Salta la corsa ai beni rifugio: Cina, Usa e Dieselgate pesano più dei venti di guerra
Raffaele Ricciardi , di RAFFAELE RICCIARDII fatti di Parigi e le crescenti tensioni geopolitiche non portano a un prolungato apprezzamento dei beni rifugio, come l'oro e gli altri metalli preziosi. Sono altri i fattori che muovono le commodity. La particolarità: la forbice tra platino e palladio si amplia seguendo il declino del diesel (il primo) e la crescita dell'auto elettrica
MILANO - I venti di guerra che spirano in molti quadranti del mappamondo non stanno provocando sui mercati ciò che molti si aspetterebbero, semplicemente per quanto avvenuto in passato: un'ondata di acquisti sui beni rifugio. "Niente corse all'oro, niente rally dei metalli preziosi e nemmeno delle materie prime. A farla da padrone è stato ancora il macro trend ribassista dell'ultimo triennio, con una serie di segni meno che hanno caratterizzato l'intero settore anche in queste ultime settimane", annota Carlo Alberto De Casa, chief analyst di Activtrades.
A vincere, sui mercati, sono due fattori: la perdita di slancio della crescita cinese, legata alla transizione del colosso asiatico verso un'economia sostenuta dal consumo interno e non solo dall'export e dagli investimenti pubblici, e l'ormai prossimo innalzamento dei tassi da parte della Federal Reserve, che - salvo sorprese - è atteso per il meeting di metà di…
A vincere, sui mercati, sono due fattori: la perdita di slancio della crescita cinese, legata alla transizione del colosso asiatico verso un'economia sostenuta dal consumo interno e non solo dall'export e dagli investimenti pubblici, e l'ormai prossimo innalzamento dei tassi da parte della Federal Reserve, che - salvo sorprese - è atteso per il meeting di metà di…
MILANO - I venti di guerra che spirano in molti quadranti del mappamondo non stanno provocando sui mercati ciò che molti si aspetterebbero, semplicemente per quanto avvenuto in passato: un'ondata di acquisti sui beni rifugio. "Niente corse all'oro, niente rally dei metalli preziosi e nemmeno delle materie prime. A farla da padrone è stato ancora il macro trend ribassista dell'ultimo triennio, con una serie di segni meno che hanno caratterizzato l'intero settore anche in queste ultime settimane", annota Carlo Alberto De Casa, chief analyst di Activtrades.
A vincere, sui mercati, sono due fattori: la perdita di slancio della crescita cinese, legata alla transizione del colosso asiatico verso un'economia sostenuta dal consumo interno e non solo dall'export e dagli investimenti pubblici, e l'ormai prossimo innalzamento dei tassi da parte della Federal Reserve, che - salvo sorprese - è atteso per il meeting di metà dicembre. "Per quanto riguarda la Cina la questione è relativamente semplice: il rallentamento della crescita del colosso asiatico ha avuto un impatto devastante sul fronte delle materie prime, determinando da un lato un calo della domanda e dall'altra un conseguente eccesso di produzione (soprattutto in settori quali il rame o l'acciaio). Gli impianti produttivi del settore minerario hanno di norma bisogno di diversi anni prima di essere completamente in funzione: numerose strutture sono state ideate tenendo conto dei costi delle materie prime del 2011-2012 ed oggi risultano totalmente inefficienti con gli attuali prezzi di mercato", spiega De Casa. "Tuttavia, per assurdo, visti gli investimenti già sostenuti, in taluni casi può anche convenire tenerle aperte per recuperare parte di quanto già speso (nella prima fase, quella della progettazione e dell'apertura degli impianti vi sono praticamente solo costi e nessun ricavo). Tutto ciò contribuisce ad alzare l'offerta soprattutto per quanto riguarda il settore dei metalli, comprimendo di conseguenza il prezzo di mercato".
Sul fronte del rialzo dei tassi americani, fermi dal 2006, si verifica la solita correlazione negativa tra i prezzi delle commodities e l'andamento del dollaro (atteso in rafforzamento con l'inasprimento della politica monetaria della Fed), che è la valuta nella quale sono prezzate le materie prime. "L'aumento dei tassi rende inoltre più costoso il finanziamento per la creazione di nuove costruzioni in generale, con un impatto negativo sulla domanda delle materie prime utilizzate nel settore (rame ed acciaio in primis)", spiega infatti l'esperto. Ecco, secondo De Casa, il punto e le prospettive per le principali materie prime.
