Il buon andamento dei mercati favorisce il settore dei certificates, con una pioggia di nuove emissioni. Occhio, però, alle complessità dello strumento, che consigliano prudenza nella scelta. In sostanza, si tratta di uno strumento emesso da un intermediario che consente di prendere posizione su un’attività finanziaria sottostante, un’azione, un indice azionario, una valuta, una materia prima o un tasso di interesse. «Il certificato è un derivato cartolarizzato: il suo valore deriva dal prezzo di un’altra attività e non si investe direttamente nel sottostante fisico, bensì si formalizza un contratto tra l’emittente e l’investitore », racconta Giovanni Pedone, consulente finanziario autonomo. L’investitore può avere accesso a una gamma di strategie di investimento particolarmente ampia, dalla semplice replica del sottostante al rialzo o al ribasso, fino a soluzioni più articolate che vanno dalla protezione sulla discesa del sottostante fino a un certo livello ( barriera), protezione che può essere totale oppure condizionata a determinati parametri. Fino a soluzioni che prevedono un provento durante la vita del certificato all’avverarsi di determinati eventi. «Tutto in un unico strumento, solitamente caratterizzato da un taglio minimo di qualche centinaia di euro, e quotato». Le statistiche diffuse da Acepi (l’associazione degli emittenti) segnalano il buon andamento del comparto. Nel primo trimestre di quest’anno, il numero dei prodotti offerti, 376, è stato il più alto di sempre, il 10% in più del precedente record, registrato nel quarto trimestre del 2022. Il che fa pensare non a un fatto episodico, bensì a una tendenza che si va consolidando. Tra gennaio e marzo, il valore collocato si è attestato a 5,57 miliardi di euro, contro i 4,08 miliardi del trimestre precedente e i 3,77 del periodo gennaio- marzo 2022. Il grosso del mercato è fatto dai prodotti a capitale protetto, seguiti da quelli condizionatamente protetti, con Bnp Paribas Issuance e UniCredit che sono i principali emittenti, davanti a Vontobel e Societe Generale.
Pedone avverte sui costi maggiorati in fase di collocamento: «L’intermediario che cura l’operazione percepisce una commissione, in genere tra l’1 e l’1,5%, che fa alzare il costo a carico dell’investitore, pertanto è meglio acquistare il certificato sul mercato secondario (una volta quotato, ndr) ». Quanto costano e quanto rendono queste soluzioni? Rispondere non è facile, dato che ogni prodotto ha caratteristiche sue proprie. Proprio questo introduce un’ulteriore complessità in fase di valutazione del prodotto, che non ha commissioni ricorrenti (come quelle di gestione tipici di fondi ed Etf). Oltre alla commissione di negoziazione e a quella già citata in caso di acquisto in fase di collocamento, occorre considerare il differenziale tra il prezzo delle proposte di acquisto e quelle di vendita. «Di solito è limitato all’1% circa, ma in condizioni di stress si allarga sensibilmente», aggiunge il consulente indipendente.
«Da nostre rilevazioni emerge che mediamente un certificato ha un costo sensibilmente superiore a un Etf, che pure replica l’andamento di un sottostante», sottolinea Danilo Zanni, ceo di IoInvesto Scf.
La capacità di coniugare rendimento e protezione è, invece, il principale fattore attrattivo, insieme alla possibilità di diversificare «non solo per tipologia di sottostante, ma anche per aspettativa di mercato, al rialzo o al ribasso», racconta Giovanna Zanotti, direttore scientifico di Acepi. Che cita anche un altro punto a favore, l’efficienza fiscale, «ovvero il fatto che i guadagni generati dai certificati possono compensare eventuali minusvalenze generate nei quattro anni precedenti». In sostanza, non c’è prelievo fiscale sul capital gain fino all’ammontare della perdita speculare su altri investimenti. Un’opportunità che riguarda anche gli eventuali guadagni tramite azioni e obbligazioni, mentre sono esclusi da compensazione i profitti derivanti da fondi attivi ed Etf.
Un aspetto non trascurabile: spesso i consulenti puntano sui certificates proprio per sfruttare questo vantaggio quando si trovano davanti portafogli con perdite pregresse.
Tirando le fila del discorso, a quale tipologia di investitori sono adatti questi strumenti? «Come per gli altri prodotti finanziari, dipende dall’uso che se ne fa e dalla propria propensione al rischio», commenta Michele Fanigliulo, responsabile soluzioni d’investimento della divisione digitale di Intermonte. «Si tratta di una categoria di soluzioni molto diverse tra loro, per cui occorre leggere con attenzione il kid (il documento con la sintesi di caratteristiche e costi, che deve essere consegnato all’investitore retail prima della firma, ndr) ». Quindi, oltre a concordare sull’efficienza fiscale, aggiunge la capacità di generare asimmetrie di rendimento. «Pensiamo a un capitale protetto 106% a quattro anni sul mercato azionario cinese e cap al 150%. Si investe sapendo che, male che vada, il prodotto pagherà, a scadenza, un rendimento del 6%. Inoltre il portafoglio sarà più resiliente a eventuali picchi di volatilità». Di contro, ci si espone al rischio emittente, «per cui è fondamentale verificare la solidità e l’affidabilità di chi propone il prodotto», sottolinea Zanni. A questo proposito, l’indicazione di Fanigliulo è di «diversificare sempre tra i soggetti che propongono gli strumenti».
Una pioggia di certificati a capitale protetto
Emissioni oltre 5 miliardi nel primo trimestre, in crescita sostenuta. Ma sono strumenti derivati ad alto tasso di complessità, meglio evitare il fai da te