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Partite Iva nel mirino del Fisco, come cambiano i controlli: tutti i nuovi strumenti anti-evasione

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Il Fisco digitale accelera: la digitalizzazione sposta i controlli dalla “caccia” a posteriori alla prevenzione. Dalle verifiche incrociate alle e-fatture passando per l’IA, ecco cosa farà scattare l’alert dell’Agenzia delle entrate
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In Italia nel 2025, su 17 milioni di posizioni fiscali analizzate, sono stati scoperti 200mila evasori totali tra imprese e contribuenti, di cui circa 116mila che non hanno presentato alcuna dichiarazione, pur avendo redditi, e 86mila completamente sconosciuti al Fisco: è, quest’ultima, la parte più estrema del sommerso, fatta di attività in nero puro, in alcuni casi neppure censite anagraficamente. I numeri, sciorinati in occasione di Telefisco 2026 dal direttore dell’Agenzia delle entrate Vincenzo Carbone, inchiodano l’evasione dei lavoratori autonomi e delle piccole partite Iva come uno dei grandi paradossi della fiscalità italiana: mentre il tax gap complessivo scende, una fetta rilevante dei redditi dei professionisti continua a sfuggire al radar dell’Amministrazione finanziaria.

Sullo sfondo, i dati del Mef e di Bankitalia mostrano un progressivo calo delle frodi fiscali grazie alle misure degli ultimi anni, ma con un tasso di evasione Irpef dei lavoratori autonomi che rimane vi…

In Italia nel 2025, su 17 milioni di posizioni fiscali analizzate, sono stati scoperti 200mila evasori totali tra imprese e contribuenti, di cui circa 116mila che non hanno presentato alcuna dichiarazione, pur avendo redditi, e 86mila completamente sconosciuti al Fisco: è, quest’ultima, la parte più estrema del sommerso, fatta di attività in nero puro, in alcuni casi neppure censite anagraficamente. I numeri, sciorinati in occasione di Telefisco 2026 dal direttore dell’Agenzia delle entrate Vincenzo Carbone, inchiodano l’evasione dei lavoratori autonomi e delle piccole partite Iva come uno dei grandi paradossi della fiscalità italiana: mentre il tax gap complessivo scende, una fetta rilevante dei redditi dei professionisti continua a sfuggire al radar dell’Amministrazione finanziaria.

Sullo sfondo, i dati del Mef e di Bankitalia mostrano un progressivo calo delle frodi fiscali grazie alle misure degli ultimi anni, ma con un tasso di evasione Irpef dei lavoratori autonomi che rimane vicino al 67%, segno che la parte più mobile e frammentata del mondo delle partite Iva resta, comunque, ancora difficile da intercettare. Ora, grazie ai nuovi potentissimi sistemi di controllo, l’Amministrazione finanziaria è pronta a mostrare i muscoli, anche se in ottica, dice, collaborativa.

I numeri dell’evasione delle partite Iva

Negli ultimi anni la macchina del Fisco ha recuperato terreno. Secondo i dati della Relazione 2025 sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva in Italia, tra il 2017 e il 2021 il divario fiscale italiano (cioè la differenza tra quanto lo Stato dovrebbe incassare e quanto incassa davvero) si è ridotto di circa 25 miliardi, con un deciso miglioramento sul fronte dell’Iva e un accorciamento delle distanze rispetto alla media europea. Ciò nonostante, il Belpaese resta tra i Paesi con il maggior livello di evasione, con un gap Iva ancora superiore al 10% delle entrate potenziali, contro una media Ue che si attesta attorno al 5%.

Il vero buco nero è senz’altro l’Irpef degli autonomi e delle piccole attività. Secondo le elaborazioni più recenti di Mef e Cgia Mestre, l’imposta sul reddito delle persone fisiche evasa dai contribuenti non dipendenti vale circa 29,5 miliardi l’anno, con un tasso di evasione che per le partite Iva sfiora il 66,8% dell’imposta teorica dovuta. Questo significa che, a fronte di ogni 100 euro di Irpef che l’Erario dovrebbe incassare dai professionisti, quasi 67 si perdono per strada. Il lavoro dipendente regolare, invece, resta l’area più presidiata, con margini di evasione inevitabilmente molto più stretti.

2,4 milioni di lettere di compliance in arrivo: a chi verranno inviate

In questo 2026 l’Agenzia delle entrate è pronta a inviare ben 2,4 milioni di lettere di compliance, che rientrano in una strategia che potremmo battezzare “a gradini”: prima manda il promemoria e l’invito a mettersi in regola, poi, e solo in caso di inerzia o anomalie gravi, passa ai controlli veri e propri.

Le comunicazioni non riguarderanno solo i 200mila evasori totali intercettati, ma una fetta più ampia di contribuenti con comportamenti considerati a rischio o comunque irregolari. In particolare, verrà bersagliato chi ha dimenticato di presentare la dichiarazione dei redditi o l’ha omessa del tutto, ma anche le partite Iva che non hanno inviato le comunicazioni periodiche Iva, pur avendo emesso fatture o corrispettivi, e i contribuenti con scostamenti evidenti tra dati dichiarati e dati presenti nelle banche dati. Insomma, se c’è troppa discrepanza tra fatture elettroniche, corrispettivi telematici, certificazioni, ecc. sicuramente si è più a rischio.