Oro. I picchi del 2011, quando l'oro arrivò a sfiorare quota 2.000 dollari l'oncia, sono ormai lontani. Il metallo giallo viaggia sotto quota 1.100. Nonostante la gravità della situazione francese, l'oro si è mosso al rialzo soltanto nelle primissime ore dopo gli attentati, poi ha ripreso il suo cammino ribassista sulla scia di un dollaro forte, delle aspettative del rialzo dei tassi Usa e di acquisti non particolarmente elevate dal fronte indiano. A livello tecnico il quadro è ancora negativo, con i primi importanti supporti collocati a 1.030-1.040 e poi in area 1.000, importante soglia psicologica. Le aziende negli ultimi 18 mesi sono riuscite a ridurre i costi totali di produzione portandoli da circa 1.000 dollari l'oncia (2013) a poco più di 900 (2014). I margini di profitto sono sempre più sottili e spazio per scendere ulteriormente che appare sempre più ridotto.
Argento. E' fra le materie prime in maggiore difficoltà, ha perso il 70% dai massimi del 2011 in area 50 dollari l'oncia arrivando vicino ai 14 dollari l'oncia. Possiamo spiegare questo in quanto ha un ruolo maggiormente legato all'industria rispetto all'oro, la cui discesa è almeno in parte frenata dalla componente per investimento (presente anche nell'argento, ma in misura più contenuta).
Rame. E' spesso usato come uno dei barometri dell'economia, in quanto utilizzato sia nella rete elettrica che nella costruzione di nuove abitazioni. In tal caso verrebbe da dire che qualcosa 'sta andando storto', perché è ai minimi da 6 anni e mezzo intorno ai 4.500-4.600 dollari alla tonnellata. Ma in realtà ad incidere notevolmente sul metallo rosso sono le vicende cinesi ed il dollaro forte. La sua discesa si è accentuata notevolmente nel mese di novembre anche per via dei minori acquisti provenienti dall'agenzia per le risorse strategiche cinese. Per altro, questa del rame lascia aperti molti dubbi sui dati che arrivano dalla Cina e sulla possibilità per il Dragone di raggiungere i target prefissati per il 2016 in termini di crescita.
Acciaio. Situazione davvero difficile, con la Cina che in questo caso vive una fase di marcata sovrapproduzione. E' addirittura diventata esportatrice (ed è accusata di effettuare politiche di dumping con tanto di contese legali in corso), in uno scenario dove la domanda nel 2015 si avvia a scendere per il secondo anno di fila dopo una crescita continua dagli anni Novanta in poi.
Platino e Palladio. Anche in questo caso, l'atteso rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve ed il rafforzamento del dollaro sono centrali, ma c'è un altro fattore chiave insolito da considerare: lo scandalo Volkswagen. Entrambi i metalli preziosi sono utilizzati nel ciclo produttivo delle auto, come componenti per i catalizzatori: il platino per i diesel (oltre il 40% della domanda mondiale è arriva dalla produzione delle marmitte), il palladio per benzina e auto elettriche. Non stupisce quindi che il Dieselgate abbia fatto accelerare il ribasso del platino, subito dopo la sua emersione, fino a sotto i 900 dollari e ai minimi dal 2008. Di contro, il palladio è rimbalzato dai minimi di fine agosto (520 dollari l'oncia) fino a sfiorare quota 700, salvo poi ridiscendere sulla debolezza del settore.
A vincere, sui mercati, sono due fattori: la perdita di slancio della crescita cinese, legata alla transizione del colosso asiatico verso un'economia sostenuta dal consumo interno e non solo dall'export e dagli investimenti pubblici, e l'ormai prossimo innalzamento dei tassi da parte della Federal Reserve, che - salvo sorprese - è atteso per il meeting di metà dicembre. "Per quanto riguarda la Cina la questione è relativamente semplice: il rallentamento della crescita del colosso asiatico ha avuto un impatto devastante sul fronte delle materie prime, determinando da un lato un calo della domanda e dall'altra un conseguente eccesso di produzione (soprattutto in settori quali il rame o l'acciaio). Gli impianti produttivi del settore minerario hanno di norma bisogno di diversi anni prima di essere completamente in funzione: numerose strutture sono state ideate tenendo conto dei costi delle materie prime del 2011-2012 ed oggi risultano totalmente inefficienti con gli attuali prezzi di mercato", spiega De Casa. "Tuttavia, per assurdo, visti gli investimenti già sostenuti, in taluni casi può anche convenire tenerle aperte per recuperare parte di quanto già speso (nella prima fase, quella della progettazione e dell'apertura degli impianti vi sono praticamente solo costi e nessun ricavo). Tutto ciò contribuisce ad alzare l'offerta soprattutto per quanto riguarda il settore dei metalli, comprimendo di conseguenza il prezzo di mercato".
