MILANO - Le voci di un salto di qualità nella risposta alla crisi da parte dei leader europei non sono state sufficienti a convincere i mercati che il peggio è passato. E ancora una volta gli investitori hanno dato il proprio voto di sfiducia al mondo della politica vendendo azioni e cercando rifugio nei titoli di stato americani.
Lo testimoniano le Borse asiatiche che dopo le sedute positive in Europa e Stati Uniti di venerdì e quattro giorni di discussioni al vertice del G20 di Washington si apprestano a chiudere le contrattazioni con una lunga colonna di segni meno.
A Tokyo il Nikkei 225 ha chiuso in ribasso del 2,17% toccando i minimi da aprile 2009. A fine seduta, a Hong Kong, l'Hang Seng cede l'1,48%, mentre a Shanghai il Se Composite perde l'1,64%. Non meno complessa la situazione nel resto dell'Asia: Mumbai ha perso lo 0,69%, Seul il 2,64%, mentre Bangkok addirittura il 5,65%.
Dal suo picco in aprile l'indice Msci Asia che traccia l'andamento dei principali listini asiatici al di fuori del Giappone ha perso il 28,6%.
A non aver convinto gli investitori non è tanto il rilancio del Fondo salva-stati con il suo anticipo al 2012 e l'incremento della sua dotazione. Quanto la possibilità che le promesse possano anche non concretizzarsi. "Il piano sembra una soluzione credibile alla crisi - spiega Warren Hogan, capo economista di ANZ Bank a Sydney - il problema è che si tratta di semplici rumours, che ci sono una serie di ostacoli da superare in sede europea e che, come suggeriscono già alcune notizie, la Germania potrebbe opporsi".
Un elemento che da solo farebbe naufragare qualunque tentativo di arginare il contagio della crisi e azzopperebbe qualsiasi piano di rilancio delle economie europee. Nonostante la crisi attuale - lo ha detto ieri il finanziere George Soros - sia molto peggiore di quella del 2008.
A far propendere per il pessimismo gli operatori non ci sono solo gli allarmi lanciati nel week-end a Washington circa il rischio di una "catastrofe" e il pessimo andamento dei listini azionari. Ma anche il crollo del valore delle materie prime che, al di là della natura finanziaria della crisi sottolineata dall'andamento dei listini, sembra puntare con decisione verso una frenata delle economie mondiali.
L'esempio più lampante e preoccupante è quello del rame, un materiale utilizzato un po' ovunque dalle abitazioni, alle automobili, all'elettronica di consumo. Nel solo mese di settembre le quotazioni sono scese del 22%, segno che la frenata c'è e che potrebbe riguardare anche la Cina, il più grande consumatore mondiale del metallo e il paese che con il suo boom negli anni passati ha fatto sì che le recessioni di Stati Uniti ed Europa non diventassero un fenomeno globale.
Lo testimoniano le Borse asiatiche che dopo le sedute positive in Europa e Stati Uniti di venerdì e quattro giorni di discussioni al vertice del G20 di Washington si apprestano a chiudere le contrattazioni con una lunga colonna di segni meno.
A Tokyo il Nikkei 225 ha chiuso in ribasso del 2,17% toccando i minimi da aprile 2009. A fine seduta, a Hong Kong, l'Hang Seng cede l'1,48%, mentre a Shanghai il Se Composite perde l'1,64%. Non meno complessa la situazione nel resto dell'Asia: Mumbai ha perso lo 0,69%, Seul il 2,64%, mentre Bangkok addirittura il 5,65%.
Dal suo picco in aprile l'indice Msci Asia che traccia l'andamento dei principali listini asiatici al di fuori del Giappone ha perso il 28,6%.
A non aver convinto gli investitori non è tanto il rilancio del Fondo salva-stati con il suo anticipo al 2012 e l'incremento della sua dotazione. Quanto la possibilità che le promesse possano anche non concretizzarsi. "Il piano sembra una soluzione credibile alla crisi - spiega Warren Hogan, capo economista di ANZ Bank a Sydney - il problema è che si tratta di semplici rumours, che ci sono una serie di ostacoli da superare in sede europea e che, come suggeriscono già alcune notizie, la Germania potrebbe opporsi".
Un elemento che da solo farebbe naufragare qualunque tentativo di arginare il contagio della crisi e azzopperebbe qualsiasi piano di rilancio delle economie europee. Nonostante la crisi attuale - lo ha detto ieri il finanziere George Soros - sia molto peggiore di quella del 2008.
A far propendere per il pessimismo gli operatori non ci sono solo gli allarmi lanciati nel week-end a Washington circa il rischio di una "catastrofe" e il pessimo andamento dei listini azionari. Ma anche il crollo del valore delle materie prime che, al di là della natura finanziaria della crisi sottolineata dall'andamento dei listini, sembra puntare con decisione verso una frenata delle economie mondiali.
L'esempio più lampante e preoccupante è quello del rame, un materiale utilizzato un po' ovunque dalle abitazioni, alle automobili, all'elettronica di consumo. Nel solo mese di settembre le quotazioni sono scese del 22%, segno che la frenata c'è e che potrebbe riguardare anche la Cina, il più grande consumatore mondiale del metallo e il paese che con il suo boom negli anni passati ha fatto sì che le recessioni di Stati Uniti ed Europa non diventassero un fenomeno globale.