L’idea, spiegata dallo stesso Carbone, è che le lettere siano dei sottili reminder più che atti ostili: degli avvisi che qualcosa non torna e che va verificato prima che scattino sanzioni pesanti. E in effetti le lettere di compliance servono proprio a spingere l’adempimento spontaneo, in linea con la convenzione triennale tra Mef e Agenzia che fissa l’obiettivo di recuperare 14,5 miliardi tramite attività di prevenzione e controlli “morbidi”.

Compliance collaborativa

Il meccanismo, tra gli strumenti su cui il Fisco punta maggiormente per ridurre l’evasione delle partite Iva, si chiama compliance collaborativa. Queste comunicazioni, queste lettere, almeno in teoria non sono ancora un accertamento: invitano il contribuente a verificare la propria posizione e, se necessario, a correggerla con strumenti come il ravvedimento operoso o la dichiarazione integrativa, che consente di ridurre sanzioni e interessi se l’errore viene sanato in autonomia. Per un professionista, ricevere una lettera di questo tipo equivale a un segnale che il suo comportamento è finito sotto la lente dei sistemi di analisi, e spesso induce (o dovrebbe) a regolarizzare posizioni irregolari prima che si trasformino in contenzioso.

Nel disegno dell’Agenzia, questa pressione light dovrebbe avere un duplice effetto: da un lato recuperare gettito in tempi più rapidi e con minori costi amministrativi, dall’altro orientare i comportamenti futuri dei contribuenti, sapendo che i dati incrociati rendono più facile individuare omissioni e “sotto-dichiarazioni”. L’obiettivo esplicito, ribadito a più riprese, è ridurre il contenzioso, appunto, spostando il baricentro dalla caccia a posteriori agli evasori alla prevenzione ex ante tramite segnalazioni tempestive, senza però naturalmente rinunciare agli accertamenti formali per chi ignora gli avvisi.

L’AdE insiste parecchio sull’assenza di automatismi: la lettera non fa scattare di default un accertamento, ma è un passaggio intermedio che serve a distinguere chi ha commesso errori o dimenticanze da chi continua con comportamenti evasivi. Ma come fa l’Agenzia allora a decidere a chi inviarla? Incrocia fatture elettroniche, corrispettivi, dichiarazioni e comunicazioni periodiche per individuare i casi in cui esistono operazioni ma non ci sono adempimenti (pensiamo anche al recentissimo obbligo di collegamento Pos-Registratore telematico), oppure sfrutta indicatori di rischio vari tarati su singole tipologie di contribuente, e concentra le comunicazioni dove gli scostamenti sono più significativi.

Dal controllo a campione alla “caccia” digitale mirata

Se per decenni la lotta all’evasione è stata costruita su controlli ex post, spesso a campione e distanziati anni rispetto ai comportamenti contestati, oggi la strategia dell’Amministrazione si sta spostando verso un paradigma diverso: prevenzione, analisi dei dati e interventi mirati in tempi più rapidi. La grande massa di informazioni digitali accumulate negli ultimi anni – dalle fatture elettroniche ai corrispettivi telematici alle banche dati dell’Anagrafe tributaria – ha permesso di costruire piattaforme in grado di incrociare in un click e in un nanosecondo i dati dei contribuenti e far emergere anomalie prima che diventino contenzioso.

A chi già sventola lo spauracchio del “Fisco-robot” l’AdE ribatte che ha in pancia molti più dati e strumenti predittivi, quindi servono meno i vecchi tecnicismi punitivi, e poi c’è l’analisi del rischio come bussola per la selezione dei casi da approfondire. In pratica, dice, non è l’intelligenza artificiale a decidere chi colpire, ma algoritmi e indicatori statistici aiutano a individuare i profili più a rischio, che poi vengono valutati da funzionari in carne e ossa, con l’obiettivo dichiarato di ridurre i controlli a pioggia e concentrare le verifiche dove le stranezze fiscali sono più palesi.

Per un libero professionista o una piccola partita Iva questo passaggio significa che non ci si trova più di fronte a controlli improvvisi su annualità lontane (a volte praticamente dimenticate…), ma a un flusso crescente di segnalazioni più soft e di richieste di chiarimento che arrivano a distanza di poco tempo dalle anomalie individuate.

Fatturazione elettronica, corrispettivi e nuova piattaforma Iva

Il pilastro tecnologico di questa trasformazione è la fatturazione elettronica, ormai obbligatoria per tutte le partite Iva e praticamente utilizzata per la quasi totalità delle operazioni tra imprese e professionisti. Ogni fattura passa attraverso il Sistema di Interscambio, il cosiddetto SdI, che conserva i dati e li rende disponibili per il monitoraggio, offrendo così alle Entrate una mappa dettagliata delle transazioni B2B e, progressivamente, anche di quelle con i consumatori finali.

