ROMA – Non era come se l’aspettava, questo governo. Sperava in margini e tesoretti. Si trova deficit e spesa gonfiati. Solo il Pil fa meglio dello 0,6 e quest’anno chiude a +1%. Premono i maggiori interessi sul debito, le «code per cassa del Superbonus» e le spese indicizzate all’inflazione. Quelle che ora spingono la premier Giorgia Meloni a chiedere nuova flessibilità a Bruxelles.
Ma già quella prevista per energia e difesa lascia il segno: il deficit torna sopra il 3% sia il prossimo anno che quello dopo. Giancarlo Giorgetti punta a farlo dimagrire. Prima però bisogna chiudere il 2026 sotto la soglia. «Naturalmente, come sapete, non basta la nostra assunzione», ironizza il ministro dell’Economia, a pochi giorni dalla bocciatura Istat.
L’ottovol…
ROMA – Non era come se l’aspettava, questo governo. Sperava in margini e tesoretti. Si trova deficit e spesa gonfiati. Solo il Pil fa meglio dello 0,6 e quest’anno chiude a +1%. Premono i maggiori interessi sul debito, le «code per cassa del Superbonus» e le spese indicizzate all’inflazione. Quelle che ora spingono la premier Giorgia Meloni a chiedere nuova flessibilità a Bruxelles.
Ma già quella prevista per energia e difesa lascia il segno: il deficit torna sopra il 3% sia il prossimo anno che quello dopo. Giancarlo Giorgetti punta a farlo dimagrire. Prima però bisogna chiudere il 2026 sotto la soglia. «Naturalmente, come sapete, non basta la nostra assunzione», ironizza il ministro dell’Economia, a pochi giorni dalla bocciatura Istat.
L’ottovolante del deficit
Il Documento programmatico di finanza pubblica, approvato ieri dal Consiglio dei ministri, presenta i nuovi numeri dei conti. Quest’anno il disavanzo figura al 2,9%. Nel 2027 risale al 3,4, nel 2028 al 3,2. Torna sotto il limite soltanto nel 2029, al 2,3. A gonfiarlo sono le spese extra per energia e difesa: 29 miliardi in due anni, divisi a metà tra i due capitoli.
Per queste uscite, il governo chiederà al Parlamento di attivare la clausola nazionale di salvaguardia, la Nec: uno scostamento dello 0,6% del Pil per ciascuno dei prossimi due anni. Sulla difesa, l’esecutivo ha deciso di «ridimensionare» lo sforzo di 8 miliardi.
I soldi si spendono e fanno deficit. Per ora Giorgetti presenta dunque i numeri con tutta la zavorra delle spese per energia e difesa. La dieta potrà cominciare solo in primavera: Eurostat dovrà prima certificare il disavanzo del 2026 al 2,9%, aprendo la strada all’uscita dalla procedura per deficit eccessivo. «I decimali fanno la differenza», dice il ministro.
Solo allora si potranno scorporare, come da regole Ue, quei 29 miliardi. Sottratti i sei decimi, il deficit torna nei ranghi. E passa al 2,8% nel 2027 e al 2,6 nel 2028. La zavorra sparisce dal giudizio di Bruxelles, ma finirà nel debito. Che per ora migliora rispetto alle previsioni di aprile, ma supera il 138% del Pil e comincia a calare solo dal 2028.
I due macigni sulla manovra
Anche con la clausola e l’extra deficit, lo spazio per la manovra è esiguo. Sui conti pesano due macigni. Il primo è il costo del debito. Ieri lo spread ha toccato i 131 punti, per chiudere a 115. Il rialzo dei tassi si trasmette gradualmente alla spesa per interessi, mentre il Tesoro rinnova i titoli in scadenza. Più immediato l’effetto dell’inflazione sui titoli indicizzati.
Il secondo macigno è la spesa sociale. Pensioni, assegno unico per i figli, sussidio di disoccupazione, cassa integrazione, assegni e pensioni sociali, invalidità civile: importi o massimali vengono aggiornati ogni anno, per recuperare l’aumento dei prezzi. La fiammata del 2026 si trasferirà così sul bilancio del 2027.
L’adeguamento automatico all’inflazione
L’inflazione acquisita è già al 3,1% e a settembre il rincaro annuo ha raggiunto il 4,2. Per questo Meloni ha scritto a Bruxelles. Il nuovo Patto di stabilità mette un tetto alla crescita della spesa netta in termini nominali. Se i prezzi corrono più del previsto, o si sfora il tetto o si devono tagliare altre spese.
Giorgetti però nega che quella lettera nasca «per chiedere una diversa ulteriore flessibilità». Per lui è solo un richiamo al buon senso: i target furono fissati «esattamente tre anni fa», con «un tasso di inflazione previsto profondamente diverso»: l’1,8%. In ogni caso nel Dpfp la crescita della spesa lievita nel 2027 al 3,3%, contro il limite dell’1,9 concordato con l’Ue. Nel 2028 tornerebbe all’1,7%.
E la manovra, con le richieste della maggioranza come sarà? «La mia risposta oggi probabilmente è diversa rispetto a quella di un mese fa», replica Giorgetti. Serve un approccio «un attimino più prudente» perché «il contesto in cui ci troviamo richiede un’attenzione maggiore». La lista dei desiderata sta per essere sfoltita.