla di “un passo verso la parità regolamentare tra attori digitali e operatori di rete”.
Le critiche dell’industria digitale e dei consumatori
Molto diversa la reazione delle principali organizzazioni internazionali dell’industria digitale e dei consumatori. In una lettera inviata a Palazzo Chigi, Business Software Alliance (BSA), Computer & Communications Industry Association (CCIA), Euroconsumers, Altroconsumo, Internet Infrastructure Coalition, InnovUp e Information Technology Industry Council (ITI) hanno espresso “profonda preoccupazione” per la scelta di Agcom.
Secondo queste sigle, la delibera rischia di “espandere in modo improprio il concetto di rete di comunicazione elettronica” a soggetti che, per natura, gestiscono infrastrutture private destinate alla consegna di contenuti, non al trasporto pubblico di dati. L’effetto collaterale, avvertono, potrebbe essere l’introduzione di “network usage fees”, ovvero tariffe di utilizzo delle reti a carico dei fornitori di contenuti, ipotesi che l’Unione europea e la Casa Bianca hanno recentemente escluso nei negoziati digitali transatlantici.
Insomma, tra l’altro si rischia un incidente con il Governo Trump. Le associazioni paventano inoltre un impatto negativo su startup, Pmi e innovatori, che usano servizi Cdn per distribuire applicazioni o siti ad alte prestazioni. “Questa decisione – scrivono – rischia di trasformare l’Italia in un caso isolato, con effetti dissuasivi sugli investimenti tecnologici e sull’attrattività del mercato”.
Asstel ribatte che l’obiettivo non è introdurre nuovi oneri, ma “riconoscere la natura di rete di un’infrastruttura che oggi incide sul funzionamento complessivo di Internet e sulla sicurezza dei servizi”. Per l’associazione, l’inclusione delle Cdn nel perimetro regolatorio è coerente con l’evoluzione verso un ecosistema di rete sempre più distribuito, dove anche i grandi fornitori di contenuti svolgono ruoli infrastrutturali.
Difficile immaginare cosa accadrà. In pratica, la delibera si applica a operatori come Akamai, Cloudflare, Amazon CloudFront, Google Cloud Cdn, Microsoft Azure CDN, Fastly e ad altri provider che dispongono di server di caching o punti di interconnessione in Italia.
Ma sono inoltre potenzialmente interessati grandi broadcaster o piattaforme streaming (Rai, Mediaset, Netflix, Disney+, Sky) che gestiscono Cdn proprietarie o ibride.
In Italia poi siamo in una situazione ibrida, perché Dazn ha già accettato di prendere il titolo autorizzativo e riconoscere agli utenti indennizzi in caso di problemi tecnici allo streaming di partite di calcio. Principio che verrebbe esteso anche ad altri soggetti, insomma. In più, scatterebbero obblighi che sono in capo ora solo agli operatori telefonici, come quello di avere un numero di call center gratuito.
A quanto risulta a Repubblica, il prossimo passo è passare dal principio stabilito ad Agcom a regole concrete, tramite un provvedimento del ministero Mimit ora in fase di elaborazione. Il Governo è certo stretto tra due fuochi, nella generale incertezza su quale sia la posizione migliore da prendere a vantaggio di consumatori e mercato.
La controversia arriva poi in un momento delicato, mentre la Commissione europea prepara il Digital Networks Act, che potrebbe ridefinire a livello comunitario la nozione di infrastruttura di rete e di servizio digitale. In questo senso, la scelta italiana fa da banco di prova. Un anticipo di quello che potrebbe diventare un nuovo campo di battaglia tra telecom e piattaforme globali su chi, e in che misura, debba sostenere i costi dell’Internet del futuro, mentre dall’altra parte dell’oceano c’è sempre un Trump pronto a sventolare la minaccia di dazi per chi penalizza le aziende Usa.