Dal 1° gennaio 2026, poi, è operativa una nuova piattaforma digitale di controllo delle irregolarità Iva, prevista dal Pnrr, che mixa quasi in real time le e-fatture, i corrispettivi telematici, le liquidazioni periodiche e le dichiarazioni annuali, oltre ai dati dell’Anagrafe tributaria e ai flussi doganali. L’obiettivo è individuare rapidamente incoerenze come, per esempio, volumi di vendite non coerenti con le liquidazioni dichiarate, aliquote Iva applicate in modo anomalo o pattern tipici delle cosiddette “frodi carosello”, anche quando coinvolgono piccole partite Iva che fungono da ingranaggi marginali di schemi assai più complessi.

Questo per i professionisti e le microimprese che lavorano prevalentemente con altri operatori Iva significa che ogni scarto tra ciò che emettono in fattura e ciò che arriva in dichiarazione viene rapidamente intercettato da sistemi automatizzati e alimenta indicatori di rischio. Anche sul fronte dei corrispettivi al dettaglio, i registratori telematici inviano i dati giornalmente, consentendo di confrontare l’andamento delle vendite dichiarate con altre informazioni – dai consumi energetici alle medie di settore per intenderci – in un reticolo di controlli che rende sempre più difficile abbassare il volume delle entrate senza lasciare traccia.

Intelligenza artificiale sulle fatture e incrocio con i codici Ateco

Un altro fronte cruciale dei nuovi sistemi di alert del Fisco riguarda la qualità delle informazioni contenute nelle fatture elettroniche, e non solo gli importi. Dal 2025 l’Agenzia ha avviato verifiche automatizzate che sfruttano l’AI per analizzare le descrizioni dei beni e dei servizi acquistati e confrontarle con il codice Ateco dell’attività esercitata dal contribuente. Se un libero professionista che dichiara un’attività di consulenza compra continuamente beni o servizi che appartengono a settori molto distanti dal suo – per esempio forniture che richiamano un’attività di commercio al dettaglio – il sistema può segnalarlo come incoerente.

Questi algoritmi lavorano sulla “semantica” delle descrizioni in fattura, identificando parole chiave e modelli ricorrenti, e li mettono in relazione con l’attività prevalente risultante dall’Anagrafe tributaria. L’obiettivo non è solo quello di contestare costi non deducibili, ma di scovare eventuali seconde attività fatte in nero dietro una partita Iva formalmente dedicata ad altro, o schemi di abuso delle deduzioni in cui spese personali vengono camuffate come costi professionali. L’uso dell’intelligenza artificiale non si sostituisce al lavoro degli ispettori, ma agisce come un filtro che porta in superficie i casi più sospetti, riducendo l’area grigia dove prima l’evasione di piccola taglia poteva passare inosservata.

Riscossione smart: dai dati delle e-fatture ai pignoramenti rapidi

La digitalizzazione non si ferma alla fase dell’accertamento ma entra anche nella riscossione, cioè nel momento in cui il credito fiscale diventa effettivo incasso per lo Stato. A partire da quest’anno l’Ader (Agenzia delle Entrate-Riscossione) utilizzerà in modo più sistematico i dati della fatturazione elettronica per facilitare e velocizzare i pignoramenti presso terzi, potenziando la capacità di recuperare quanto dovuto.

In pratica, le informazioni contenute nelle fatture permettono di capire in tempo quasi reale con quali clienti lavora un professionista, quali flussi di incasso ha in ingresso e da chi, rendendo più efficace l’azione di pignoramento di crediti verso terzi in caso di inadempienza.

Se un libero professionista accumula debiti fiscali e non risponde alle richieste di pagamento, lo Stato può individuare rapidamente i soggetti che gli devono somme e attivare le procedure di riscossione, senza dover contare solo sui conti correnti o sugli immobili. Un cambio di passo davvero radicale per le partite Iva: l’idea di poter sfuggire al Fisco semplicemente spostando i propri incassi o frammentando i rapporti di lavoro diventa decisamente meno realistica.

Allo stesso stesso – e questo è doveroso rimarcarlo – questo aumenta la responsabilità dell’Amministrazione nel dosare l’uso di strumenti così invasivi, onde evitare che la ricerca di efficienza nella riscossione si traduca in un eccesso di rigidità verso chi è in difficoltà temporanea ma, magari, non è un evasore strutturale.

Verso un Fisco predittivo: cosa può ancora fare l’Agenzia

Come visto, la direzione intrapresa dal Fisco italiano va dritto verso un modello sempre più predittivo, in cui l’obiettivo non è solo scoprire gli evasori, ma ridurre lo spazio in cui l’evasione può prosperare attraverso un “cocktail” di tecnologia, semplificazione e dialogo anticipato.

A questo punto, possibile che ad esempio si spinga sempre di più sulla precompilazione anche per i lavoratori autonomi, utilizzando i dati delle fatture e dei corrispettivi per proporre dichiarazioni quasi complete. Ma anche auspicabile che si migliori la qualità degli indicatori di rischio per ridurre i falsi positivi, e rafforzare l’assistenza digitale alle partite Iva minori, in modo da separare con più chiarezza gli errori in buona fede (perché ce ne sono, e anche tanti) dall’evasione deliberata.

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