Dal welfare un “aiuto” da mille euro a dipendente. I fringe benefit sfondano il 50% del portafoglio
di Raffaele RicciardiMILANO – Mille euro a dipendente, in crescita del 10% sull’anno precedente. E per la metà utilizzati in fringe benefit, la cosa che consente di più di avvicinare il welfare aziendale al contante.
Sono i principali dati che emergono dall’Osservatorio Welfare 2025 di Edenred, centrato su come le aziende hanno utilizzato questa forma di remunerazione dei dipendenti (esentasse). Il bilancio del 2024 dice che le imprese italiane hanno erogato in media circa 1.000 euro a dipendente sotto forma di credito welfare, con un incremento del 10% rispetto ai 910 euro dell’anno precedente. Contestualmente è cresciuto anche il tasso di utilizzo da parte dei lavoratori, che raggiunge quasi il 90%, “segno tangibile della crescente rilevanza del welfare come leva per sostenere il reddito e la qualità della vita dei dipendenti”.
L’Osservatorio nota come l’innalzamento della soglia di esenzione (da 258,23 a 1.000 euro, raddoppiati per chi …
MILANO – Mille euro a dipendente, in crescita del 10% sull’anno precedente. E per la metà utilizzati in fringe benefit, la cosa che consente di più di avvicinare il welfare aziendale al contante.
Sono i principali dati che emergono dall’Osservatorio Welfare 2025 di Edenred, centrato su come le aziende hanno utilizzato questa forma di remunerazione dei dipendenti (esentasse). Il bilancio del 2024 dice che le imprese italiane hanno erogato in media circa 1.000 euro a dipendente sotto forma di credito welfare, con un incremento del 10% rispetto ai 910 euro dell’anno precedente. Contestualmente è cresciuto anche il tasso di utilizzo da parte dei lavoratori, che raggiunge quasi il 90%, “segno tangibile della crescente rilevanza del welfare come leva per sostenere il reddito e la qualità della vita dei dipendenti”.
L’Osservatorio nota come l’innalzamento della soglia di esenzione (da 258,23 a 1.000 euro, raddoppiati per chi ha figli a carico a 2.000) fino al 2027, arrivato con la legge di Bilancio, abbia spinto i fringe benefit. Parliamo di buoni acquisto, buoni carburante, rimborsi per affitti e bollette domestiche e che oggi rappresentano la principale voce di spesa all’interno del credito welfare: per la prima volta, hanno superato la metà del credito welfare complessivo che le aziende mettono a disposizione dei propri dipendenti, arrivando a coprire il 52% del totale. Non stupisce visto che è il modo più diretto per “convertire” il credito welfare in denaro.
Non è un caso che l’utilizzo sia più spinto tra la popolazione aziendale più giovane, dove probabilmente il tema dell’integrazione del reddito è più urgente: il ricorso ai fringe benefit oscilla tra il 65% dei beneficiari under 30 e il 48% di chi ha oltre 60 anni.
Le voci di spesa a seguire sono area ricreativa (23%), istruzione (13,5%), previdenza integrativa (5,6%) e assistenza sanitaria (3,2%). Chiudono la classifica mobilità (1,5%) e assistenza familiare (0,9%). I rimborsi in istruzione sono fruiti in misura maggiore dalla fascia d’età compresa tra i 40 e i 59 anni, mentre l’erogazione di credito in previdenza integrativa cresce con l’avvicinarsi dell’età pensionabile, passando dal 3% dei giovani under 30 al 13% della spesa complessiva per i dipendenti oltre i 60 anni di età.
“Il welfare aziendale è ormai una componente essenziale del benessere, anche economico, di chi lavora – commenta Fabrizio Ruggiero, ad di Edenred Italia – Sommando buoni pasto e fringe benefit, un’azienda può mettere a disposizione fino a circa 2.700 euro esentasse per ciascun dipendente. Per chi ha un reddito tra i 25 e i 50 mila euro, è l’equivalente di una o due mensilità nette aggiuntive”. Ruggiero identifica comunque un ostacolo alla piena diffusione di questi strumenti: “La complessità normativa, che frena l’adozione di strumenti di welfare da parte delle piccole imprese (appena il 2%). Serve una semplificazione e un aggiornamento degli strumenti più diffusi, come il buono pasto, la cui soglia esentasse è ferma a 8 euro come stabilito da una norma del 2020. Nell’attuale contesto socio-economico, segnato da inflazione e rincari, è il momento di rivedere questa soglia per rafforzare il potere d’acquisto di 3,5 milioni di lavoratori”.