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Banche in tenuta nella Svizzera senza segreti:
i capitali gestiti salgono a 4.500 miliardi

Nonostante le polemiche e gli annunci di "terremoti" per il venire meno della tutela dei correntisti, i patrimoni gestiti dagli istituti di credito elvetici sono saliti tra il 2008 e oggi di circa 200 miliardi. Ma per gli esperti il sistema finanziario va verso una riorganizzazione che costerà anche posti di lavoro

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LUGANO - La crisi finanziaria e l'attacco al segreto bancario sembrano non aver scosso per nulla la solidità degli "Gnomi" svizzeri. Se si guardano le cifre con attenzione si scopre, infatti, che rispetto al 2008, l'anno più nero della crisi, la massa di capitali gestiti dagli istituti di credito elvetici sono addirittura aumentati. Ammontavano a 5.409 miliardi di franchi, l'equivalente di 4.300 miliardi di euro, cinque anni fa, ora sono saliti a 5.566 franchi, ovvero a 4.500 miliardi di euro.

"La dimostrazione che le banche svizzere rimangono attrattive", spiega, al quotidiano Le Temps di Ginevra, Martin Schillings, responsabile sei servizi finanziari della filiale elvetica della società di revisione Pricewaterhouse. Un'analoga considerazione si sente di farla, pure, Michel Dérobert, segretario generale dell'Associazione delle Banche Private. Facendo riferimento a uno studio del Boston Consulting Group, Dérobert afferma, citando la Spagna, uno dei Paesi più toccati dalla recessione, che "ben pochi clienti provenienti dalla penisola iberica hanno chiuso i loro conti nella Confederazione". Anche se, magari, li hanno regolarizzati, adeguandosi alla nuova politica del Governo di Berna.

Eppure, nel 2009, la decadenza del segreto bancario, innescata dal Governo americano, che obbligò Ubs a rivelare i nomi di migliaia di titolari di averi non dichiarati, venne commentata con termini quali "terremoto" e "disastro". Si pensava, insomma, che la festa fosse finita e che centinaia di istituti fossero sul punto di fare la fine di Lehman Brothers. Anche qui, però, i profeti di sventura sono stati smentiti. Operavano 327 banche a fine 2008, scese a 297 il 31 dicembre dello scorso anno. Esattamente 30 in meno. Il che ha consetito di limitare i danni, anche dal punto di vista della perdita di posti di lavoro. I dipendenti sono passati da 110.122 a 105.166. "In futuro - mette in guardia Schillings, della Pricewaterhous - la necessità di mettersi in regola con i regolamenti internazionali, porterà ad inevitabili ristrutturazioni".

In sostanza, di fronte all'offensiva dell'Ocse, dell'Unione Europea e degli Stati Uniti, le banche svizzere dovranno, inevitabilmente, raggiungere quei criteri di trasparenza necessari per consentire alla Confederazione di uscire dalla lista nera dei paradisi fiscali. A quel punto il numero degli istitituti si ridurrà inevitabilmente e, di conseguenza, spariranno altri impieghi. "Ormai - dice ancora Martin Schillings - non potendo più offrire l'atout del segreto bancario, le banche saranno costrette a puntare sulla qualità delle loro prestazioni". E dimostrare agli scettici di saper gestire i soldi in nero altrettanto bene di quelli dichiarati al fisco. Intanto, però, gli "Gnomi" possono tirare un sospiro di sollievo. La tempesta è passata senza provocare, apparentemente, troppi danni.