LUGANO - Arriva una tegola anche per il Credit Suisse in seguito alla crisi che ha travolto la banca portoghese, Espirito Santo, salvata poche settimane fa dal fallimento grazie ad un intervento del Governo di Lisbona. L'istituto di credito elvetico, stando a quanto rivelato dal Wall Street Journal, avrebbe venduto agli inconsapevoli clienti di Espirito Santo prodotti finanziari offshore per almeno 2,5 miliardi di franchi, circa due miliardi di euro, contenenti parte del debito del complesso famigliare cui appartiene la banca portoghese.
Il ricavato dell'operazione sarebbe servito, in sostanza, per fare ottenere liquidità al gruppo. Sarebbero state le stesse indagini, condotte dagli inquirenti lusitani incaricati di far luce sul dissesto, ad individuare almeno quattro di quei prodotti. "Non intendiamo rilasciare alcun commento su questa vicenda", la reazione di Credit Suisse alla Tv pubblica svizzera, che ha ripreso la notizia unitamente a diverse altre testate elvetiche. "È una notizia che non mi sorprende perché, da molti anni, così fan tutti e continueranno a farlo, a maggior ragione, da quando sanno che le banche centrali e i governi interverranno, con operazioni di salvataggio", il commento del docente di Economia dell'università di Friburgo, Sergio Rossi.
E, in effetti, per quanto riguarda Espirito Santo, il Governo di Lisbona è intervenuto, con un contributo di 3,9 miliardi di euro, per evitare il fallimento della banca. Resta da capire, sempre che il suo ruolo venga confermato, se Credit Suisse fosse consapevole che quei prodotti finanziari erano ad alto rischio. "A mio avviso - il parere di Sergio Rossi - avrebbe dovuto saperlo, in quanto conosceva la situazione debitoria del gruppo Espirito Santo. Quindi, secondo me, ha venduto, a dei risparmiatori ignari, prodotti che erano molto più rischiosi di quanto era stato fatto credere loro". "Quei risparmiatori - dice ancora l'economista Rossi - paradossalmente hanno acquistato quote di fondi, domiciliati in chissà quale paradiso fiscale, con nessun legame con il Portogallo". "Direi che questo è, ancora oggi, il grave problema che i Governi non hanno saputo risolvere".
Il ricavato dell'operazione sarebbe servito, in sostanza, per fare ottenere liquidità al gruppo. Sarebbero state le stesse indagini, condotte dagli inquirenti lusitani incaricati di far luce sul dissesto, ad individuare almeno quattro di quei prodotti. "Non intendiamo rilasciare alcun commento su questa vicenda", la reazione di Credit Suisse alla Tv pubblica svizzera, che ha ripreso la notizia unitamente a diverse altre testate elvetiche. "È una notizia che non mi sorprende perché, da molti anni, così fan tutti e continueranno a farlo, a maggior ragione, da quando sanno che le banche centrali e i governi interverranno, con operazioni di salvataggio", il commento del docente di Economia dell'università di Friburgo, Sergio Rossi.
E, in effetti, per quanto riguarda Espirito Santo, il Governo di Lisbona è intervenuto, con un contributo di 3,9 miliardi di euro, per evitare il fallimento della banca. Resta da capire, sempre che il suo ruolo venga confermato, se Credit Suisse fosse consapevole che quei prodotti finanziari erano ad alto rischio. "A mio avviso - il parere di Sergio Rossi - avrebbe dovuto saperlo, in quanto conosceva la situazione debitoria del gruppo Espirito Santo. Quindi, secondo me, ha venduto, a dei risparmiatori ignari, prodotti che erano molto più rischiosi di quanto era stato fatto credere loro". "Quei risparmiatori - dice ancora l'economista Rossi - paradossalmente hanno acquistato quote di fondi, domiciliati in chissà quale paradiso fiscale, con nessun legame con il Portogallo". "Direi che questo è, ancora oggi, il grave problema che i Governi non hanno saputo risolvere".