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Conti, gelata sul governo. Il deficit resta sopra il 3%. E la premier attacca l’Istat

(ansa)

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L’accusa: “Non so se l’Istituto sottostima gli italiani o l’esecutivo”. Roma rimane in procedura d’infrazione: tegola sulla legge di bilancio
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ROMA – L’Italia resta in castigo. Non esce, ancora, dalla procedura per deficit eccessivo. Lo certifica l’Istat che per questo finisce nel mirino della premier. «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo», attacca Giorgia Meloni in tv da Vespa. Echi di una polemica mai sopita. Cominciata in aprile, quando, davanti al primo 3,1%, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva reagito citando Boskov: «Rigore è quando l’arbitro fischia. Puoi essere d’accordo o no, ma queste sono le regole del gioco». Oggi dice: «Prendiamo atto con rammarico».

I nuovi calcoli dell’Istat

Le regole, ufficializzate ieri dall’Istituto nazionale di statistica presieduto da Francesco Maria Chelli, dicono che da aprile il deficit relativo al 2025 è…

ROMA – L’Italia resta in castigo. Non esce, ancora, dalla procedura per deficit eccessivo. Lo certifica l’Istat che per questo finisce nel mirino della premier. «Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo», attacca Giorgia Meloni in tv da Vespa. Echi di una polemica mai sopita. Cominciata in aprile, quando, davanti al primo 3,1%, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva reagito citando Boskov: «Rigore è quando l’arbitro fischia. Puoi essere d’accordo o no, ma queste sono le regole del gioco». Oggi dice: «Prendiamo atto con rammarico».

I nuovi calcoli dell’Istat

Le regole, ufficializzate ieri dall’Istituto nazionale di statistica presieduto da Francesco Maria Chelli, dicono che da aprile il deficit relativo al 2025 è persino peggiorato. In valore è salito di 355 milioni, da 69,4 a 69,7 miliardi. Il rapporto con il Pil è passato dal 3,073 al 3,079%, sempre 3,1% con l’arrotondamento. A evitare un risultato peggiore è stata la revisione del Pil nominale, aumentato di quasi 7 miliardi.

Per scendere al 3% sarebbero serviti 1,8 miliardi di deficit in meno. Per arrivare al 2,94%, unico valore capace di superare la soglia europea, circa 3,1 miliardi. Lo aveva chiarito Chelli in Parlamento ad aprile: secondo Bruxelles, «il 2,94% sarebbe stato l’unico valore» in grado di portare l’Italia fuori dalla procedura.

Il rovescio positivo è la crescita, rivista dallo 0,8 all’1,1% nel 2024 e dallo 0,5 allo 0,6% nel 2025. Il debito del 2025 scende al 136,7% del Pil e la pressione fiscale al 42,9% (le prime stime per il 2025 erano al 43,1%). La pressione fiscale, da quando c’è il governo Meloni, è in ogni caso cresciuta: dal 41,6% del 2022 al 42,9% del 2025.

Le critiche di Meloni

Meloni si aggrappa proprio al Pil corretto a posteriori: «È accaduto ogni anno». Come a dire: vedrete che anche queste stime cambieranno. Per ora restano. E dicono una cosa semplice: l’uscita dalla procedura non c’è. Attenzione: uscita “anticipata” al 2025 che l’Europa non chiedeva, ma che il governo si era posto come obiettivo. Rimane l’uscita “ordinaria” nel 2026: significa andare sotto il 3% quest’anno e rimanerci per almeno altri due. Il rientro deve essere durevole. Ecco perché la manovra plana su un sentiero assai stretto.

Meloni pianta intanto due bandierine. Conferma la detassazione al 5% degli aumenti contrattuali nel settore privato, promessa a luglio al congresso Uil. E annuncia in uno dei prossimi Cdm «l’estensione delle semplificazioni della Zes unica» in tutta Italia.

Il nodo della clausola di salvaguardia

A complicare il quadro c’è la clausola di salvaguardia per energia e difesa: 36 miliardi di prestiti Ue da spendere in tre anni, dal 2026 al 2028, pari all’1,5% del Pil. Soldi previsti all’inizio solo per la difesa. E che l’Italia non era obbligata a chiedere. Ma li ha chiesti. La flessibilità sterilizza quelle spese dal calcolo della “spesa netta”, il nuovo parametro del Patto di stabilità. Ma non le cancella da deficit e debito. E crea un’asimmetria tra chi è già sotto procedura e chi ne è fuori.

L’economista Giampaolo Galli la spiega così: «Prendiamo due Paesi identici che nel 2027 hanno entrambi un deficit al 3,5%, perché hanno utilizzato lo 0,6% di clausola, ma sono al 2,9% al netto della clausola. Quello che l’anno prima era già in procedura ci rimane. Quello che non era in procedura non ci entra». L’Italia può dunque utilizzare la clausola. Ma se supera il 3%, non esce. Rimarrà tra i “cattivi” che fanno troppo deficit.

Le banche non vogliono altre tasse

Primi attriti, intanto, arrivano dalle banche non disposte ad essere tassate in vista della manovra. «Abbiamo già dato», avverte il presidente Antonio Patuelli. Il Centro studi di Confindustria alza allo 0,8% il Pil di quest’anno, dallo 0,5. Ma vede una frenata di qui a dicembre: energia cara, inflazione e tassi in rialzo, fine della spinta del Piano. Non basta certo a riaprire la porta chiusa dall’Istat.

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