Sul fronte del rialzo dei tassi americani, fermi dal 2006, si verifica la solita correlazione negativa tra i prezzi delle commodities e l'andamento del dollaro (atteso in rafforzamento con l'inasprimento della politica monetaria della Fed), che è la valuta nella quale sono prezzate le materie prime. "L'aumento dei tassi rende inoltre più costoso il finanziamento per la creazione di nuove costruzioni in generale, con un impatto negativo sulla domanda delle materie prime utilizzate nel settore (rame ed acciaio in primis)", spiega infatti l'esperto. Ecco, secondo De Casa, il punto e le prospettive per le principali materie prime.
Oro. I picchi del 2011, quando l'oro arrivò a sfiorare quota 2.000 dollari l'oncia, sono ormai lontani. Il metallo giallo viaggia sotto quota 1.100. Nonostante la gravità della situazione francese, l'oro si è mosso al rialzo soltanto nelle primissime ore dopo gli attentati, poi ha ripreso il suo cammino ribassista sulla scia di un dollaro forte, delle aspettative del rialzo dei tassi Usa e di acquisti non particolarmente elevate dal fronte indiano. A livello tecnico il quadro è ancora negativo, con i primi importanti supporti collocati a 1.030-1.040 e poi in area 1.000, importante soglia psicologica. Le aziende negli ultimi 18 mesi sono riuscite a ridurre i costi totali di produzione portandoli da circa 1.000 dollari l'oncia (2013) a poco più di 900 (2014). I margini di profitto sono sempre più sottili e spazio per scendere ulteriormente che appare sempre più ridotto.
Argento. E' fra le materie prime in maggiore difficoltà, ha perso il 70% dai massimi del 2011 in area 50 dollari l'oncia arrivando vicino ai 14 dollari l'oncia. Possiamo spiegare questo in quanto ha un ruolo maggiormente legato all'industria rispetto all'oro, la cui discesa è almeno in parte frenata dalla componente per investimento (presente anche nell'argento, ma in misura più contenuta).
Rame. E' spesso usato come uno dei barometri dell'economia, in quanto utilizzato sia nella rete elettrica che nella costruzione di nuove abitazioni. In tal caso verrebbe da dire che qualcosa 'sta andando storto', perché è ai minimi da 6 anni e mezzo intorno ai 4.500-4.600 dollari alla tonnellata. Ma in realtà ad incidere notevolmente sul metallo rosso sono le vicende cinesi ed il dollaro forte. La sua discesa si è accentuata notevolmente nel mese di novembre anche per via dei minori acquisti provenienti dall'agenzia per le risorse strategiche cinese. Per altro, questa del rame lascia aperti molti dubbi sui dati che arrivano dalla Cina e sulla possibilità per il Dragone di raggiungere i target prefissati per il 2016 in termini di crescita.
Acciaio. Situazione davvero difficile, con la Cina che in questo caso vive una fase di marcata sovrapproduzione. E' addirittura diventata esportatrice (ed è accusata di effettuare politiche di dumping con tanto di contese legali in corso), in uno scenario dove la domanda nel 2015 si avvia a scendere per il secondo anno di fila dopo una crescita continua dagli anni Novanta in poi.
Platino e Palladio. Anche in questo caso, l'atteso rialzo dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve ed il rafforzamento del dollaro sono centrali, ma c'è un altro fattore chiave insolito da considerare: lo scandalo Volkswagen. Entrambi i metalli preziosi sono utilizzati nel ciclo produttivo delle auto, come componenti per i catalizzatori: il platino per i diesel (oltre il 40% della domanda mondiale è arriva dalla produzione delle marmitte), il palladio per benzina e auto elettriche. Non stupisce quindi che il Dieselgate abbia fatto accelerare il ribasso del platino, subito dopo la sua emersione, fino a sotto i 900 dollari e ai minimi dal 2008. Di contro, il palladio è rimbalzato dai minimi di fine agosto (520 dollari l'oncia) fino a sfiorare quota 700, salvo poi ridiscendere sulla debolezza del settore.