Economia

Equilibrio vita e lavoro, Italia bocciata nella classifica di Remote: quartultima in Europa

Equilibrio vita e lavoro, Italia bocciata nella classifica di Remote: quartultima in Europa

Lussemburgo in testa, poi Spagna e Francia. Sulla pagella pesano l’assenza di un salario minimo, la scarsa diffusione dello smart working e la mancanza di cultura manageriale e aziendale

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Quali sono i migliori Paesi d’Europa per quel che riguarda la possibilità di conciliare vita e lavoro? Secondo la fotografia scattata da Remote, nell’ultimo European Life-Work Balance Index, in testa c’è il Lussemburgo che si prende 85 punti in pagella, su un massimo di cento. Segue la Spagna a 79 e la Francia a una incollatura, 78 punti. E l’Italia? Ne l’immagine di un Paese ancora immaturo, sia dal punto di vista legislativo che culturale, e infatti su 30 nazioni risulta al quartultimo posto con 55 punti: soltanto Ungheria, Slovacchia e Romania fanno peggio.

La piattaforma specializzata proprio nella gestione di risorse umane a livello transnazionale elabora la classifica prendendo in considerazione variabili che vanno dal numero di giorni di ferie all’assistenza sanitaria, ma anche l’esistenza di un salario minimo, gli orari di lavoro medi, i congedi disponibili, le politiche di inclusività LGBTQ+ e la soddisfazione dei lavoratori. L’ultima elaborazione conferma dunque Lussemburgo e Spagna al vertice, la Francia e la Danimarca salgono rispettivamente dalla quinta alla terza e dalla decima alla quinta posizione. Balzo importante del Regno Unito che dai bassifondi della classifica sale in top ten, mentre l’Italia si segnala perché fa il percorso opposto con la Polonia.

Tra gli aspetti più penalizzanti per la nostra pagella c’è l’assenza di un salario minimo, visto che in larga parte altrove è presente. Ma per gli addetti ai lavori pesa anche la scarsa diffusione dello smart working, che potrebbe offrire quella flessibilità tanto cercata dai lavoratori.

“Credo che l'ordinamento italiano non sia ancora pronto a gestire questa nuova declinazione del rapporto di lavoro subordinato, in cui il lavoratore viene valutato solo sul raggiungimento di obiettivi e non più sul tempo speso in ufficio”, dice Giorgio Manca, avvocato giuslavorista e partner dello studio legale DWF Italy. Il cortocircuito nasce dal fatto che ci sono “limiti imposti dalla giurisprudenza italiana” in forza dei quali “contestare ad un lavoratore subordinato la scarsa performance (e quindi il mancato raggiungimento degli obiettivi) è quasi un’utopia e molte aziende, anche stanti le difficoltà connesse ai controlli da remoto, preferiscono optare per la verifica diretta della prestazione (richiedendo la presenza in ufficio dei lavoratori)”. Se da una parte “manca cultura manageriale”, dall’altra per Manca c’è anche “un'eccessiva rigidità del nostro sistema di tutele”.

Cosa si fa in azienda per affrontare la questione del benessere dei lavoratori? “I risultati di questo report sono un chiaro segnale di quanto in Italia ci sia ancora molto da fare – commenta la ceo di Pennelli Cinghiale, eccellenza del mantovano, Eleonora Calavalle – Investire nel benessere dei dipendenti non è solo eticamente corretto ma si riflette in una maggiore creatività, produttività e senso di appartenenza all’azienda”.

La flessibilità, per altro, può aiutare anche a chiudere il gap di genere che nel nostro Paese è ancora elevato, con una occupazione femminile che pur avendo raggiunto livelli record sopra il 55% è di una ventina di punti inferiore a quella maschile. Laura Basili e Ilaria Cecchini, co-founder di Women at Business, piattaforma di matching professionale, credono nella tecnologia come chiave di volta. La applicano nella app Women Plus, con la quale “è possibile per una donna di Enna o di Torino candidarsi per una posizione part time o a tempo pieno a Roma, per esempio, se la tipologia di mansione lo consente”. Daniele Arduini, ceo di Kampaay che si occupa di eventi aziendali, riconosce che “il settore privato ha un ruolo cruciale nel guidare questo cambiamento” e concorda che “la tecnologia, se utilizzata in modo etico e centrato sull'umano, può essere uno strumento potente per migliorare la qualità della vita lavorativa”. “È sempre più urgente occuparsi del benessere individuale e collettivo – chiosa Valentina Ragno, formatrice del Metodo Grinberg e organizzatrice del prossimo Festival internazionale Stay Human, che si terrà a Milano ad ottobre – Serve creare un cambiamento nei contesti principali della vita, tra cui quello del lavoro, per farne luoghi in cui l’aspetto umano viene recuperato”.

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