MILANO - "E' come il Parlamento: ognuno vuole dire la sua, con l'aggravante che stanno tutti all'opposizione". Chi sta seguendo da vicino le trattative per la ristrutturazione finanzaria della Seat descrive il quadro in questo modo. E, ragionevolmente, non si aspetta una fumata bianca a breve; anzi, nel primo pomeriggio c'è stato un certo irrigidimento delle parti, dopo quasi due giorni di negoziati che ha visto coinvolti a vario titolo tutti gli stakeholder di Seat Pg. Che non sono pochi: ci sono gli investitori che hanno i bond Lighthouse (e il loro advisor Lazard), il comitato delle banche creditrici (seguite da Gleacher Shacklock e Banca Leonardo) la società medesima, assistita da Rothschild, e i tre fondi (Cvc, Permira e Investitori associati) seguiti da Goldman Sachs. Una folla di persone, che sta trattando su più tavoli, per arrivare ad un accordo di massima che vede gli obbligazionisti di Lighthouse convertire il bond in azioni Seat, gli attuali soci scendere nel capitale della medesima e le banche ristrutturare il proprio debito, facendo la loro parte di sacrifici.
E come spesso accade, è proprio nei dettagli che si annida il diavolo: ad esempio, i bondholder sono ragionevolmente d'accordo nel convertire una quota vicino a 1,2 miliardi di bond in azioni (probabilmente una manciata di milioni in meno di quella cifra) ma non si è ancora arrivati a definire il tasso e le caratteristiche della parte di bond che resta (e che probabilmente sarà ritirata e riemessa). Ma sopratutto le posizioni sono ancora lontanissime, rispetto ai tre principali azionisti, sulla percentuale di conversione del bond in azioni. Cvc, Permira e Investitori associati hanno fatto una proposta, che prevede in un primo stadio che l'equity sia diviso al 25% tra i tre fondi e il mercato, e al 75% ai bondholder. Una ripartizione che si basa sui prezzi di mercato - di azioni e di bond - nella media degli ultimi 6-12 mesi.
I bondholder partono dal concetto opposto, che in operazioni di questo genere l'equity vale molto poco (per non dire zero) e che in situazioni analoghe il tasso di conversione è stato molto più basso. Ma fino a questo momento non c'è ancora stata una proposta alternativa. E poi ci sono le banche creditrici, quelle che hanno diritto in realtà a dire l'ultima parola (hanno prestato i soldi ed hanno le azioni in pegno): fonti vicine al negoziato hanno evidenziato un certo irrigidimento da parte di Rbs: la Royal Bank of Scotland è la principale creditrice di Seat, e attualmente sarebbe più vicina alla posizione dei fondi. La luce verde non è ancora vicina.
E come spesso accade, è proprio nei dettagli che si annida il diavolo: ad esempio, i bondholder sono ragionevolmente d'accordo nel convertire una quota vicino a 1,2 miliardi di bond in azioni (probabilmente una manciata di milioni in meno di quella cifra) ma non si è ancora arrivati a definire il tasso e le caratteristiche della parte di bond che resta (e che probabilmente sarà ritirata e riemessa). Ma sopratutto le posizioni sono ancora lontanissime, rispetto ai tre principali azionisti, sulla percentuale di conversione del bond in azioni. Cvc, Permira e Investitori associati hanno fatto una proposta, che prevede in un primo stadio che l'equity sia diviso al 25% tra i tre fondi e il mercato, e al 75% ai bondholder. Una ripartizione che si basa sui prezzi di mercato - di azioni e di bond - nella media degli ultimi 6-12 mesi.
I bondholder partono dal concetto opposto, che in operazioni di questo genere l'equity vale molto poco (per non dire zero) e che in situazioni analoghe il tasso di conversione è stato molto più basso. Ma fino a questo momento non c'è ancora stata una proposta alternativa. E poi ci sono le banche creditrici, quelle che hanno diritto in realtà a dire l'ultima parola (hanno prestato i soldi ed hanno le azioni in pegno): fonti vicine al negoziato hanno evidenziato un certo irrigidimento da parte di Rbs: la Royal Bank of Scotland è la principale creditrice di Seat, e attualmente sarebbe più vicina alla posizione dei fondi. La luce verde non è ancora vicina.