MILANO - Gli operatori del settore e gli addetti ai lavori da tempo ormai lo ripetono: in Italia, il mondo della previdenza complementare è fermo da anni e i problemi sono sempre gli stessi. E' un po' come se dopo la riforma entrata in vigore dal primo gennaio del 2007, che nel concreto ha consentito ai lavoratori del settore privato di decidere sulla destinazione del trattamento di fine rapporto dando il via al cosiddetto "secondo pilastro", non sia più cambiato nulla. Eppure, negli anni dal 2007 a oggi, una crisi senza precedenti ha tenuto sotto scacco l'economia e l'Italia intera. Un fattore che avrebbe forse potuto giustificare qualche modifica alla legge sui fondi pensione. E' di questo parere Marco Fusco, responsabile per il Sud Europa di State Street Global Advisors, che ammette che se, da una parte, "la riforma è stata lungimirante", dall'altra, "ci si sarebbe aspettati qualcosa di più".
In che senso?
La struttura di base della riforma della previdenza è ottima, ma l'execution è lentissima. Il numero di aderenti, in un primo momento, è cresciuto, ma poi si è fermato per vari motivi. Basti pensare al fatto che ora ci sono sempre meno lavoratori che nello stesso tempo sono sempre più bisognosi di liquidità.
C'è poi tutta una serie di problemi tecnici che impedisce alla riforma di prendere davvero piede. Quali sono?
Innanzi tutto, nel nostro paese esistono dei forti limiti in termini di universo investibile dei fondi. Non si possono ad esempio comprare titoli di mercati emergenti e, più in generale, sono vietate le asset class più illiquide, come ad esempio quelle del real estate, del private equity e delle infrastrutture. Che sono poi quelle che in un'ottica di lungo termine garantirebbero rendimenti maggiori. E il paradosso è che il fondo pensione dovrebbe essere proprio lo strumento più indicato per investire in queste attività.
Un po' quello che del resto accade in altri paesi come gli Stati Uniti.
Esatto, ma il problema è che da noi i fondi pensione rappresentano un mercato relativamente piccolo. Eppure, nei mesi scorsi, dopo avere messo in consultazione un paper in cui ci si chiedeva come favorire gli investimenti di lungo termine, anche la Commissione europea ha descritto i fondi pensione come un veicolo centrale per riagganciare la ripresa economica.
A prescindere dall'universo investibile e dalle peculiarità del sistema italiano, perché è importante puntare sulla previdenza complementare?
In primo luogo, perché il tasso di sostituzione di quella obbligatoria (il rapporto tra la prima pensione e l'ultima retribuzione percepita durante la vita lavorativa, ndr) è destinato a scendere ancora di molto. E in seconda battuta perché le generazioni saranno sempre più longeve. Va poi considerato che quelli in fondi comuni sono investimenti diversificati, che capitalizzano e seguono l'andamento dei mercati, senza essere ancorati al Pil come nel caso della previdenza obbligatoria. Nel valutare la convenienza del secondo pilastro non vanno poi dimenticati né i benefici fiscali, né il contributo del datore di lavoro.
In che senso?
La struttura di base della riforma della previdenza è ottima, ma l'execution è lentissima. Il numero di aderenti, in un primo momento, è cresciuto, ma poi si è fermato per vari motivi. Basti pensare al fatto che ora ci sono sempre meno lavoratori che nello stesso tempo sono sempre più bisognosi di liquidità.
C'è poi tutta una serie di problemi tecnici che impedisce alla riforma di prendere davvero piede. Quali sono?
Innanzi tutto, nel nostro paese esistono dei forti limiti in termini di universo investibile dei fondi. Non si possono ad esempio comprare titoli di mercati emergenti e, più in generale, sono vietate le asset class più illiquide, come ad esempio quelle del real estate, del private equity e delle infrastrutture. Che sono poi quelle che in un'ottica di lungo termine garantirebbero rendimenti maggiori. E il paradosso è che il fondo pensione dovrebbe essere proprio lo strumento più indicato per investire in queste attività.
Un po' quello che del resto accade in altri paesi come gli Stati Uniti.
Esatto, ma il problema è che da noi i fondi pensione rappresentano un mercato relativamente piccolo. Eppure, nei mesi scorsi, dopo avere messo in consultazione un paper in cui ci si chiedeva come favorire gli investimenti di lungo termine, anche la Commissione europea ha descritto i fondi pensione come un veicolo centrale per riagganciare la ripresa economica.
A prescindere dall'universo investibile e dalle peculiarità del sistema italiano, perché è importante puntare sulla previdenza complementare?
In primo luogo, perché il tasso di sostituzione di quella obbligatoria (il rapporto tra la prima pensione e l'ultima retribuzione percepita durante la vita lavorativa, ndr) è destinato a scendere ancora di molto. E in seconda battuta perché le generazioni saranno sempre più longeve. Va poi considerato che quelli in fondi comuni sono investimenti diversificati, che capitalizzano e seguono l'andamento dei mercati, senza essere ancorati al Pil come nel caso della previdenza obbligatoria. Nel valutare la convenienza del secondo pilastro non vanno poi dimenticati né i benefici fiscali, né il contributo del datore di lavoro.