Economia

Vendono un neonato, niente carcere

La Cassazione conferma la condanna in primo grado anche se la madre ha ceduto il figlio per il tornaconto altrui. La pena è comunque inferiore a un anno di reclusione

2 minuti di lettura
In Campania si è svolta una storia che sembra quasi di altri tempi ma che, invece, è drammatica nella sua attualità.
Una giovane neomaggiorenne rimane incinta, non volendo il bambino si rivolge a un ginecologo che, nonostante la gravidanza ultra trimestrale, le promette di farla abortire. Fallito questo tentativo, l’ingegnoso medico contatta una giovane coppia eterosessuale, promettendo il nascituro dietro versamento di un compenso di 30mila euro. Il ginecologo si mette d’accordo con l’uomo anche per modificare il certificato di nascita, ma il documento viene inviato all’Ufficiale di Stato Civile prima di poter essere falsificato. I due però non si danno per vinti e mettono in piedi un secondo piano: l’accordo iniziale viene diminuito a 20.500 euro e il medico chiede e ottiene altri 5mila euro per consegnare, anche senza certificato, il neonato alla coppia. La partoriente, ignara del passaggio di denaro e desiderosa solo di liberarsi del bambino consegna, subito dopo il parto, la sfortunata creatura alla coppia 
 Ma a tre mesi dal parto la madre biologica scopre che il bambino è stato inserito nel proprio stato di famiglia, come conseguenza del certificato inviato e non falsificato: presa probabilmente dal panico, denuncia l’accordo illecito e si inventa che il figlio fosse frutto di una violenza sessuale. Cominciano così le indagini e gli inquirenti ricostruiscono la falsa denuncia, l’accordo illecito, il tentativo di falsificazione e, soprattutto, la compravendita del piccolo. L’uomo e la madre biologica vengono condannati: il primo per aver corrotto il medico (di cui non si conosce ancora la sorte processuale e professionale), la seconda per aver denunciato una violenza sessuale inesistente ed entrambi per aver dato un bambino a terzi in affidamento propedeutico all’adozione, in violazione delle norme di legge.
Nessuna conseguenza per la donna che avrebbe voluto essere madre, in quanto non è stata considerata parte dell’accordo corruttivo. La sentenza viene impugnata ma la Cassazione, con una sentenza del 17 gennaio, la conferma integralmente, respingendo le doglianze degli imputati. Dalla vicenda si ravvisa l’egoismo della coppia, l’avidità del medico e la disperazione della giovane madre, cui forse nessuno aveva mai spiegato quali fossero realmente le alternative. Però la sentenza, esemplare sotto il profilo della ricostruzione degli eventi, lascia comunque l’amaro in bocca: nonostante la gravità dei fatti, l’uomo è stato condannato a un anno e sei mesi e la madre a 10 mesi e 20 giorni. Per entrambi pena sospesa e niente carcere. Il che induce a riflettere su quanto la nostra legislazione penale sia iniqua: solo per fare un esempio, qualche anno fa un autorevole giornalista è stato condannato a 18 mesi per avere diffamato un politico. Dunque si potrebbe concludere che per il nostro Paese l’immagine e l’onore di un adulto sono più importanti della vita di un bambino, che non dovrebbe meritare di essere trattato come fosse l’ultimo modello di televisore.
 
* Avvocato del Comitato Scientifico de Il Familiarista, portale interdisciplinare in materia di diritto di famiglia di Giuffrè Francis Lefebvre